PIRANI E L’UNIVERSITA’

Sulla Repubblica di oggi c’è un articolo di Mario Pirani che è veramente una vergogna. In generale leggo questo giornalista con interesse, ma questa volta mi sono sorti dei gravi sospetti. Pirani spara a zero contro i docenti universitari, unendosi al coro di questi giorni, senza distinzioni, senza proposte, senza  rendersi conto, apparentemente, che così contribuisce al definitivo affossamento di un paese che potrebbe giocare il suo futuro solo investendo in formazione e conoscenza. Senza notare che gli scandali sono quasi sempre in facoltà, come medicina ed economia, dove circolano immensi interessi economici e non a matematica, fisica, biologia, lettere e filosofia, dove tali interessi non ci sono e si pratica la ricerca di base. Senza accorgersi che la casta, quella dei politici e dei giornalisti – quella vera – che è stata bersagliata per un certo periodo nel recente passato dalle sue quinte colonne e dai suoi franchi tiratori, è così riuscita a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da se stessa, per continuare a percepire indisturbata le sue prebende e a praticare serenamente il suo nepotismo, ben più esteso di quello del mondo della formazione, che pur esiste. Senza vedere che l’intento del Governo è solo quello di ramazzare 2 miliardi di euro per abbassare le tasse al proprio elettorato, commercianti e imprenditori, soffocando definitivamente la ricerca e la formazione. Tutto ciò è desolante.

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6 commenti

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6 risposte a “PIRANI E L’UNIVERSITA’

  1. Mi dispiace dover dissentire.

    I soldi per la formazione ci sono, e sono pure troppi. Sono sicuramente malspesi, e vanno razionalizzati quanto prima. Vanno chiusi gli istituti-farsa e promossi quelli virtuosi, vanno ridotti gli emolumenti ai professionisti che si “prestano” all’insegnamento (arrivando a guadagnare cifre assurde) e va ridata dignità (anche economica) alla figura dell’insegnante di professione. Va abbattuta la quantità e premiata la qualità, e per questo non servono più soldi – basta spenderli meglio. Occorre far tornare scuola ed università ad essere centri di formazione e non parcheggi per laureati senza sbocchi di carriera – l’esperienza italiana ci insegna che la teoria degli anni 70 di una certa sinistra, ossia che la scuola sia un ammortizzatore sociale, ha effetti devastanti. La nostra scuola non è competitiva, su nessun livello se non quello elementare. L’università in particolare è, in media, su di un livello imbarazzante, e quegli istituti che cercano di promuovere la qualità in un panorama di mediocrità diffusa o sono privati (con annessi e connessi che con la formazione nulla hanno a che fare, vedi Bocconi) o sono pubblici e penalizzati dalla scarsa popolarità.
    E questi problemi non si risolvono versando altri soldi in un sistema malato che ne spreca la maggior parte e non li trasforma in strutture e strumenti di qualità. La formazione ha bisogno di attenzione, di una riforma e di una rivoluzione. Non ha certo bisogno di tagli, ma nemmeno di altre risorse.

