L’ONDA DI MICROMEGA

Sul Manifesto del 31 dicembre scorso c’è un’intera pagina sul numero speciale di Micromega dedicato alla protesta nelle università, cioè alla cosiddetta “onda”. Il volume è introdotto da un editoriale di Flores d’Arcais, direttore della rivista, scritto con stile verboso, pieno di termini stranieri e di frasi involute, che fa pensare al famoso detto di Nietzsche secondo cui chi ha acque profonde non ha bisogno di intorbidarle, per impedire la vista del fondale. Il sugo è comunque che troppa parte della protesta è ideologizzata da coloro che che pensano di voler cambiare tutto e poi non fanno nulla. Difetto caratteristico della nostra tradizione massimalista. Giustamente Illuminati sul Manifesto nota che questa osservazione è falsa. Anche nella mia piccola esperienza ho visto che, benché gente del genere ce ne era, come sempre, si trattava di una minoranza che non è riuscita a prendere il sopravvento.  A seguire un bel panorama di Emilio Carnevali e Cinzia Sciuto sulla storia e il pensiero del movimento, che ha però il difetto di non far notare come il Governo è riuscito a smontare la protesta con il famoso Decreto 180, che ha dato un contentino ai Rettori, i quali si sono dissociati e poi l’onda si è sostanzialmente infranta sulle ferie natalizie. Non mi ha covinto l’articolo dello storico Angelo d’Orsi, che sostiene ci sia un disegno per distruggere la scuola pubblica a favore di quella privata. Come ho già detto, il problema non è che ci sia un disegno, ma che la formazione in Italia non è mai stata considerata una priorità, se non durante il Ventennio. Certo la Destra è contenta di rovinare la scuola pubblica che in effetti in genrale nel suo corpo docente vota a sinistra. Ma non è questo il problema. Poi mi ha colpito l’articolo di Mariapia Montello su Valentina Aprea, Presidente della Commissione cultura della Camera, persona che per altro stimo. Quest’ultima ha proposto un disegno di legge, il 953, che in effetti rischia veramente, quello sì, di smantellare la scuola pubblica, trasformandola in un affare di famiglie di notabili locali. Come dice l’autrice, la nostra Costituzione garantisce la lbertà degli individui e questo anche contro l’eccessiva invadenza della famiglia. La scuola pubblica svolge questo importante ruolo. E’ lì che il bambino incontra qualcosa di più e di maggiormente molteplice rispetto a quello che gli viene proposto in casa e che gli consente di liberarsi almeno in parte dal retaggio familiare. Giustamente Giulio Marcon sottolinea che in una situazione di poche risosre occorre tagliare, ma è una questione di priorità dove tagliare. Scelta miope quella di tagliare a livello di formazione e ricerca. Ci sarebbero alternative più oculate.  Scritto bene l’articolo di Francesco Sylos Labini e Stefano Zapperi, che però elencano i soliti mali dell’università, senza dire nulla di propositivo. Sulla ricerca il punto fondamentale, ma forse anche sulla didattica, sarebbe quello di esaminare le strutture a valle, come diceva il Ministro Mussi, con metodi come quello del CIVR. Non tanto regole certe per i concorsi, quanto controllo delle strutture ogni tre anni; strutture che dovrebbero avere una certa libertà di azione. C’è anche molto altro nel volume, che vale la pena di leggere. Un altro punto che mi ha colpito è che tutti parlano male della riforma 3+2, senza notare che Berlinguer è stato il primo Ministro dell’Università che ha seriamente provato a riordinare la didattica, che languiva in strutture legislative obsolete da decenni. La riforma aveva di certo molti difetti, in parte corretti dalla 270, ma anche molti pregi, come il titolo dopo 3 anni, che ha diminuito i fuori corso, un’organizzazione più razionale degli impegni di studio con il sistema dei crediti, che non trovo così nefasto, anche perché è un tentativo almeno parziale di quantificare il lavoro degli studenti e degli insegnanti. Inoltre la 509, e la 270 ancor più, introducono un’autonomia nell’organizzazione della didattica che le università hanno usato male, ma che avrebbe potuto essere una buona occasione, se ci fosse stato il serio controllo a valle di cui dicevamo prima, anche sulla didattica. Il vero difetto di tutte queste leggi e del Processo di Bologna in generale, mi sembra sia quello di voler legare la formazione al mondo del lavoro. In questo penso bisogna condividere almeno in parte le tesi di edufactory che sottolinea come l’università sia la nuova fabbrica. A mio parere l’università, soprattutto il triennio, dovrebbe essere un luogo di formazione e non di professionalizzazione. E questo per diversi motivi: primo, perché non si può pretendere che a 19 anni si decida ciò che si vuole fare per tutta la vita. In secondo luogo, nel tempo che uno si laurea, soprattutto se frequenta anche la laurea specialistica o magistrale,  il mercato del lavoro cambia. Inoltre il lavoro per lo più si impara lavorando e non studiando. Infine quello che dobbiamo insegnare, assieme ad alcuni elementi fondamentali delle diverse discipline, è un metodo di studio e di indagine, che non è prettamenmte specialistico, anche se lo si acquisisce solo specializzandosi.

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