I TAGLI ALL’UNIVERSITA’

Vengo sollecitato da più parti a tornare sul problema dell’Università. Che negli atenei succeda di tutto è vero. Concorsi truccati, nepotismo e assenteismo sono all’ordine del giorno, più di quanto sia fisiologicamente tollerabile. Che le università italiane abbiano utilizzato male l’autonomia che le è stata concessa 20 anni fa è vero. Tuttavia non è certo con la politica di questo Governo che si affronta il problema. Anche il decreto 180, che è appena stato varato, pur essendo un taglio un po’ più pensato, è comunque un taglio. Certo il Paese si sta impoverendo, siamo alla recessione; come uscire dalla crisi? La ricetta di Tremonti sembra essere quella di tagliare la spesa pubblica, riducendo il welfare, e proteggere le frontiere dalle merci straniere a basso prezzo. Questo comporta che gli imprenditori italiani, incapaci di affrontare la concorrenza, mantengono i loro profitti e il ceto medio si impoverisce. Non so, non sono un economista, ma vedo che gli altri 19 paesi del cosiddetto G20 seguono una politica diversa, cioè investono in ricerca e formazione, in modo da battere gli altri sul mercato globale, dove le conoscenze sono vincenti dal punto di vista economico.

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2 commenti

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2 risposte a “I TAGLI ALL’UNIVERSITA’

  1. Davide

    Sono d’accordo. Di fronte alla crisi del ’29 si osservò che dare soldi alle imprese non avrebbe aiutato, perché le imprese avrebbero poi distribuito utili e non fatto investimenti, garantendo ricchezza a chi comunque avrebbe agiatamente sbarcato il lunario. Il problema è sempre e comunque di redistribuzione. Abbiamo in Italia un problema di concetto di Stato e di responsasbilità individuale che andrebbe rivisto prima di ogni altra discussione politica.

  2. sara

    Un mio caro amico che vive e lavora in una banca italiana a Monaco di Baviera mi ha mandato questa semplice riflessione che vi lascio.
    Sabato scorso, non ieri, ascoltando un convegno sull’economia, alla radio, ho sentito dire che è statisticamente provato che l’aumento della tecnologia informatica aumenta anche il divario fra i ricchi e i poveri. Fanno eccezione alcuni paesi del Nord Europa che, attraverso politiche adeguate, riescono a garantire a tutti i cittadini la risposta ai bisogni primari. Rimango convinta del fatto che se stiamo bene tutti, ne traiamo tutti vantaggio.

    FINANZE, MERCATI, TESORI

    „Babilonia, possente ed immensa città tutta ammantata di bisso, di porpora e di scarlatto, adorna d’oro, di pietre preziose e di perle! In un’ora sola è andata dispersa sì grande ricchezza” (Ap 18, 16-17). Basterebbe sostituire il nome dell’ allora capitale della Mesopotamia con quello di città come New York, Londra o Francoforte ed ecco che le parole tratte dal libro dell’Apocalisse sembrano descrivere perfettamente quanto sta succedendo nel mondo economico-finanziario in questi giorni difficili. Non sono pochi gli studiosi della materia economica che considerano questa crisi come un fenomeno completamente diverso rispetto ai periodici quanto fisiologici ritocchi ai listini azionari ai quali ci eravamo quasi abituati negli ultimi decenni. Questa è una crisi, dicono, di tipo strutturale; una vera e propria crisi d’identità dell’economia mondiale che si deve oggi confrontare con dei problemi nuovi quanto immensi quali la finitezza delle risorse, l’inquinamento atmosferico e le variazioni climatiche, la globalizzazione, l’aumento incredibile del divario tra ricchi e poveri non solo a livello di singole persone ma soprattutto di comunità e popoli interi. L’improvvisa quanto repentina sfiducia scatenatasi all’interno dello stesso sistema creditizio (mai manifestatasi su così vasta scala sin dai tempi della grande crisi economico-bancaria degli anni trenta) è forse il segno più evidente di questo grave e pericoloso stato di difficoltà. Spiegare perché siamo arrivati sin qui dal punto di vista delle dinamiche economiche e dei meccanismi finanziari sarebbe lungo e complesso; non è neanche lo scopo di questo mio articolo. Ma invece di fermarci all’evidenza dei fatti studiandone dinamiche e meccanismi, credo sia più importante cercare di scoprire in essi un motivo fondamentale, un denominatore comune. Sono profondamente convinto che gli attuali avvenimenti abbiano a che fare con una visione esageratamente egoistica dell’atto economico. Con l’accelerazione incredibile delle economie mondiali scatenatasi grazie allo sviluppo fulmineo delle moderne tecnologie e potenziata dalle sacrosante necessità di sviluppo dei paesi meno industrializzati, ci siamo illusi di poter realizzare ed accumulare nel breve periodo sempre più grandi e facili guadagni, troppo spesso forzando il limite della ragionevolezza, varcando la soglia dell’immoralità, sbattendo la porta in faccia al buon senso. Tutto e subito! Questa è stata la parola d’ordine delle nostre economie negli ultimi anni, suggerita ed incarnata dai recenti sviluppi tecnologici, specialmente nel campo dell’informatica e delle telecomunicazioni. Ed in questo vortice di crescita spesso innaturale e forzata, ognuno di noi ha fatto la sua parte: consigli di amministrazione, semplici investitori, speculatori, politici, revisori contabili. Siamo sulla strada sbagliata. È interessante ascoltare di questi tempi i concitati e appassionati consigli che arrivano da più parti agli investitori impauriti e terrorizzati all’idea di poter perdere improvvisamente i loro capitali. C’è chi consiglia di buttarsi sull’oro, chi suggerisce di acquistare case e terreni, c’è invece chi dice di lasciare tutto sul conto corrente. C’è persino chi incita ad accumulare opere di artisti famosi. E se l’esperto di turno si mettesse a dire: “Signori, ecco il mio consiglio: non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece tesori nel cielo, dove né tignola e né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché la, dov’è il vostro tesoro, sarà anche il vostro cuore” (Mt. 6,19-21)? Sono sinceramente convinto che questo sia, per tutti, un buon consiglio da seguire. E che vale sempre, in ogni momento della vita e non solo in tempi di crisi economiche o di crollo delle borse.

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