LA METAFORA E GLI UNIVERSALI

Se dico “bianco” mi riferisco a più oggetti, come il cavallo o il lenzuolo. Come giustamente aveva già notato Locke, mai incontro nella mia esperienza il bianco, ma solo cose bianche. E allora mi chiedo come è possibile passare dalle cose bianche al bianco? Come sappiamo, ci sono risposte classiche a questo problema, come quella platonica e quella aristotelica, che, in modo diversi, antepongono il bianco oggettivo alle cose bianche. Poi ci sono risposte moderne che, a loro volta, ma in modo ancora diverso, antepongono il bianco soggettivo alle cose bianche, Cartesio, ad esempio. E poi c’è la metafora. Quando dico “sei come un lenzuolo”, senza utilizzare il concetto di bianco, né quindi fare riferimento alla proprietà “bianco”, istauro un nesso fra la tua faccia e un lenzuolo. In questa metafora c’è come un vagito di quel passaggio dalle cose bianche al bianco. Forse partendo da qui potremmo fare un passo avanti nell’annoso problema del passaggio dall’individuale all’universale.

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31 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA

31 risposte a “LA METAFORA E GLI UNIVERSALI

  1. A me pare di poter tirare in mezzo gli archetipi. C’è un archetipo del bianco che ritroviamo in ciò che è puro, immacolato, pulito, ma anche neutro, come un foglio bianco che aspetta la sua matita. Il bianco è anche un colore maschile, una luce che risale le tenebre umide della donna. Il bianco della luce lunare (questo forse è il piu’ bianco che piu’ bianco non si puo’!) una forza neutra e primigenia, senza intenzione. E’ un colore di Dio, ma anche il colore familiare delle coperte inamidate, ma anche il colore della donna intesa come forza lunare. E’ anche un colore maschio perche’ il Sole ha un che di bianco, perlomeno nelle nuvole che illumina. E’ il colore del martirio, ma anche della verginità nuziale, ecc… Insomma il bianco attiva dei processi della nostra memoria profonda, che, se esplorati, ci portano in contatto non solo con il bianco, ma con il bianco che vive in noi stessi. Questo, mi pare di capire, sia la forza archetipica degli elementi che distinguiamo dal tutto. Sbaglio?

  2. Alfredo

    Ciao Eugenio, ciao Vincenzo.
    Mi ripeto.
    Noi siamo già esseri infiniti ed è per questo che stiamo sondando il limite, è il limite che ci manca e lo stiamo esplorando in tutte le sue infinite sfaccettature anche attraverso questo corpo/mente.
    Il lavoro è duplice: cercare di andare dall’universale all’individuale e viceversa, per trovare un punto di incontro fra il limite e l’infinito.
    La naturale luce “bianca” dell’infinito non proietta ombre. Quella artificiale e limitata del sole e delle altre stelle, si.

  3. … ed ecco, ancora una volta, Vincenzo colpisce al centro e la mia macchina fotografica è lì, pronta per ogni esperimento sul bianco.
    Si dà caso che in questi giorni sono andato anche dal dentista. Per il dentista, il bianco è un fattore di produzione. Per avere i denti bianchi non basta l’uso dello spazzolino e sembra che solo i negri abbiano i denti più bianchi dei bianchi. Ma anche i denti dei negri, non sono bianchi ma appaiono tali per il contrasto con la sembianza scura della pelle.
    Per il fotografo, il bianco è un ossessione che si manifesta in una scala di grigi e tra una scala di toni di colore prodotta dalla luce che illumina il soggetto.
    Nel riprodurre le monete, in questi giorni, ho perso molto tempo per cercare il punto bianco che più bianco non si può.
    “Il punto bianco, che più bianco non si può”.
    ————–
    Nella scala RGB il bianco è espresso da questo valore esadecimale Red = FF; Green = FF; Blue = FF. e, col computer, per ottenere il bianco puro si inserisce questo valore. Ma è impossibile riprodurlo perché il bianco non esiste in natura se non sotto forma di luce polarizzata, ed anche questa risulta viziata dai materiali usati per produrla.
    Ciò non toglie che riusciamo a ricreare il bianco ed anche a vederlo sotto le diverse temperature di colore della luce che serve per osservarlo perché il nostro occhio riesce a tararsi entro certi limiti di tolleranza che ne consentono l’individuazione per contrasto con le altre tonalità di colore.
    In realtà, nella riproduzione fotografica riusciamo ad ottenere un scala di grigi che parte da 0 a 100% dove 0 corrisponde al nero e 100 corrisponde al bianco.
    Un grigio al 95% appare già bianco, mentre un grigio al 5% appare già nero. Se ripetiamo l’esperimento arrivando rispettivamente al 99% ed all’1% potremmo essere soddisfatti del risultato che comunque risulterà falsato nella riproduzione per effetto della chimica di stampa e dalla taratura del monitor con la stampante.
    ——————-
    Se mi chiamassi Alfredo – e non mi chiamo Alfredo – non scriverei queste cose perché della mia brava tolleranza del 10% aggiustata a naso non se ne farebbe un baffo e insisterebbe sin dove il Signore non gli ha concesso, ma io, chiamandomi Pietro (Piero per gli amici), le scrivo per dire a Vincenzo che, se il lenzuolo è bianco dal 90 al 99% può tranquillamente essere sicuro che è bianco che più bianco non si può. Bianca come la sua espressione che avrebbe Alfredo se avesse la bontà di leggere “Il fuzzy-pensiero” di Bart Kosko (Edizioni Tascabili Baldini e Castaldi).
    La lavatrice non ha bisogno del Buon Dio per funzionare, perché se dovesse restituire i panni bianchi al 100%, funzionerebbe in eterno. (N.B. – Le lavatrici moderne sono progettate secondo sistemi fuzzy).
    Se poi uno volesse lavarsi l’animo con la lavatrice, béh, questo non è di mia competenza!
    Basta andare in parrocchia!

