LA VITA AGRA

Ho appena finito di leggere “La vita agra” di Luciano Bianciardi, che mi ha consigliato l’amico Giovanni Macchia. Uscito nel 1962 è la cosa migliore del giornalista e traduttore. Un libro misantropo, autoironico e contro l’industrializzazione del Paese di quegli anni, che propone in pagine memorabili una sorta di comunismo copulatorio, che poi sarà un cavallo di battaglia del Sessantotto. Inutile dire che è un libro senza esiti morali e per questo letterariamente limitato. Divertente, scritto in una lingua artificiosa ma bella, come tutta la buona narrativa italiana, vede cose che diventeranno evidenti a tutti solo molti anni dopo. Trapela però sotto sotto la nostalgia per l’Italia contadina in alcuni flashback, come quando paragona il moderno supermercato, descritto tramite le celebri pagine di Vance Packard, “I persuasori occulti”, e il negozietto del paesino di provincia, dove potevi ugualmente comprare tutto ed era in fondo molto più umano. No caro Bianciardi e tutti i nostalgici di quella cultura, non era più bella l’Italia del malessere delle campagne, della fame e della malaria, delle donne oppresse e dei latifondisti, della gente che in media moriva a 35 anni e dei bambini nati storpi, dell’analfabetismo e della totale mancanza di democrazia. Quell’Italia, che purtroppo pesa ancora molto su di noi, è proprio quella che dovremmo dimenticare. Quell’Italia familista e senza coscienza civile, autarchica e fatta di ducetti irresponsabili, che ancora oggi è la linfa vitale della profonda crisi del tessuto sociale in cui viviamo, di quell’Italia non solo non ho nostalgia, ma ho nausea, perché me la trovo tutt’intorno. Siamo stufi di quest’arcadismo letterario, che da Virgilio in poi mena i letterati in mondi rarefatti totalmente privi di spessore politico. L’Italia contadina non era certo quella che viviamo nei graziosi agriturismi, del buon vino e del salame genuino. Era feudalesimo iniquo, inerte e violento. Ma Bianciardi è troppo intelligente per cadere fino in fondo in quella nostalgia, per cui alla fine ironizza anche su questi sentimenti. Ci rimane di buono la sua incazzatura, la sua indignazione. Questa è una lezione che possiamo mantenere.

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5 commenti

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5 risposte a “LA VITA AGRA

  1. Probabilmente la società (non il mondo, per carita’) è sempre stata un luogo orrendo, e non fatico a credere che la società di ieri, a suo modo, fosse nauseante come la societa’ di oggi. Pasolini, sensibilissimo alla questione dell’industrializzazione del paese, declamava senza mezzi termini che stavamo uccidendo l’italia reale per portarla nell’incubo del neocapitalismo. Probabilmente l’Italia di oggi e’ un mix diabolico di turboneocapitalismo e di autoarchia, che non ha mai veramente sepolto il fascismo.

    Io divido i tipi di uomini in tre grandi categorie:

    – chi crede che il presente sia meglio del passato (senza cuore)
    – chi crede che il passato era meglio del presente (senza cervello)
    – chi non si pone la domanda e prova a combinare e si interessa del presente (senza pretese)

    La mia morale e’ che imparando a non aspettarci nulla dalla societa’, e’ piu’ facile fare qualcosa di buono. La buona notizia e’ che questa societa’ e’ cosi’ ripugnante che e’ facilissimo fare la figura dei fighi se si prova a combinare qualcosa. Peggiorare non e’ possibile.

  2. carlo

    è successo tutto così in fretta che non ce ne siamo nemmeno accorti; diceva Pasolini negli anni 60,non si rimpiange certo quel mondo di sfruttamento e sofferenza ma azzerare così tutte le diversità culturali sociali linguistiche etc.dando in cambio benessere consumistico e unità d’italia televisiva non ci ha portato bene,ovviamente tutto questo non è da considerarsi frutto di un progetto governato ,ma il prodoto di scimmiottamenti di ciò che avveniva o era già avvenuto nel mondo occidentale.
    comunque appena potrò leggerò il libro!

  3. x Carlo, in un certo senso il piano Marshall era molto lucido nei suoi obiettivi. Avevo visto anche dei documentari interni della Cia in cui, nel loro delirio un po’ fumettistico, sembravano trattare l’Italia come un esperimento in vitro. Erano immagini dell’Italia e degli italiani di quegli anni e una voce off spiegava agli agenti il “carattere” italiano e dove operare per modificarlo. A sua volta anche il piano Marshall non puo’ essere additato come il monofattore di un complotto, sicuramente pero’ si sono messi di buzzo buono pure gli americani a distruggere il paese.

  4. x Eugenio. Io direi “il piano Marshall non puo’ essere additato come il monofattore di un complotto, sicuramente pero’ si sono messi di buzzo buono pure gli americani a …” cambiare il paese.
    Perché “distruggere il paese”?
    ————–
    Non ci sono tre tempi, il passato, il presente e il futuro ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro (S.Agostino).
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  5. Le ideologie e le mode sono le molle del cambiamento.
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    La mia infanzia è trascorsa all’insegna del “Credere, obbedire e combattere” nell’epoca in cui la perfida Albione dominava nel mondo. Questo è il mio “presente del passato”
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    Da giovane, sino alla maturità mi sono barcamenato tra le più assurde ideologie nate dal contrasto tra la visione collettivistica della società e quella individualistica.
    Questo è il passato che avvia il presente.
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    Ora – non più attivo – assisto i miei nipoti nella riscoperta dei valori spirituali e materiali che ogni persona infonde nel proprio agire in società. Sono le persone e non le istituzioni i titolari del fardello di responsabilità che creano con le loro opere!!
    Questo è il presente del presente.
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    Realtà o utopia? Giorgio Gaber recitava: “La realtà è un uccello che non ha memoria; devi immaginare da che parte va”! Questo è il mio presente del futuro.
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    Quale ideologia, quale moda per il futuro? “Credere, obbedire e combattere”, in senso metaforico, ben s’intende! Non oltre la contesa sportiva!
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    N.B. Tra breve inserirò questo brano nel mio blog.

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