IL TEMPO IN GEOLOGIA

Mi ha colpito molto il modo di classificare i tempi dei geologi. Ricordo un libro di Mbiti sulla filosofia africana, che parlava anche della nozione di tempo in alcuni popoli del Centrafrica. Essi non dividevano il tempo sulla base di eventi astronomici, come facciamo noi, ma su quello che accadeva nel loro contesto di vita. Lo sforzo nella nostra cultura è stato quello di trovare un modo per misurare il tempo che fosse il meno possibile antropomiorfico. E il risultato finale (fino a ora) di questa ricerca è la definizione, proposta dal fisico isidor Rabi nel 1945, poi accettata nel 1967 dal BIPM, del secondo come 9.192.631.770 oscillazioni dell’elettrone più esterno dell’atomo di Cesio (il Cesio, perchè non ha isotopi, è facile da misurare e lo si può trovare in diversi luoghi dello spazio e del tempo). Per contro, per questi popoli il tempo è legato alla mietitura o al raccolto, per cui se queste attività durano di più i mesi si dilatano e se durano di meno i mesi si restringono. In un certo senso, in geologia e in paleoantropologia si ritorna a quella maniera “primitiva” di misurare il tempo, perché le ere, le età ecc. sono caratterizzate dalla presenza di certe forme di vita (mesozoico, cenozoico) o da certe attività dell’uomo (età del ferro, età del bronzo) o da certi tipi di rocce (ordoviciano, siluriano) (vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Scala_dei_tempi_geologici). La collocazione temporale oggettiva di queste ere, periodi, età ecc., può cambiare a seconda dei ritrovamenti. E’ un po’ come accade a quei popoli africani di cui parla Mbiti!

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