  4. Alfredo

    x pibond
    Grazie mille, Piero.
    Domani mattina stesso, se non diluvia, faccio un salto con lo scooter da Feltrinelli o da Mondadori e lo compro.
    A dir la verità avevo già sentito parlare del pensiero fuzzy, ma lo avevo sottovalutato.
    Comunque sia, la mia fede nell’assoluto è irremovibile (per averlo sperimentato dal “vivo”) :)))

  5. x Alfredo : che cosa vuole dire che siamo esseri infiniti? Io mi vedo e tutto sono tranne che infinito. Faccio cosi’ fatica a volte a seguirti che con malizia superba finisco per pensare che agiti l’acqua per far sembrare la pozzanghera piu’ profonda. Io non smetto di sperare che sia un mio limite mentale e non una tua vis polemica. Un abbraccio.

  6. Alfredo

    Non si può spiegare l’infinito, si può solo esserlo, e per pochi istanti – improvvisamente ed inaspettatamente-lo sono stato.
    Tu puoi chiedermi cos’è o come si fa, ma io non posso risponderti.
    Me lo chiedo continuamente anch’io, ma non so darmi una risposta.
    Ciao 🙂

  7. Una domanda per Alfredo. Ma tu, nell’istante d’infinito, c’eri o ci facevi? (La mia è una domanda seria!) Grazie!

  8. Porto l’esperienza personale e lavorativa in cui il fisico incontra il metafisico.

    Uno dei momenti cardine dei miei incontri coi clienti si riassume nella richiesta primordiale, “e lo voglio su una carta che sia BIANCA”. E tu li a provare a spiegare che la carta bianca non esiste. Anche provandoci, anche proponendogli un Biancoflash Master (che è un cartoncino bianco ottico che praticamente t’acceca quando lo guardi), ottieni sempre quello sguardo dubbioso, quei tre secondi di riflessione che significano “vabbè mi accontento ma avevo altro in mente”. Esatto. In mente. Perchè per quanto insistano, la carta BIANCA non esiste, non è mai esistita e non potrà mai esistere, e per questo motivo non l’hanno mai vista nè potuta vedere, eppure evidentemente nella loro mente essa esiste (senza bisogno di un riscontro nella realtà immanente) e per questo nei loro cuori continuano a bramarla.

    Ciao!

  9. Alfredo

    x pibond.
    Io, così come sono adesso, non c’ero più.
    Corpo e mente, in pochi secondi si sono trasformati in una massa (priva di qualsiasi forma e identità), densissima e plastica, che vibrava fino all’inverosimile, vibrava e si espandeva all’infinito per poi contrarsi di nuovo, come un respiro. In quei pochi istanti non ero io che subivo il fenomeno, ma era la vibrazione che vibrava di sè stessa, c’era solo vibrazione. Eppure quella vibrazione era concreta, ed era una vibrazione fisica, non mentale. Era l’infinito che vibrava, e l’infinito era chiaro, comprensibile, quasi banale, perché ero io l’infinito e non c’era nulla da capire perché non c’era….nulla.
    Ed io come ero là, privo di identificazione in un infinito non identificabile, ma fisico, concreto, concreto fino al massimo livello possibile, infinito. Solo vibrazione infinita, eppure comprensibilissima, quasi banale direi…
    Non c’è niente da fare, Pietro, questo corpo e questa mente non riescono a partorire le parole giuste…