    Mentre invece, e vorrai perdonarmi se sono a mia volta partigiano essendo imprenditore, l’economia reale ha bisogno di soldi. L’economia reale, la piccola imprenditoria, l’artigianato (i commercianti lasciamoli stare) sono il polmone verde (in senso di dollari) del paese, e se non vengono aiutati ci ritroveremo con problemi ben più grandi della formazione. Da persona che si è mossa da un ambiente idilliaco fatto di (come tu dici) “formazione e conoscenza”, ad uno molto più gretto e arido di lavoro, posso dire che a volte il mondo “reale” deve avere il sopravvento. Cultura e formazione sono un bene essenziale, ma sono e restano, nella loro essenza, un diritto e una risorsa umana, e non possono essere ingabbiati in un’ottica unicamente declinata al mondo del lavoro o alla preparazione per lo stesso – ma soprattutto non sono, a mio avviso, la risposta alla nostra crisi come tu sembri suggerire. Noi siamo (da un punto di vista quantitativo) in uno stato di eccesso formativo. Le università sono sovrappopolate. Il diritto allo studio si è tramutato in diritto al titolo di studio, svilendo e squalificando il percorso formativo che non può, per quanto sarebbe bello pensarlo, essere concepito come alla portata di tutti. Dobbiamo riguadagnare la consapevolezza che per diventare un cardiochirurgo serve un dono, e il percorso per arrivarci deve essere brutalmente selettivo.
    Ma soprattutto noi giovani dobbiamo realizzare che per quanto grati possiamo essere per la conquista del diritto allo studio, se la generazione dei nostri padri e dei nostri nonni era per lo più composta di operai e non di medici o avvocati non è perchè erano meno intelligenti, o solo per qualche complotto elitario. Alla radice dell’ingiustiza sociale della società a caste, in cui il figlio del medico diventava medico e il figlio dell’avvocato diventava avvocato, mentre il figlio del contadino rimaneva contadino o se gli andava bene diventava operaio, bè alla radice di questa ingiustizia c’era anche un fattore virtuoso, ossia l’economia del mercato. Il mercato ha bisogno di operai molto più che di professori o medici. Purtroppo però il post-68 ha apparentemente insegnato alla mia generazione che l’unica carriera “dignitosa” è quella universitaria, che conduce all’appartenenza ad un ordine professionale. E’ un’ovvia aporia. E così quell’ingiustizia sociale, invece di risolversi nel veder diventare medico il più virtuoso tra il figlio del medico e quello dell’operaio, si è trasformata in una “liberalizzazione” del titolo di studio e ora i due di cui sopra sono entrambi dottori in medicina ed entrambi precari con contratto a progetto.

    I problemi alla radice sono tanti. Dobbiamo uscire da questo vortice di follia in cui ci immaginiamo tutti laureati e presi nell’esercizio di cotante carriere, e renderci conto che il mondo del lavoro è più ampio delle categorie comprese negli albi professionali, che forse al ruolo dell’operaio va ridata una dignità per far sì che i giovani smettano di fuggirlo, dobbiamo distruggere questo modello universitario fatto di classi di 100 persone mal seguite, mal preparate e mal valutate, e va affrontato con serietà il problema della contestualizzazione dei cosidetti lavori “umili”, perchè dobbiamo renderci conto che mentre in america viene eletto un presidente nero, qui in Italia noi giovani troppo belli, intelligenti e colti per fare gli operai stiamo fondamentalmente avvallando una nuova “schiavitù” alimentata dall’immigrazione, senza renderci conto di come questo strangoli noi stessi e senza pensare al fatto che un domani, tra una generazione, o forse due, i figli dei “braccianti” che abbiamo importato clandestinamente verranno a chiederci il conto e a ricordarci che nemmeno loro sono più stupidi o meno ambiziosi di noi, e una volta avuto accesso ai nostri strumenti formativi non si accontenteranno di badare alle nostre nonne o raccogliere i nostri pomodori.

    Sono andato un po’ a ruota libera, e me ne scuso, ma in questo panorama non mi sento di poter notare alcun ruolo di rilievo che la formazione possa svolgere per offrirci una via di uscita. Se qualcosa mi sfugge, sono pronto ad essere illuminato :).

  2. Caro Mendicante, le piccole imprese italiane non sono più competitive a livello globale. Stanno venendo sbaragliate dalla Cina e dall’India. Per battere quei mercati ci vogliono imprenditori più intelligenti e più colti di quelli che abbiamo noi. Mi chiedo perché Germania, Giappone, Stati Uniti ecc. investono proprio in formazione e ricerca. Che stiano tutti sbagliando? Non credo, perché la crisi in questo momento attanaglia l’Italia ben più degli altri, Stati Uniti compresi! Caro Mendicante, di eccesso di formazione non vedo l’ombra in un Paese che non conosce neanche l’inglese.

