HEIDEGGER E TROUFFAUT

L’amico Carlo Poggioli mi ha prestato il DVD di un bel film di Trouffaut, “La camera verde”, tratto dal romanzo di Henry James “L’altare dei morti”. Il protagonista, interpretato straordinariamente dal regista stesso, subisce una serie di lutti, dagli amici durante la Prima Guerra, alla moglie, e riesce a continuare a vivere solo nel culto del ricordo di queste persone, fino ad arrivare a un vero e proprio parossismo quasi maniaco del loro culto. Quello che si capisce dal film è che il culto dei morti serve ai vivi, per elaborare il senso di colpa per essere sopravvissuti e la sofferenza della mancanza di coloro che sono scomparsi. Quando la morte intorno a noi prende il sopravvento, come nell’esistenza del protagonista e un po’ in generale nell’Europa fra le due Guerre, allora la nostra vita diventa proprio un “vivere-per-la-morte”, che secondo Heidegger, non a caso nel 1927, è il modo supremo e autentico di essere dell’uomo.

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20 commenti

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20 risposte a “HEIDEGGER E TROUFFAUT

  1. ALFREDO

    L’uomo, a parte la sua appena accennata consapevolezza di esserci e restare sè stesso nonostante tutto, sente in cuor suo di non avere altri punti fissi di riferimento, tutto gira intorno a lui, tutto si muove, tutto cambia nel tempo e nello spazio.
    L’uomo è sostanzialmente come un naufrago in un deserto infinito, che fonda la sua ragione di vivere nel primo miraggio che gli capita all’orizzonte e lo segue anima e corpo come se fosse un faro di verità, fino a quando si accorge che più gli si avvicina, più lo vede scomparire.
    Anche in branco, l’uomo si muove una volta di quà, una volta di là, senza sosta, senza meta.
    Così, gli stessi uomini che nel 1927 vivevano per la morte, adesso vivono per il DVD, per la televisione e per internet: sarebbe stato questo, oggi, il modo supremo e autentico di essere dell’uomo, secondo Heidegger?

  2. e

    A mio modo di vedere il processo dovrebbe essere trasformativo e non arrivare al culmine come mi pare prescriva Heidegger. Riuscire a superare il culto e’ sempre difficile, ne sa qualcosa ognuno di noi che si è trovato davanti alla separazione del proprio oggetto transazionale (io ho avuto un cuscinino che mi sono portato dietro fino a 20 anni!). Fra le cose che ho letto, è stato Schultz, autore dei Peanuts, a descrivere questa dinamica con la più bella poesia.

  3. e

    *ho parlato di di dinamica intendendo qualcosa di piu’ simile ad un ciclo.

  4. eikan

    chi è senza oggetto transizionale scagli la prima pietra…
    alfredo non nascondere il nulla dietro la schiena
    eugenio già oracola verità
    io sono per l’amorosa danza
    heidegger ora chissà che avrebbe in mano?

  5. ALFREDO

    x eikan:

    Nei pugni chiusi dietro la mia schiena
    ci sta una pietra bianca da scagliare,
    se la vuoi, ora tu prova a indovinare
    qual è la mano vuota e quale è piena.

    In una mano però, ci tengo il Nulla
    grande, infinito, quanto l’Universo,
    l’Oracolo lo sa, non è diverso
    dal cuscinino che aveva nella culla.

    Tu danza pure, ma fallo alla svelta
    ché Heidegger (tedesco di Germania)
    non sta più nella pelle dalla smania
    di lanciarti la Pietra o il Nulla: a te la scelta!

  6. “Non solo, ma come per Heidegger il nascondersi dell’essere è lo stesso “oblio dell’essere”, che si verifica in modi sempre diversi nelle epoche storiche che di volta in volta emergono nell’illuminazione dell’essere, così, per Husserl la “crisi” delle scienze e della civiltà europea è dovuta all’oblio (che si produce a un certo punto della civiltà occidentale) della soggettività trascendentale in favore degli oggetti determinati ai quali si rivolgono la scienza e l’intera attività dell’uomo. Sia per Heidegger, sia per Husserl, la dimenticanza fondamentale che allontana l’uomo dalla verità è la dimenticanza della luce trascendentale dell’apparire (che poi Husserl intende come soggettività, mentre Heidegger intende come essere)”. (Da “La filosofia dai Greci al nostro tempo di Emanuele Severino – III Vol. pag.. 368-369)
    ————-
    Mi pare di capire che nel 1927, come oggi nell’anno di grazia 2008, viviamo in un epoca nella quale la dimenticanza fondamentale che allontana l’uomo dalla verità è la dimenticanza della luce trascendentale dell’apparire. Siamo avvolti nell’oblio dell’essere.
    ————-
    Ma non è stato, né sarà sempre così. I cicli storici della civiltà hanno visto l’uomo nella conquista di sempre maggiori conoscenze attraverso tecnologie sempre più raffinate offrendo ad ogni persona e non alla sola èlite dominante l’opportunità di illuminarsi e di cessare dal vivere “come bruti”.
    Dopo tanta oscurità imposta da ideologie insane, ci possiamo augurare di riconquistare una nuova, duratura e globale illuminazione .

  7. Bella la poesia di Alfredo. Beh Severino legge Husserl in modo un po’ approssimativo. Vale la pena rileggere le prime pagine della Crisi, che sono un capolavoro. presto ci scrivo sopra un post.

