UNA SIMULAZIONE ONESTA

Un amico caro vi racconta che sua nonna sta male e voi, mentre gli dite che vi dispiace molto e altre parole di consolazione, pensate fra voi che in fondo di questa nonna vi interessa il giusto e vi sentite in colpa. Nella vita quotidiana noi spesso fingiamo delle emozioni. Il vostro amico vi interessa e volete aiutarlo e magari fate anche un po’ finta di tenerci a sua nonna. Ma allora fingere è giusto? Ho pensato molto a questo problema e forse ho trovato una risposta parziale. Noi non possiamo, come Kant ci aveva già avvertiti, fondare la nostra morale sulle emozioni, perché queste sono solo in minima parte e in modo indiretto in nostro potere. La ragione, o ancor meglio, l’abito, come diceva Aristotele, deve giocare un ruolo molto importante. Anche se non ci viene spontaneo di praticare il bene, lo facciamo e lo facciamo ancora, fino a quando la nostra pratica raggiunge una certa naturalezza. Ma per farlo senza sentirlo, dobbiamo ragionarci sopra. Allora si può fingere sempre? No, solo quando siamo disposti ad agire in conformità all’emozione che abbiamo finto. Riprendendo l’esempio: se dico all’amico che mi dispiace per sua nonna e lui ci chiede di andare a trovarla, se lo facciamo, allora diamo piena legittimità alla nostra finzione, se ci rifiutiamo, invece, sveliamo la piena falsità dei nostri sentimenti simulati. Penso che si possa e si debba fingere, ma solo se siamo disposti a tenere quella parte fino in fondo in tutte le sue conseguenze.

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10 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE

10 risposte a “UNA SIMULAZIONE ONESTA

  1. ALFREDO

    Tutti noi indossiamo una maschera adatta per ogni occasione, e se questa maschera si chiama finzione, allora si, fingiamo tutti e sempre.
    Per rendersene conto, basta paragonare ciò che scrive Vincenzo su questo suo blog di filosofia, con quello che potrebbe scrivere quando compila la lista della spesa – zuchero, patate, funghi trifolati, pasta all’uovo, ecc. – un elenco sterile di roba mangereccia, senza neppure un appunto ragionato…

  2. ALFREDO

    Tutti noi indossiamo una maschera adatta per ogni occasione, e se questa maschera si chiama finzione, allora si, fingiamo tutti e sempre.
    Per rendersene conto, basta paragonare ciò che scrive Vincenzo su questo suo blog di filosofia, con quello che potrebbe scrivere quando compila la lista della spesa – zuchero, patate, funghi trifolati, pasta all’uovo, ecc. – un elenco sterile di roba mangereccia, senza neppure un appunto ragionato…

  3. Se dovessi dire agli altri tutto quello che passa per la mia testa, non so come potrei definirmi.
    Mi farei solo del male sin dal momento in cui, al mattino, lascio il letto. La nonna del mio amico! Il più giovane ha 64 anni, è vedovo e non so se abbia mai conosciuto sua nonna.
    So di un mio amico che ha perso il figlio. Non c’è stato bisogno di fingere. Affranto, sono andato al suo funerale, durante il quale, tra chi partecipava al cordoglio, c’erano crocchi di persone che spettegolavano.
    Gestivano una doppia maschera.

  4. ALFREDO

    X pibond (3)
    Il tuo dolore, però, non ti ha impedito di distrarti, per origliare e giudicare chi spettegolava…
    Giù la maschera, Pietro!

  5. mmm, non mi suona. Io la vedo cosi’:

    non conoscendo la nonna, non essendo amico della nonna, la nonna non mi emoziona, come non mi emoziona un incidente aereo letto sul giornale. La gente muore, bella scoperta.

    Conoscendo il mio amico, sentendolo parlare con dolore del suo affetto mi commuovo, empatizzo con il suo dolore, rifletto il suo dolore. Presumibilmente il discorso si spostera’ anche sul mio vissuto e ricorderemo insieme affetti importanti, conflitti importanti, cose della nostra vita. Oltre ad avere un esito terapeutico, il pomeriggio passato insieme ci ha arricchiti entrambi di una conoscenza piu’ profonda e reciproca dei nostri cuori. Io gli amici li faccio cosi’, condividendo.

    Poi se mi chiede di andare a trovare la nonna, ok, preparo una torta, sono sempre libero per una passeggiata.

