“NON E’ CHE L’INIZIO” SAREBBE MEGLIO SMETTERLA

Sul Manifesto del 31 dicembre scorso è comparso un editoriale di Valentino Parlato, http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20081231/pagina/01/pezzo/238373/ intitolato “Non è che l’inizio”, da cui stralcio questo brano che commento frae per frase:

È – come abbiamo imparato sui libri – una crisi del capitalismo, del sistema che cerchiamo di avversare, ma gli effetti più disastrosi li ha su di noi.

Quel “noi” stona. Certamente è una crisi che va a colpire le persone economicamente più deboli, fra le quali dubito che ci sia Valentino Parlato, a meno che il giornalista non si consideri organico, nel senso di Gramsci, a questo gruppo di persone. E allora qui vedo un grave pericolo, quello della profonda mancanza di democrazia di un pensiero dittatoriale, basato sull’idea che i pochi intellettuali dovrebbero sapere quello che è bene per i molti.

Innanzitutto sui lavoratori diventati non più oggetto di sfruttamento e di profitto come ai bei tempi quando sostenevamo la lotta di classe, ma spesa inutile e quindi da mandare per un po’ in cassa integrazione e poi alla mendicità.

Non capisco. Una tesi marxista, del resto ragionevole, è che il padrone ha bisogno, per avere manodopera a buon prezzo, di molti disoccupati. Quindi questa contrapposizione con il passato non riesco a vederla.

La crisi restringe, elimina, i margini di trattativa. La crisi è del capitalismo, ma la prima vittima è il suo antagonista, la classe operaia e con lei tutte le speranze di crescita e di benessere.

All’inizio dell’articolo con il termine “capitalismo” sembrava si parlasse di una maniera di produzione. Anche se è un uso molto generico, possiamo dire che la maniera di produrre che caratterizza un certo numero di paesi dalla fine del Settecento in poi ha effettivamente dei tratti comuni, come la produzione in serie, la divisione del lavoro, da un certo momento in poi l’uso dei risultati della scienza, la perdita di importanza del primario, la centralità del capitale ecc., ma adesso il capitalismo diventa un vero e proprio Moloch, sembra essere una specie di raccolta di tutto ciò che non ci piace: l’inquinamento, lo sfruttamento, la bruttezza delle periferie, la povertà, l’alienazione, le nostre frustrazioni ecc. E allora diventa facile accusarlo di tutto. Accanto al capitalismo poi ci dovrebbe essere la classe operaia, il che è estremamente confuso. Forse nella Manchester degli anni ’70 dell’800 si poteva parlare di classe operaia, riferendosi a un gruppo nutrito di persone che si trovavano più o meno nelle stesse condizioni socio-econimiche, ma utilizzare questo termine oggi in Italia significa fare di tutta l’erba un fascio: che cosa è comune fra il pensionato operaio, il giovane lavoratore interinale, la giovane laureata che sta in un call center, l’operaio specializzato della Fiat che di fatto è un tecnico, il disoccupato intellettuale, l’immigrato che raccoglie pomodori a 3 euro l’ora in nero? Forse l’unica cosa che li accomuna è un certo senso di frustrazione; ma con questo non si può costruire una buona sociologia del lavoro.

Le crisi economiche producono anche la guerra, che è un modo estremo di riaffermare il potere dei ceti dominanti.

A volte è successo, ma non è la regola. Ad esempio la Seconda guerra mondiale è scoppiata quando la crisi del 29 era stata ampiamente superata; la crisi del 1973 non ha provocato nessuna guerra, lo stesso vale per la crisi degli anni ’70 dell’800. Anche la crisi in Italia degli anni ’90 non ha causato nessuna guerra. Purtroppo anche la seconda parte di questa affermazione è del tutto falsa. E’ successo spesso che i ceti più forti hanno guadagnato da una guerra, ma dalla fine del ‘700 in poi la guerra è un fatto di massa, dove la figura del volontario gioca un ruolo determinante. Certo la guerra di von Clausewitz, cioè la guerra Ancien regime era una guerra provocata dai ceti dominanti, ma ora non è più così.

La sanguinosa aggressione dello stato di Israele contro i disperati della striscia di Gaza va collocata in questo quadro di crisi e di oscurità del futuro.

L’aggressione non è stata di Israele, ma di Hezbollah. che poi la reazione di Israele sia spropositata, e probabilmente inutile, è un altro fatto. Poi non capisco che cosa c’entri con la crisi, mica è una conseguenza della crisi economica mondiale.

Non sono i rozzi razzi di Hamas a provocare l’aggressione. Ci sono le elezioni in Israele: per vincerle bisogna essere più duri e selvaggi del concorrente. C’è l’incognita di Obama: la guerra, serve a farlo schierare per Israele e per i suoi bombardamenti criminosi.

Fra le ragioni della guerra ci sono sicuramente anche queste. Ma sono convinto che se Parlato avesse abitato in Israele per un po’ di anni, subendo attacchi indiscriminati ai propri figli che vanno a scuola, razzi che arrivano quotidianamente a casaccio, si renderebbe conto che l’attacco di Israele ha anche altre ragioni. O forse il giornalista del Manifesto pensa che gli israeliani siano di razza più cattivi degli altri e quindi che gli ebrei sono contenti di vedere i palestinesi massacrati senza ragione!?