  10. x Alfredo, forse potresti leggere un po’ di storielle zen in cui, appunto, tutto e’ teso a “dimostrare” che dell’illuminazione non si puo’ parlare. Visto che questo anche tu lo sai (lo hai detto e ridetto piu’ volte) mi chiedo perche’ ti ostini ad usare la parola scritta in questa direzione.
    L’altro giorno sono stato ad un incontro di meditazione e (era particolarmente ben fatto) ad un certo punto ho provato la famosa esperienza del cosi’ detto viaggio astrale. Ora, vi risparmio le descrizioni: sarebbero inutili a tutti e farebbero uscire me come un buffo e fantasioso visionario. Non capisci che umili te stesso parlando di cio’ di cui non si puo’ parlare?

  11. Alfredo

    x Eugenio.

    Dopo quell’evento in cui l’ego si era volatilizzato, non ci credo più all’esistenza di un “me stesso” che si possa “umiliare” o “inorgoglire”.

    In realtà, è la curiosità che da anni mi spinge a cercare qualcuno a cui sia capitata la stessa cosa, per cercare di capire, o almeno di poter condividere quell’evento tanto improvviso quanto inaspettato.

    Mi piacerebbe che anche tu tentassi almeno di raccontare la tua esperienza in quel viaggio astrale… cos’hai da perdere se lo fai, hai forse qualcosa di prezioso che puoi trattenere per sempre?

  12. x Eugenio. Alfredo ci sta proponendo un altra versione della storia dello stento che dura tanto tempo e che non finisce mai.
    La conosci?
    E’ la storia dello stento che dura tanto tempo e che non finisce mai.
    La conosci?
    E’ la storia dello stento che dura tanto tempo e che non finisce mai.
    La conosci?
    E’ la storia dello stento che dura tanto tempo e che non finisce mai.
    ………

  13. Comunque, gira e rigira non credo che possiamo desistere dall’accettare la sfida di Vincenzo che, queto queto e somessamente, scrive alla fine del suo thread:”Forse partendo da qui potremmo fare un passo avanti nell’annoso problema del passaggio dall’individuale all’universale.”
    Personalmente ridurrei il problema nel considerare solo il passaggio dell’individuo alla società, il che significa rispondere a questa domanda:
    “La società umana ha una individualità propria o rappresenta un’universalità?
    Posto per certo che esista l’individuo e questo sia di per sé una universalità, la società è un insieme di universalità individuali?
    A me pare di zappare nell’acqua e, pertanto, al momento, abbandono la tastiera e mi vado a fare, con mia moglie, una bella passeggiata.
    A dopo ed in attesa di leggervi riguardo alla “superba” domanda di Vincenzo.
    Fate un passo avanti, prego!

  14. Mutatis mutanda! Esistiamo, come singoli, per intrattenere rapporti cogli altri secondo forme associative pluralistiche, oppure esistiamo per realizzare la società col solo scopo di mantenerne l’equilibrio?
    La prima proposizione è realistica, la seconda è utopistica, a mio parere.

  15. Alfredo

    Il passaggio dall’individuale all’universale (e viceversa), è solo un respiro.
    Non è possibile trattenere il fiato a lungo, ma neppure restare a lungo senza respirare.

  16. Alfredo

    Ciascuno di noi ha uno scrigno, anzi “è” uno scrigno di pelle, blindato, inviolabile.
    In questo scrigno ciascuno ha il proprio ideale di “bianco”.
    E lo sappiamo tutti, che ciascuno ha il suo ideale di “bianco”.
    Ma nessuno può vedere quale sia il “bianco” dell’altro, perché ogni scrigno è personale e non accessibile agli altri.
    Così è anche possibile che il mio ideale che io chiamo “bianco” per un altro sia “grigio” e per un altro magari “rosso” o addirittura “nero”.
    Perciò, se esiste al di fuori dello scrigno un qualcosa che possa assomigliare al mio bianco allora potrei dire: ecco, il “bianco” è cosi, come quel foglio là… e qualcuno forse condivide, ma qualcuno un pò meno perché il suo “bianco” blindato a cui fa riferimento è effettivamente diverso dal mio.
    Ma a volte capita che ciò che sta dentro il nostro scrigno, non ha alcun riscontro concreto nella realtà, e capita molto spesso quando l’argomento è la “giustizia” la “bontà”, ed altre virtù o vizi di cui tutti ben sappiamo.
    Allora si, che ogni volta succede il quarantotto!

