GLI INSEGNANTI: NEANCHE NEMICI

Molti insegnanti e docenti universitari ripetono da decenni l’instancabile ritornello: “Vogliono distruggere l’istruzione pubblica per favorire quella privata”. Che frange della Chiesa spingano per drenare risorse alle loro scuole è vero; che qualcuno, come Dario Antiseri, sulla scorta di Milton Friedman, abbia promosso l’idea di favorire la competizione fra scuole dando alle famiglie una sorta di buono, che poi possono spendere nella struttura che preferiscono, è vero. Proposta affascinante, anche se non saprei quali sarebbero le conseguenze. Ma che questo Governo abbia un progetto quale che sia riguardo all’Istruzione e alla formazione non è vero. La ministra Gelmini neanche le vede le leggi approvate in Consiglio dei Ministri, che sono decise dal Ministro dell’economia, per togliere qualche miliardo di euro all’intero comparto da dare in modi diversi ai commercianti e alle piccole imprese poco concorrenziali che sono la base dell’elettorato del Centrodestra. Capisco che è duro per noi non avere neanche il riconoscimento di essere dei nemici, ma purtroppo suscitiamo in questa classe politica il più totale disinteresse. Le cose sono leggermente cambiate quando si sono accorti che il Paese era più vicino ai suoi insegnanti di quanto avessero immaginato e hanno avuto paura di perdere consenso. Purtroppo bisogna anche dire che molti di noi non hanno lasciato un buon ricordo negli animi dei loro discepoli, per cui il consenso attorno alla classe docente è solo parziale e così Tremonti ha gioco facile a togliere risorse all’istruzione.

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1 Commento

Archiviato in POLITICA, SOCIETA'

Una risposta a “GLI INSEGNANTI: NEANCHE NEMICI

  1. Mi piacerebbe spendere qualche parola sulla dicotomia perenne tra istruzione privata e pubblica, divisione in cui (pur tifando per la pubblica) vedo in ogni fazione solamente gigantesche considerazioni ed interessi politici più che di merito. Alla base di tutto c’è la visione distorta della scuola che abbiamo ereditato da secoli di dirigismo politico e soprattutto dai nefasti esiti di una certa parte del Dopoguerra.

    Invece mi soffermerò su una (affettuosa) cattiveria: la classe imprenditoriale italiana non è competitiva. Ok.

    Ma la scuola italiana sì?

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