Nel nostro mondo occidentale c’è una crisi generale delle sinistre, delle forze che in qualche modo vorrebbero uscire dalla macchina infernale del capitalismo, che diventa più feroce quando è incalzato dalla crisi. Il capitalismo è – credo io – nella sua più grave crisi, peggio del famoso 1929. Più grave proprio perché il capitalismo si è perfezionato. Non ci sono più spazi vuoti nei quali la crisi si arena. Mai come oggi vale il detto secondo il quale il battito di una farfalla a Pechino provoca un terremoto a New York.

Ormai si arriva alla completa personificazione del capitalismo, eliminato il quale tutti i mali sono scomparsi. Beato Parlato che ha le idee così chiare!

Forse ci sarebbe bisogno di un’analisi più precisa, che mettesse in luce i problemi singolarmente, evitasse approssimazioni eccessive e proponesse soluzioni serie. A ME DISPIACE CHE L’INFAME TAGLIO AI VANTAGGI FISCALI DELLE COOPERATIVE EDITORIALI DEL GOVERNO RISCHI DI FAR CHIUDERE UNA VOCE COME QUELLA DEL MANIFESTO, PERO’ CERTO CON PAROLE  COSI’ CONFUSE NON SI FA MOLTA STRADA.

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3 commenti

Archiviato in POLITICA, SOCIETA'

3 risposte a ““NON E’ CHE L’INIZIO” SAREBBE MEGLIO SMETTERLA

  1. elis1r

    se il capitalismo si è perfezionato e l’Italia è un paese capitalista, non è degno di un Paese sviluppato che, in piena crisi economica, l’iniziativa istituzionale più significativa sia stata l’invito rivolto ai cittadini di andare a fare la spesa. Per quanto sia indispensabile questo genere di contributo da parte dei singoli, non è sufficiente, così come non può bastare la mera individuazione degli strumenti per fronteggiare la crisi, se poi le istituzioni non si impegnano a metterli in pratica. Un segnale positivo è arrivato, tuttavia, dalla Provincia di Roma, che ha acquistato quote di partecipazione della società Alta Roma, per dare un aiuto concreto alle aziende artigiane e alle piccole e medie imprese, (quelle maggiormente colpite dalla crisi).Ci si augura che Zingaretti possa essere un buon esempio da seguire.

  2. Concordo assolutamente con quanto scritto. E’ un po’ che non mi capita per le mani il Manifesto, ma se quello che mi perdo sono questi deliri, ben venga.

    La faziosità non aiuta mai, specie quando si affrontano temi delicati. Vedi Israele – una situazione in cui non riesci pienamente a condividere il comportamento di nessuna delle fazioni in lotta, a prescidere da quale “parte” tu abbia scelto, se proprio hai voluto farlo. Servirebbe più prudenza.
    Certo che se invece siamo a mettere insieme la tesi che (prescindendo dal fatto che l’aggressione non è iniziata da Israele) tutto questo dipenda dalle elezioni israeliane, evitando bene di fare qualunque considerazione su come all’anomalia politica Hamas la tregua non convenisse affatto, bè allora siamo al solito prigionieri di quelle retorica della stampa italiana che tratta temi di massima serietà con metodi da dialettica calcistica. La cosa desolante è che a guardar bene, il battagliare politicizzato dei mezzi di informazione ricorda più la dicotomia tra interisti e milanisti che non un autentico scontro di idee.

  3. (…) retorica della stampa italiana che tratta temi di massima serietà con metodi da dialettica calcistica.
    Bravo Mendi!
    Questo tuo virtuosismo espressivo, conferma in me il concetto di retorica e di dialettica che mi sono costruito guardando alle cose del mondo sindacale che, per molti anni, ho seguito direttamente.
    E’ retorico quel discorso che, con argomentazioni non logiche ma convincenti nel toccare le corde del sentimento, portano l’interlocutore a condividere le opinioni di chi le espone.
    La dialettica è un insieme di argomentazioni pseudo-logiche, confezionate partendo da presupposti sorretti da un insieme di ipotesi non verificate e come tali, false.
    Mentre ritengo la retorica come fatto positivo quando è condotta sulla base della ragionevolezza (convincere una persona a compiere atti virtuosi o ad assumere decisioni sensate, ad esempio), la dialettica è deleteria perchè, in nessun caso, un ragionamento può essere condotto dichiarando vero un presupposto che può anche non esserlo.
    Le teorie materialiste hanno inquinato a tal punto il comune modo di pensare che, nella vita reale, per ogni evento o circostanza, si pensa di dover far ricorso ad atteggiamenti come quelli che si praticano nei campi sportivi dove i tifosi danno sfogo a insensate certezze che nascono dal loro ineducato e confuso stato mentale.
    ——————
    Bene ha fatto Vincenzo a rilevare gli errori logici nelle argomentazioni dell’editoriale di Valentino Parlato, ma, prima, avrebbe dovuto anche verificare se i presupposti di ognuna delle proposizioni fosse retta da un ipotesi vera.
    Seguire la dialettica è un esercizio vano ed inutile.
    Dal gioielliere, prima si vede se la gemma è vera o falsa e poi si valuta se l’orafo ha fatto un capolavoro!
    ——————-
    Tra Epifani e Bonanni chi è il dialettico e chi il retore?
    Una buona notizia: ho letto da qualche parte che il discorso di Capodanno del Capo dello Stato è stato retorico.
    ——————-
    Viva la retorica! Abbasso la dialettica!

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