    Questo annoso problema, sollevato qui da Vincenzo, potrebbe avere una soluzione che consiste nell’aprire il proprio scrigno affinche tutti ci possiamo leggere l’un l’altro.
    E’ un pò come il paese degli uomini di vetro incontrato nel suo peregrinare da Giovannino Perdigiorno, quel simpatico personaggio di Gianni Rodari; ma questo sarebbe un altro mondo dove sorgerebbero anche lì, sicuramente, problemi di natura diversa.

    Il nostro mondo è questo, cari amici, è fatto così, e saperlo è già un sollievo.

  17. La soluzione del problema, a mio parere non esiste, ma sappiamo che – come giustamente dice Alfredo – sta tutta nel trovare un grimaldello atto ad aprire uno scrigno.
    Non nell’aprire lo scrigno di Alfredo o di Piero che rappresentano un’universalità integrata nel senso che comunicano tra loro mostrando gioielli e petecchie che stanno nella loro scatola cranica, ma quella di aprire lo scrigno dei loro associati, rispettivamente i baffuti ed i glabri.
    Caro Alfredo, la mia associazione non apre lo scrigno ai baffuti.
    A tal fine, ti conviene lavorare di forbici e metterti un paio di baffi posticci, in mia assenza.
    Farò finta di non accorgermene, sperando di non incontrare mai Giovannino Perdigiorno: una persona capace di vederti l’animo come se tu fossi di cristallo.

  18. Alfredo

    x pibond.
    Apprezzami adesso, eviterai la coda.

  19. Troppa gente, torno domani!

  20. Alfredo

    Domani è sabato, rischi di andare in “bianco”, ma così in bianco che più bianco non si può.

  21. Ragazzi vi siete persi nelle solite dispute e perso di vista il discorso.
    Riprendo dallo spunto del Mendicante per dire che a mio parere non ci sono altre maniere di intendere il “bianco” se non ponendo l’idea che ognuno di noi ha del concetto. Io sono da sempre un fan della dottrina iperuranica di Platone perchè è semplice e spiega bene l’idea di concetto che è quella che ci permette, per esempio, di poter tradurre da una lingua ad un’altra. Non conocrdo con il fatto che le idee esistano al di fuori di noi e a priori rispetto agli oggetti fisici. I concetti derivano da generalizzazioni successive che ognuno di noi fa; poi siccome siamo pressapoco sottoposti agli stessi stimoli ed il nostro cervello elabora all’incirca nella stessa maniera, universalmente i concetti soggettivi sono molto molto simili fra loro.

  22. Il fatto è che il nostro cervello elabora il “bianco” rappresentando un concetto qualitativo che più soggetti diversi esprimono in modo molto simile e tale da potersi dire vere queste proposizioni: un fiore bianco, un automobile bianca, caratteri bianchi su sfondo rosso.
    Ma, se, ad esempio, pronuncio la parola “ricchezza”, molto difficilmente formulerò un concetto “universale” e valido per tutte le circostanze che voglio rappresentare.
    Dal ché deduco che l’uomo rappresenta una universalità, e la società è un insieme di individui che si muovono secondo ideologie contrastanti e non logiche.
    Basti pensare ad un tema come “Amore e ricchezza” ed immaginare che più persone riescano a svolgerlo in maniera molto simile.

  23. Alfredo

    Proviamo a definire proprio questa parola: “BIANCO”

    Tenendo presente, però, che la scritta è nera e quindi la sua definizione è falsa, e che invece il bianco è il fondo che sta intorno alla scritta, ma è anche lo stesso colore che sta intorno a quest’altra scritta: “ROSSO”

    Si chiede: come può essere correttamente definita la parola “BIANCO”, se dispongo solo di caratteri neri per poterlo definire?

  24. Alfredo tu stai facendo un semplice gioco semantico. La parola “BIANCO” non dipende dal colore con cui è scritta ma rimanda ad un concetto.
    Qui stiamo parlando di colori, ma potremmo sostituire alla parola bianco la parola “martello” e ripetere gli stessi ragionamenti.

    Pibond, è ovvio che concetti universali derivanti da essenze sperimentabili fisicamente (come i colori e gli oggetti in genere) siano più facilmente definibili ed uguali per tutti. Concetti più effimeri come la ricchezza sono forse meno universali ma perchè derivano da una somma di concetti più semplici: comunque penso che per chiunque la ricchezza sia rappresentata dalla proprietà di un numero elevato di beni.

