L’UOMO FORTE E LA MORALE

Ricordo una lezione sugli stoici di uno dei miei maestri, Enzo Melandri, in cui egli disse che più si è deboli più si ha bisogno di una morale. Questa frase mi ha sempre turbato. Che una certa morale del risentimento sia tipica di chi non riesce a esprimere se stesso è una scoperta nietzscheana che ha molto di vero. Però la morale non è solo questo. Oggi, affrontando un difficile problema pratico, mi sono reso conto di come quell’affermazione possa essere utilmente letta. Per tutti noi la morale è spesso chiusura, cioè regole rispetto alle quali non possiamo derogare senza provare malessere. Questa certo non è una buona morale, ma una sorta di chiusura rispetto agli altri. Così, in prima approssimazione, mi sentirei di dire che morale è felicità e immorale è sofferenza. (Tante volte la nostra sofferenza è però morale, perché finalizzata a una gioia più grande.) E allora quei precetti rispetto ai quali a volte ci arrocchiamo, provocano più sofferenza che gioia e quindi di certo non sono morali. La persona forte è capace di andare al di là di quei precetti e cogliere una moralità più grande e più profonda; in questo senso l’uomo forte non ha bisogna di una morale, perché, in un certo senso, è sempre alla ricerca della morale. La morale non è un insieme di prescrizioni, ma una continua revisione e aspirazione. Non c’è nulla di male a essere deboli e non essere capaci di affrontare l’apertura che il mondo spesso ci richiede, però certo non è un gran che il fatto che noi ammantiamo eufemisticamente questa nostra esigenza di sopravvivenza con il nome di morale.

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6 commenti

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6 risposte a “L’UOMO FORTE E LA MORALE

  1. Alfredo

    Se può tornare utile vi posso dire che, per quanto mi riguarda, la morale potrebbe restare disoccupata. Nel senso che qualunque cosa uno faccia, qualunque cosa pensi, qualunque cosa accada, non può che essere la cosa giusta. Tutti noi facciamo parte integrante di un’universo che funziona e nessuno si sognerebbe di dire che quel buco nero è immmorale perché ha inghiottito una stella, o che è immorale il vento quando diventa uragano. E’ proprio la pretesa di sentirsi individui separati dal resto che ci circonda, a provocare quella che noi chiamiamo felicità, ma è anche causa di sofferenze.
    Mi sono convinto, così, che non posso sbagliare mai, e se anche lo faccio apposta, a sbagliare, ecco che tutto intorno a me si dà un gran da fare per rimettere in ordine le cose.
    Non si può sbagiare, non è possibile, sarebbe come cercare di fare un buco nell’acqua…
    E allora, dov’è la morale, cos’è la morale? E’ dare corpo all’illusione di essere separati. :)))

  2. Questo problema io l’ho trovato in Gandhi espresso con grande forza e lucidita’ nella definizione della non-violenza del forte e non-violenza del debole. Se non ho capito male, Gandhi direbbe che si’, non c’e’ nulla di male ad essere deboli, ma non essere codardi è la via della salvezza e della gioia.
    Ho ritrovato queste stesse note in un film che ho appena finito di vedere e che e’ un capolavoro insuperato: “Il marchese del Grillo”.

  3. “Più si è deboli più si ha bisogno di una morale”, intendendo per bisogno un termine equivalente a “guida e sostegno” sono d’accordo.
    Infatti, la cultura e l’abitudine alla responsabilità attenuano il bisogno di morale, in quanto il processo delle decisioni che si estrinsecano nell’agire, è già ispirato ad un modello etico consolidato e conforme alla morale della convivenza sociale.
    Nella morale sociale, non vedo esistere un bisogno.
    Chi trasgredisce questa morale, forte o debole che sia, è un asociale che si crea una personale sua norma di comportamento al solo scopo di soddisfare il proprio egotismo.
    Costui non ha bisogno di morale, ma merita di esser messo ai ferri!
    Beh, dopo qualche richiamo e qualche blanda ammonizione, ove mai non capisse e coerentemente con le necessarie azioni di “guida e sostegno”!

  4. Alfredo

    x pibond –

    Il mondo lo sa da sé come girare, non ha bisogno di consigli.

    Guide, sostegni, richiami e ammonizioni, servono soprattutto agli educatori: li fanno sentire utili.

  5. Sono curioso di sapere a quale “utilità” allude Alfredo.
    —–
    Vivere per sentirsi “utili” è come tirare a campare.
    —–
    Un educatore non può vivere per sentirsi “utile”, ma per amare la sua opera nel plasmare la futura generazione e tra essa, la nuova classe dirigente.
    —–
    A tal fine, caro Alfredo, le tue idee sono inutili e fuorvianti.
    —–
    Per quanto tempo ancora dovremo sopportare questa attuale classe dirigente sessantottesca?

  6. Alfredo

    Un educatore convinto che crede di poter “plasmare” la futura generazione, non rappresenta certo un pericolo per quei posteri che sapranno svincolarsi ed eludere il suo piano criminoso.

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