  6. Eugenio ha ragione. Il soggetto del racconto di Vincenzo è l’amico caro che soffre per la perdita di sua nonna.
    Davanti all’amico nessuno è capace di nascondersi dietro una maschera di finzione, a meno che la partecipazione al cordoglio non sia originata da un animo crudele come quello di Alfredo che possiede un suo baffo a copertura totale!
    Ci sono persone che partecipano al funerale solo se in vista dei rinfreschi che vengono offerti agli ospiti dolenti e piangenti dopo la cerimonia di commemorazione dedicata al caro estinto, si avviano a razziare il tavolo del buffet. Oggi al cordoglio si unisce anche l’applauso in chiesa.
    Ma, dietro la maschera si nasconde solo un sogghigno che copre sentimenti di altra natura!
    Eccone un compionario.
    “Bravo, sei morto e, pure sei fortunato perchè non ti sei nemmeno accorto cosa ti abbia ucciso”!
    “Fetentone! … e pure non hai sofferto abbastanza, per tutti i guai che hai combinato a tua moglie e ai figli”!
    “Poveraccio è morto cornuto e non lo sapeva! Beato lui”!
    “Gli sarà rimasto qualcosa in saccoccia, prima di morire”?
    “E adesso, i soldi della clinica dove si trovano”?
    “Ha passato un anno a preparare la sua morte. Così diceva …”.
    “Ma la badante dov’è”?
    “Mi tocco le p…., se me lo rivedo passare davanti”!
    ———–
    Comunque Vincenzo dice la cosa giusta e la riprova sta in ciò che appare dietro la maschera come ho appena descritto.
    Infatti egli conclude il tema dicendo:
    “… se dico all’amico che mi dispiace per sua nonna e lui ci chiede di andare a trovarla, se lo facciamo, allora diamo piena legittimità alla nostra finzione, se ci rifiutiamo, invece, sveliamo la piena falsità dei nostri sentimenti simulati. Penso che si possa e si debba fingere, ma solo se siamo disposti a tenere quella parte fino in fondo in tutte le sue conseguenze”.
    In poche parole occorre essere coerenti col sentimento di amicizia che si condivide con l’amico che ci è caro!

  7. sara

    Ci potrebbe essere anche il problema contrario, cioè simulare un controllo delle emozioni perché l’eccesso potrebbe essere fuori luogo. Mi spiego: ci sono delle persone molto recettive e quindi capaci di coinvolgimenti forti. In questi casi diventa necessario rendere ragionevole l’empatia per almeno due motivi, per non esasperare lo stato d’animo di chi vive una certa situazione, due, perché non è possibile vivere tutto così intensamente. Succede anche che se quello che sta vivendo un amico l’abbiamo già vissuto, seppure a nostro modo, siamo più capaci di governare la forte empatia e di rispettare lo spazio del suo dolore, pur stando lì vicino, pronti a fare qualcosa se ci viene chiesto. Forse perché, conoscendo in prima persona quella situazione, sappiamo un po’ meglio come muoverci.

  8. x Sara > a mio vedere l’empatia porta alla commozione, non riesco ad immaginare il caso in cui empatizzando si arrivi all’acme del sentimento (sintomi acuti dell’emozioni sul soma). A mio vedere l’empatia “smezza” l’emozione fra i due amici, condividendola, riconduce eventualmente l’insostenibile all’intenso. Per quanto riguarda il vivere intensamente, direi che e’ vero che non possiamo vivere oltre i limiti, ma sicuramente possiamo (con vantaggi inenarrabili) vivere sul limite, ogni momento. Prima del limite ci deprimiamo, oltre il limite diventiamo anormali.

  9. ALFREDO

    Per pibond (6)

    Mia piace questa tua raccolta di “sincere” frasi di apprezzamento:

    “Bravo, sei morto e, pure sei fortunato perchè non ti sei nemmeno accorto cosa ti abbia ucciso”!
    “Fetentone! … e pure non hai sofferto abbastanza, per tutti i guai che hai combinato a tua moglie e ai figli”!
    “Poveraccio è morto cornuto e non lo sapeva! Beato lui”!
    “Gli sarà rimasto qualcosa in saccoccia, prima di morire”?
    “E adesso, i soldi della clinica dove si trovano”?
    “Ha passato un anno a preparare la sua morte. Così diceva …”.
    “Ma la badante dov’è”?
    “Mi tocco le p…., se me lo rivedo passare davanti”!

    Ma ahimé, nessuna di queste sincerità, trova mai riscontro nei loculi cimiteriali.

    Da qui il detto: “SEI BUCIARDO COME UNA LAPIDE! “

  10. COncordo con la tesi che l’empatia della storiella va all’amico e non alla sua nonna. A me è capitata una vicenda similare in questo periodo, ma quando chiedevo informazioni circa le codnizioni di salute era più per cortesia. Indossavo la maschera, che indosso spesso, del cortese e gentile, quando invece me ne frego abbastanza di quello che non mi tocca direttamente.

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