KANT, LA MORALE E JOHN RAWLS

All’inizio del § 7 del I libro della Prima parte della Critica della ragion pratica (A 54), Kant enuncia quella che chiama la legge fondamentale della ragion pura pratica, “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere come principio di una legislazione universale”. In pratica l’imperativo categorico non è basato su una serie di obbligazioni determinate, come, ad esempio, i comandamenti, bensì su un metodo per determinare di caso in caso che cosa dobbiamo fare. Non è detto, ad esempio, che “non uccidere” sia sempre giusto. In ogni situazione dobbiamo valutare che cosa dobbiamo fare e giungere, attraverso il mero ragionamento, all’obbligazione di quella singola fattispecie. Secondo Kant, esiste un modo del tutto a priori di stabilire tale obbligazione. Ad esempio, non possiamo non mantenere una promessa, perché se non la mantenessimo andremmo contro il concetto stesso di promessa. Non credo che oggi possiamo più condividere una siffatta fiducia nella ragione. Ciò malgrado l’imperativo kantiano non ha perso il suo valore. Vediamo perché. Possiamo provare a darne un’onterpretazione utilitaristica: “opera in modo che se tutti facessero la stessa cosa in quella situazione la felicità degli uomini globalmente aumenterebbe”. E’ chiaro che se tutti mantenessimo le promesse, staremmo tutti meglio. Sappiamo però che l’utilitarismo non tiene conto della distribuzione della felicità. E allora si può ripensare l’imperativo kantiano come ha fatto John Rawls: “Opera in modo che se tutti agissero così in quella situazione e tu fossi una qualsiasi delle persone coinvolte nella tua azione, saresti comunque soddisfatto”. E’ chiaro che non ti converrebbe non mantenere una promessa, ma neanche rendere molto felice Tizio a scapito di Sempronio, come potrebbe accadere in una prospettiva utilitarista. Credo che sia qualcosa del genere che ci comanda la ragione. E lo scettico potrebbe dire: “E se io non seguissi quell’imperativo?”. Beh, se tu non lo seguissi una volta, forse ti andrebbe fatta bene, ma una vita che è sistematicamente contro quel comandamento ha più probabilità di essere infelice che felice. E tanto basta per fondare una morale.

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2 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE

2 risposte a “KANT, LA MORALE E JOHN RAWLS

  1. sulle questioni legate al fare e non fare io ho trovato in Gandhi un faro unico e insuperato. Gandhi ha una marcia in piu’ rispetto a molti (fra tutti quelli che conosco io almeno) perche’ lavorava con la morale come se fosse una materia scientifica. Gandhi era essenzialmente uno sperimentatore (e come tanti sperimentatori e’ morto in laboratorio). A volte ci arriva l’immagine di un Gandhi santo, altre di un Gandhi oscurantista, la verita’ e’ che invece Gandhi fu soprattutto uno scienziato e un artista che ha sempre declamato la provvisorieta’ di ogni risultato da lui raggiunto (“posso cambiare idea in qualsiasi momento” diceva sempre). Ad esempio, molti non sanno che Gandhi poneva deroghe anche sull’omicidio, in alcuni casi in Gandhi uccidere un altro uomo non e’ solo legittimo, ma necessario.
    Se posso parlare un po’ in generale, mi viene da dire che la cattiva luce con cui qui (in italia almeno) viene illuminato gandhi e’ che viene sempre usato come esempio di passivita’ per giustificare il nostro dna sinistro e stalinista per ammazzare a destra e a manca in nome della giustizia sociale.

  2. In qualche parte dei commenti sui nostri blog, il Venditore di dubbi (Piccochiu) cita Pascal: “Bisognerebbe che non si potesse dire di uno:”E’ un matematico”, né “è una persona eloquente”, ma “è un galantuomo. Questa qualità universale è l’unica che gli piace”.
    Ora, sempre a proposito di Kant, Vincenzo ci dice che “non possiamo non mantenere una promessa, perché se non la mantenessimo andremmo contro il concetto stesso di promessa”.
    Ho avuto occasione di trattare il tema nel titolo “Verità e credibilità” con riferimento alle promesse fatte dai candidati nel corso delle scorse elezioni politiche. Trascrivo, qui di seguito, parte del brano, riservandomi – poi di gettare un sasso nello stagno in favore di Kant.