  8. e

    x Alfredo – perdona il narcisismo, ma io nella poesia sarei l’oracolo? In caso affermo di non esserlo 😀

  9. e

    A parte gli scherzi, Alfredo, la pietra che cosa rappresenta nella tua poesia? Mi pare di capire sia il dolore, o meglio l’oggetto apotropaico (l’oggetto transazionale insomma). Mi correggi?

  10. Al n. 3, Eugenio scrive:
    “ho parlato di di dinamica intendendo qualcosa di piu’ simile ad un ciclo”.
    Io penserei ad una spirale che, partendo dal centro si allarga all’infinito.

  11. Ciò che mi inquieta è Alfredo che, nella sua bella poesia, propone di gettare la pietra.
    A mio parere Alfredo può rappresentare tre cose allo stesso tempo:
    1. Il nulla, perchè, lanciata la pietra scompare;
    2. La pietra, perchè lancerebbe se stesso;
    3. L’attimo fatale nel quale, noi tutti seppelliamo il passato e facciamo una scelta per il futuro. Alfredo è il presente dal quale può iniziare un successo (Pietra) o un insuccesso (Nulla).
    Al centro della poesia (storia), c’é Eugenio (Uomo) che deve fare una scelta.
    Bisogna, peraltro ricordare che, secondo l’avviso di Einstein, Dio non gioca a dadi, e, quindi, Alfredo si ripropone in ogni istante in cui dobbiamo (compreso Alfredo) sottostare ad un cambiamento proposto da eventi che NON ABBIAMO sotto controllo.
    Alfredo è la nostra coscienza!
    ——————
    Se me lo consentite, desidererei proporre la poesia di Alfredo sul mio blog.
    Mi fa venire qualche idea suggestiva per uscire dalla palude in cui mi trovo per stabilire con ragione una gerarchia di valori credibile per i nostri tempi che si manifestano molto dinamici ed imprevedibili.

  12. ALFREDO

    Qui, la PIETRA BIANCA e il NULLA coincidono: sono entrambi soltanto parole che la nostra fantasia si illude di poter far emergere in vita e trasformare in REALTA’.
    E spesso l’illusione è così forte che appare credibilmente vera e reale.

    Gianni Rodari scriveva:

    “Un ortolano di poco cervello
    seminò nel suo orto la parola ravanello.
    Una risposta da voi si vuole:
    crebbero poi ravanelli o parole?”

    – Un saluto concreto.

  13. “Un ortolano di “tanto” cervello
    “piantò” nell’orto “un seme” di ravanello.
    Una risposta “voi ditemi”:
    crebbero poi “ravanelli” o “semi”?”

    – Un saluto astratto.
    —————–
    Tra seme e parola non c’è correlazione, mentre tra seme e ravanello esiste, se il seme è di ravanello.
    Nell’indovinello di Rodari l’uso del verbo seminare è sbagliato.

  14. ALFREDO

    Chi semina parole non raccoglie niente: era questo il senso.

    Rodari ci giocava con le parole, ci si divertiva e faceva divertire, così come spero di fare io qui.

    Tu invece prendi le parole sul serio, le aggiusti e poi “pianti” quelli corrette.
    Ma il risultao è lo stesso, Pietro.

    Dalle parole, che siano giuste o meno, nascono solo illusioni.

  15. Ognuno gioca il suo ruolo e io sto sempre tra l’astratto ed il concreto.
    Anch’io mi sento un po’ giullare, ma dalle mie parole non voglio raccogliere vento!

  16. ALFREDO

    Le parole, mio caro Pietro, non si piantano nel proprio orto, tu le confondi con i pensieri.
    Le tue parole finiscono negli orti altrui, dove non ti è concesso entrare per il raccolto.
    Nel tuo orto puoi raccogliere i frutti delle mie parole, che sono il vento delle illusioni.

  17. Molto poetico, ma non risolutivo!

  18. ALFREDO

    CARMINA NON DANT PANEM

  19. Catone il Censore diceva “tieni le cose e allora le parole arrivano”. Cioè puntiamo lo sguardo sulla realtà, quando scriviamo e allora quello che scriviamo funziona.

  20. sara

    Mi è venuto in mente questo ultimo commento (il 19) ieri sera mentre leggevo Etty. Anche se si distanzia dal post iniziale

    Dal Diario di Etty Hillesum
    “Oggi pomeriggio ho guardato stampe giapponesi con Glassner: sono stata colpita da un’improvvisa evidenza: è così che voglio scrivere. Con tanto spazio attorno a poche parole. Odio l’eccesso di parole. Vorrei scrivere solo parole inserite organicamente in un grande silenzio, e non parole che esistono solo per dominarlo e lacerarlo. In realtà, le parole devono accentuare il silenzio. Come questa stampa con un ramo fiorito nell’angolo in basso. Qualche delicato colpo di pennello – ma che ottima resa anche nei minimi dettagli!- e tutto intorno non un vuoto, ma un grande spazio, diciamo piuttosto: uno spazio ispirato…..Si tratterà di trovare un giusto dosaggio tra il detto e il non detto, un non detto più carico di azione di tutte le parole che si possono tessere insieme….Non si tratta di un silenzio vago e inafferrabile, deve avere contorni ben delineati e una forma propria. Così le parole non dovrebbero servire ad altro, se non a dare al silenzio la sua forma e i suoi limiti”.
    E ancora
    “Un giorno se sopravvivo a tutto questo, scriverò delle storielle su quest’epoca che saranno come delicati tocchi di pennello su un grande sfondo di silenzio che rappresenta Dio, la Vita, la Morte, la Sofferenza e l’Eternità”

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