9 COLLEGHI DELLA MIA FACOLTA’

Se qualcuno subisce un torto, o meglio in molti ritengono che egli abbia subito un torto e sono anche convinti che qualcuno ha agito più o meno intenzionalmente per provocare quel torto, occorre una qualche forma di giustizia. Nel Codice di Hammurabi, XVIII secolo a. C. (artt. 198 e 201) e ancora nei libri più antichi della Bibbia (Esodo 21, 23-27), che probabilmente da esso derivano, troviamo la famosa legge “occhio per occhio e dente per dente”. Questa affermazione, con ogni probabilità, è servita a frenare faide ben più violente che allora erano comuni. Spesso capitava, infatti, che un potente, al cui figlio un poveraccio aveva fatto uno sgarbo, uccideva il figlio di quest’ultimo per vendetta. Quella legge voleva forse limitare questo tipo di comportamenti. Dal punto di vista morale tale istanza viene superata dal famoso brano di Matteo 5,28, che contrappone all’occhio per occhio il “porgi l’altra guancia”. Un chiarimento dal punto di vista giuridico di questo problema si realizza soprattutto nel Settecento con cesare Beccaria. La giustizia infatti non è un problema solo dei singoli che sono coinvolti nel contenzioso. In un certo senso, “occhio per occhio e dente per dente” è una legge civile, cioè regola i rapporti fra i privati. Per contro, un torto, è la violazione di una moralità che molti della comunità condividono. Per meglio dire: se una comunità ritiene che A abbia commesso un torto a B, il problema non riguarda solo A e B, ma l’intera comunità. La comunità, infatti, pensa che A abbia provocato inutilmente un danno a B. Ora la comunità deve in qualche modo riparare il danno di B. Ma soprattutto deve disincentivare questo tipo di comportamenti, per cui A va punito e rieducato, nei limiti del possibile. La punizione di A, però, non è una riparazione per B. Una comunità non può decidere di danneggiare qualcuno per far piacere a qualcun’altro, anche se il primo è colpevole. E questo perché la colpevolezza di A, anche se è passata in giudicato, resta solo un’ipotesi, visto che non abbiamo accesso all’unico e definitivo foro, che è quello interiore del singolo che ha commesso l’atto. La comunità, piuttosto, decide di danneggiare qualcuno per evitare che quei comportamenti si ripetano in futuro, cioè per disincentivare quel tipo di azioni. La punizione di A può essere la riparazione di B, se è possibile regolare il tutto in termini di beni patrimoniali, ma non in altro modo. La comunità, cioè, non dà il carcere ad A per far piacere a B. Ancora peggio, e siamo alla faida, la comunità non può decidere di danneggiare colui che ritiene colpevole colpendolo mediante un danno comminato a una persona a lui cara.

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2 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, SOCIETA'

2 risposte a “9 COLLEGHI DELLA MIA FACOLTA’

  1. Alfredo

    E’ vero, Vincenzo.
    E’ la comunità a stabilire che “A” possa pagare il suo crimine con il carcere.

    Con questo bel sistema, tutte le lettere dell’alfabeto, sia minuscole che maiuscole (acca compresa), anche se non hanno il becco di un quattrino possono acquistare in comode rate – mensili o annuali – crimini di ogni genere.
    Con il patteggiamento, poi, si può accedere a sconti ed offerte speciali del tipo 2×3.

    Eh si, anche il codice penale è legge: legge di mercato.

  2. sono solo di passaggio

    occhio per occhio… la matemetica insegna che fa occhio al quadrato. un danno che ne provoca uno più grande..
    giudicare è assai difficile credo no?

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