    Il programma politico è un progetto organizzativo riguardo ai flussi di risorse per giungere ad avverare la promessa politica.
    Perché sia vera la promessa occorre che l’agente politico abbia la piena governabilità delle risorse, da una parte; dall’altra che le intenzioni non si discostino dall’effettiva promessa quale è stata dichiarata.
    Così sembra ma è solo un’illusione perchè l’efficacia della politica non si misura in base all’assunto:

    Credibilità = Intenzione –> Promesse –> Verità

    I tre casi mostrati qui sotto, combinati tra di loro, dimostrano che l’efficacia politica, debba essere valutata dai fatti che derivano dalle azioni e non dal rapporto credibilità/verità fondato sulle promesse. L’uomo politico si propone confezionando il proprio programma in relazione alle risorse che disporrà dopo essere stato eletto e le azioni le compirà in relazione ai fini che vorrà/dovrà raggiungere. Pertanto dà al suo programma una veste convincente sulla base della ideologia già fortemente condivisa tra i suoi elettori e parteciperà ai comizi:

    1. con la promessa limitata alle sole risorse disponibili, con l’intenzione di realizzare quanto promesso esattamente come dichiarato;
    2. con la promessa di sfruttare le risorse nei limiti di quelle disponibili o di quante altre potrà disporne, con l’intenzione di realizzare quanto promesso in modo consciamente diverso da come dichiarato;
    3. con la promessa generica collegata all’ideologia tradizionale collegando risorse indefinite con l’intenzione di agire esclusivamente per recare il minor danno al proprio potere, quando lo eserciterà.

    Le tre proposizioni, così come formulate, non danno nessun risultato, in termini di verità e di credibilità; perché nei tre casi l’uomo politico potrà essere indifferentemente credibile, dire il vero ed essere galantuomo; oppure credibile, dire il vero e non essere galantuomo; oppure essere credibile non dire il vero ed essere galantuomo, oppure essere credibile, non dire il vero e non essere galantuomo. L’importante è che appaia credibile, altrimenti nessun partito lo candiderebbe.
    Ritengo che l’elemento essenziale che caratterizza l’uomo politico, non è che dia mostra di essere veritiero o galantuomo, ma che sia credibile per il target che vuole rappresentare.
    La prima promessa sembra essere quella più vicino a soddisfare la condizione credibilità/verità, ma potrebbe invece essere quella di minore efficacia al punto di scontentare tutti.
    La seconda promessa , più realistica, è peraltro più rischiosa e più credibile ma solo in apparenza, perché, nei fatti l’intenzione sarà diversa dalla promessa.
    La terza promessa, infine, sembra la più credibile perchè risulterà vera a prova dei fatti, ma non è detto che sarà la più efficace perchè il risultato potrà essere la totale perdita di consenso.

    Il consenso si ottiene sulle cose fatte e non sulle cose vere o false, o sull’onorabilità dell’attore politico.

    A mio parere, con riferimento alla situazione politica nel nostro paese, il candidato dovrebbe orientarsi alla promessa di tipo 2.: usare le risorse con l’intenzione di realizzare quanto promesso in modo consciamente e sostanzialmente diverso da come dichiarato. E’ l’unica via coraggiosa da seguire quando, per mettere le cosa a posto, si devono scontentare molte persone che godono di poteri forti.

    —————–
    Sembrerebbe proprio che essere galantuomini non dipenda dal dire il vero. Si dedurrebbe che un bugiardo potrebbe essere galantuomo. Gli è che nessuna azione del politico è sorretta da principi inconfutabili. Le cose dette dai politici per farsi eleggere riguardano scenari più o meno realistici che si muovono secondo tendenze dinamiche poco prevedibili sui quali il candidato costruisce argomentazioni che soddisfino l’elettorato.
    La “galantuomità”? Dipende tutta dalla preparazione, dall’onestà intellettuale e dalle lobby frequentate che in Italia risultano essere tutte fortemente consociate.
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    Gandhi è grande. Ma in India risulta ancora esserci caste ed esseri umani impuri: gli intoccabili!

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