  25. Quando un bene è tale da costituire un elemento di ricchezza?
    Quando si bilanciano, per sintesi additiva, due fonti di luce colorata – l’una complementare all’altra (rossa e blu/verde, ad esempio) – si emette un colore completamente desaturato cioè neutro (grigio o bianco).
    Questa è una proprietà universale, ovvero una legge fisica.
    Per definizione, la ricchezza è costituita da un insieme di beni. Per avere un elemento di ricchezza occorre che questo abbia un valore. Questo valore non esiste se non esiste l’uomo che lo stima attraverso una sua teoria più o meno scientifica.
    Chi si è trovato in possesso di azioni della Parmalat, ora sa solo che il latte continua ad essere bianco, ma la sfiga, da bianca che era, è diventata nera. Bella scienza!!
    Con questo non voglio affermare che le scienze umane siano prive di scientificità, ma che gli elementi sui quali queste si fondano, sono modelli instabili per la presenza di dati difficilmente misurabili.
    Quindi nello scrivere un tema come “Amore e ricchezza” non si potrà abbracciare nessuna universalità particolare, se non cogliere alcuni aspetti di quella dell’uomo.
    —————-
    Perché è importante ciò che affermo?
    E’ importante perché considerare la società come un universale porta l’uomo a sottomettersi ad una tirannia. Le utopie sono modelli sociali semplificati che portano l’uomo a vivere allo stato bestiale

  26. Alfredo

    x Kara.

    Mentre per la parola “BIANCO” è bianco anche il fondo che sta intorno a ciò che è scritto in carattere nero, per “martello” il fondo su cui è scritta la parola non corrisponde affatto all’oggetto indicato.

    Non intendevo fare un gioco semantico, ma esprimere il paradosso per cui il termine preso in esame, non corrisponde affatto al concetto che si vorrebbe esprimere con quel termine, ma al contorno che esiste e che si può leggere all’esterno del termine stesso.

    Eccoti un altro esempio: l’uomo.
    L’uomo, sembra essere ciò che è contenuto all’interno dell’involucro di pelle, ma in realtà è ciò che si trova all’esterno di esso…

  27. Cosa nasce dal “mélange” del pensiero di Alfredo con quello mio?
    L’uomo é ciò che si trova all’esterno di esso; quindi l’uomo é la società umana; ma la società umana non è un’entità universale; allora l’uomo cos’è.
    ———-
    Secondo me l’affermazione di Alfredo non ha senso, perchè l’essere non può essere la propria negazione. Se l’anima dell’uomo abita in un corpo; questa non può trasmigrare in un altro corpo. Sarebbe negare l’individualità della persona. Non accetto il materialismo.

  28. Alfredo

    X pibond.

    L’identità dell’Uomo si trova all’esterno del suo corpo e questo UNICO EGO è grande quanto tutto l’intero infinito Universo.
    Ciò che si trova confinato nei singoli involucri di pelle, sono i suoi limitati sensori.

  29. Ho individuato un buco in un area di circa 182 gradi quadrati ad 8 h di ascensione retta e 5° di declinazione, dal quale sta penetrando verso il centro dell’universo un sondino che risucchierà Alfredo. Alfredo! Non vale spostarsi per venirmi appresso perché è al tuo universo che il sondino mira; non al mio.
    ————–
    Divertente, ma sono parole vane.
    ————–
    A mio parere non è possibile trarre da una teoria – come quella della relatività – più di ciò che è capace di esprimere nel campo di applicazione che gli è propria. Infatti, serve solo per spostarsi tra gli astri e per far funzionare le centrali nucleari. Non serve neanche per raggiungere il Galoppatoio di Villa Borghese dove solitamente parcheggio l’auto, quando mi reco in Roma centro che copre una superficie maggiore di 182 km quadrati.
    Là non seguo la curvatura dello spazio, ma le curve delle mura aureliane che mi conducono da Porta del Popolo a Porta San Paolo e quelle del Tevere da Porta San Paolo sino al Mausoleo di Augusto per ricongiungermi alla Porta del Popolo.

  30. Alfredo

    Se continui a girare per Roma in automobile, non verrai risucchiato dal sondino cosmico, ma dall’ingorgo stradale.
    Il mio corpo-sensore gira con lo scooter ed in città è presente ovunque in tempo reale, proprio come il mio EGO nello spazio cosmico: miracoli della relatività.

  31. Il mio giro è pedonal-vituale. La strada pedonale che si prolunga con via del Muro Torto e prosegue per Corso Italia passando per Porta Pinciana per giungere Porta Pia! Etc. Non vedo automezzi! Sulla “street view” di Google, non ci sono gli automezzi per via della privacy. Scommetto che li ha cancellati Alfredo, l’onnipotente!

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