  3. Giustissimo!

    La formazione va riformata. Io sono tra quegli impreditori che un po’ di cultura ce l’hanno e che l’inglese lo conoscono, e vedo il beneficio. Resta un fatto: non servono altri soldi. Bisogna spendere bene quelli che ci sono. La vecchia canzone sui Baroni alla fine un senso ce l’ha, e io penso che tu, essendo all’interno del sistema, sappia meglio di chiunque altro che se gli stessi soldi che vengono bruciati in nepotismo, sprechi e finti ammortizzatori sociali venissero impiegati con intelligenza, allora sicuramente faremmo un passo avanti. Il sistema formazione non funziona – parafrasando te, potremmo dire che ci servono rettori/province/provveditorati più intelligenti ed *onesti* per farlo funzionare di nuovo. E’ un problema innato e potenzialmente cronico, ma che dando responsabilità alle persone giuste può essere risolto. Il mondo della formazione, se non viene soffocato o dissanguato, può salvare se stesso – purtroppo soffre molto del dramma comune degli strumenti della pubblica amministrazione, ossia quello della corruzione e dello spreco interessato.

    Passando alla piccola imprenditoria, la formazione ci può certo aiutare. Però spiegami una cosa: il mio problema al momento è che nel fare i prezzi io devo tenere in conto che un operaio mi costa intorno ai 1800 euro al mese, e lo devo fatturare almeno 20 euro l’ora (me ne costa dai 12 in su) nel calcolare un preventivo.
    Al mio concorrente che lavora in Romania l’operaio costa 7, e probabilmente non gli paga i contributi.
    Al mio concorrente che si è spostato in Cina l’operaio costa dai 3 euro ai 50 centesimi.

    Ti prego, in tutta sincerità, se credi ci sia un modo in cui la formazione mi può aiutare a risolvere questo problema, suggeriscimelo. Nel frattempo mi permetto di sottolineare che, a mio avviso, la piccola imprenditoria italiana specie artigianale non è competitiva a livello internazionale perchè opera su mercati in cui compete con sistemi economici basati sulla schivitù.

  4. Credo che sparare nel mucchio, come fa Pirani, serva solo ad aumentare la confusione che hanno in testa i lettori di Repubblica, anziché chiarire le cose come sono e come dovrebbero essere. Quando si vuol mantenere in piedi un edificio fatiscente, apportando continui interventi di manutenzione, prima o poi ci si renderà conto di essere giunti al punto che crolli. Tutto questo è colpa della burocrazia e della totale assenza di applicazione dei principi di sussidiarietà, peraltro così ben definiti nella costituzione europea e da noi applicati alla rovescia!
    Per troppi anni la scuola e l’università, in Italia, sono state le grandi assenti nel mercato dell’offerta del lavoro, e questo per colpa della sua eccessiva sindacalizzazione.
    Scuola e lavoro non sono variabili indipendenti.
    —————
    Se avessi seguito il mio istinto, prima di laurearmi, avrei seguito le ricerche del Prof. Giovanni Demaria sui fatti entelechiani. Ahimé, mio padre giustamente mi scoraggiò e mi consigliò di fare qualcosa di più commerciale perchè borse di studio in materia non erano previste.
    Ora, peraltro, se avessi 100 mila euro a disposizione mi cimenterei più che volentieri assieme a qualche insigne storico (eccetto le spese, non per me perchè la passione mi ripagherebbe ampiamente).
    Questa vuol essere una proposta provocatoria e scandalosa!!!
    Scandalizzatevi, prego!!

  5. Ma non sarebbe bello riguadagnare una dimensione di cultura che vada nella direzione dello studiare per sapere e non per lavorare, o almeno non necessariamente? Una volta eliminati gli sprechi, magari potremmo smettere di guardare le facoltà solo in un ottica di rapporto laureati/occupati e tornare a fare (anche) Cultura. Non so. Per me l’Università dovrebbe essere un qualcosa di più di un Centro per l’Impiego.

    Ho farneticato sull’argomento nel mio blog ilmendicante.splinder.com.

  6. Hai perfettamente ragione! L’università serve per sapere e a questo pensava Bonifacio VIII, nel fondare l’Università “La Sapienza”.
    Il mio intervento é mirato solo ad evidenziare il totale oscuramento del mondo universitario (fatte le debite eccezioni, ben s’intende) cui è ancora soggetto nei riguardi del mondo del lavoro. E per mondo del lavoro intendo dire non soltanto quello dipendente: meglio sarebbe dire mondo attivo, in senso generale.
    Non vorrei resuscitare l’antica tiritera che qui rappresento in modo sintetico: “Chi sa fa; chi non sa può far tutto, tranne fare”

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