GIACOMA LIMENTANI SU GAZA

Nell’ultima pagina del Manifesto del 15 gennaio scorso è uscita questa bella intervista alla scrittrice ebrea Giacoma Limentani, che esprime bene lo stato d’animo di molti.

APERTURA | di Alessandro Portelli
intervista
Il giardino DELLA GUERRA – GAZA, ISRAELE E IL RIFIUTO DI RICONOSCERE L’ALTRO
Con il rumore delle armi in sottofondo, la scrittrice Giacometta Limentani e la giornalista Pupa Garribba, voci della cultura ebraica, riflettono sullo star male condiviso di fronte agli eventi di questi giorni. Perché «i palestinesi della Striscia stanno vivendo un momento terribile, ma non è che gli israeliani stiano nel paradiso terrestre»
Giacometta Limentani, scrittrice, 81 anni, e Pupa Garribba, 74 anni, giornalista, sono donne di sensibilità e di pace. Le ho cercate perché in questi giorni in cui il rumore delle armi e il rifiuto di riconoscere l’altro fanno sentire anche me ridotto al silenzio, mi pare importante non tanto convincersi o convincere, quanto almeno ascoltare – partendo dall’ambito dei sentimenti, dello star male condiviso.
Giacometta Limentani – È l’ambito dei sentimenti che mi ferisce di più. Sono le espressioni delle persone, l’aggressività delle parole. È ovvio che sono ferita a morte, i morti mi terrorizzano, le crudeltà da una parte e dall’altra mi stravolgono; ho vissuto troppo da vicino cose simili per non essere sconvolta. Però ci sono cose in Israele, di un’importanza assoluta: l’associazione dei genitori che hanno perso i figli, israeliani e palestinesi; scuole dove bambini e genitori ebrei israeliani e palestinesi studiano insieme. Io credo che i palestinesi a Gaza stiano vivendo un momento tremendo; però non è che gli israeliani stanno nel paradiso terrestre, hanno anche loro i loro guai. Sere fa alla radio una critica cinematografica parlava del film Il Giardino dei Limoni (del regista israeliano Eran Riklis). E diceva che si potrà cominciare a parlare di dialogo quando anche i palestinesi faranno un film simile sulle sofferenze degli israeliani.
Pupa Garribba – Io vivo più dall’interno le vicende israeliane perché ci vado spesso, ho una figlia che vive in Israele e dei nipoti che crescono in Israele. Negli ultimi tempi stanno verificandosi situazioni diverse. Mia figlia vive in un kibbutz pacifista, lei e i suoi amici sono quelli che riempivano le piazze per protestare contro le guerre ingiuste. E non mi sono stupita del fatto che a Tel Aviv ci sono state soltanto mille persone a manifestare. Perché non ce la fanno più. Sono assolutamente esausti. È impossibile continuare la vita con chi non ti riconosce e ti dice che non ti riconoscerà mai il diritto di avere uno stato. Io ho vissuto a Gerusalemme, tra il ’67 e il ’69; passavo molto tempo nei caffè di Gerusalemme Est con i palestinesi. Ci raccontavamo le rispettive storie, sembrava tutto possibile. Gli sbagli che hanno fatto i governi di Israele sono stati terribili, e gli sbagli che ha fatto l’autorità palestinese altrettanto. Però a questo punto la cosa che più mi preoccupa – ho un nipote di nove anni, bellissimo, delicatissimo, gli piace disegnare, gli piace la musica. Penso che fra nove anni vestirà la divisa. È una cosa che mi tormenta. E mi domando come arriverà mio nipote a vestire la divisa, con quali traumi crescerà. Ho visto Valzer con Bashir e sono rimasta sconvolta, perché questi traumi li conosco bene. I ragazzi che hanno fatto le guerre del Libano o che sono stati a Gaza hanno dei traumi imperituri, non li cancelleranno mai. Mandano allo sbaraglio ragazzi di diciotto anni che rimangono segnati per il resto della vita, contro giovani di uguale età che rimarranno segnati per il resto della vita, e mi domando che razza di società ci sarà fra dieci anni, fra venti. Però mentre noi l’autoanalisi la facciamo, mi domando quanti cristiani maroniti, quelli che hanno sgozzato i tremila palestinesi di Sabra e Chatila, hanno dei sensi di colpa. E quanti palestinesi cercano di vedere dentro di sé e arrivare a un momento in cui finalmente ci si guarda negli occhi e si parla.
Voi dite: perché Israele dovrebbe fare quello che gli altri non sono disposti a fare? Però, proprio perché Israele ha uno spessore democratico – con tutti i limiti, come l’esclusione almeno per il momento dei partiti arabi dalle elezioni – io da Israele come da tutte le democrazie anche imperfette mi aspetto di più.
Limentani – C’è sempre l’idea che l’ebreo non è come gli altri, e gli ebrei sono sempre ammazzati perché non sono come gli altri. Prendi Shylock (nel Mercante di Venezia): se un ebreo è ferito, non sanguina come gli altri? Siamo esseri umani, con le stesse pulsioni, le stesse necessità, vogliamo vivere in pace, vogliamo che i nostri figli siano considerati figli con diritto di vita. E lo stato d’Israele è fatto da ebrei, ebrei con delle storie agghiaccianti.
Garribba – Non si può chiedere una dose doppia di umanità ai cittadini israeliani; vorrebbe dire che i palestinesi sono umanamente inferiori, e questo non lo sopporto. Quando è scoppiata la guerra nel Libano i miei nipoti sono stati per sei giorni nei rifugi, poi dopo li hanno evacuati e per quarantasei giorni sono stati nel centro d’Israele lontano dai bombardamenti. Io mi sarei aspettata che i palestinesi di Gaza avessero preso i loro bambini e li avessero ammassati vicino alle frontiere, chiedendo alla Giordania e all’Egitto di prenderseli. Io questo mi sarei aspettata, perché io da loro mi aspetto molto.
Parlate dei traumi dei ragazzi israeliani; ma, avessero ragione o torto, non ne possono più neanche quelli della Cisgiordania, non solo Gaza.
Garribba – Completamente d’accordo.
Allora forse non ne possono più neanche loro, e mandano quattro missili.
Limentani. Il fatto che siano gli israeliani a sparare mi colpisce molto di più che se fosse chiunque altro. Lo sento fortissimo e credo che lo sentiamo tutti. Però non trovo giusto dire che siccome sparano sono nazisti. Come sopportare, che gli tirano i missili, continuamente, senza un attimo di pace – oggi c’è un’azione bellica, orrenda; però come ti viene in mente di mandare un kamikaze dentro un bar dove stanno facendo una festa di nozze? Questa non è politica, questo è orrore. È di questo che gli israeliani non ce la fanno più. Non ce la fai più, e reagisci.
Però non c’è proporzione, c’è un dislivello enorme di forze.
Limentani – Ma la forza materiale alla lunga non funziona, si ritorce contro chiunque la usi.
Garribba – Io ho vissuto la guerra del Kippur in un kibbutz a venti chilometri da Gaza, in un rifugio, con due bambine piccolissime, quindi ne ho un ricordo spaventoso. Visto che le due nazioni sono così strettamente intricate, se per otto anni tu mandi i missili – hanno calcolato 9300 missili in otto anni – quanto tempo pensi che possa andare avanti quella situazione? Fra l’altro, le città del Sud di Israele sono la parte più diseredata, città di sviluppo che non si sono mai sviluppate, dove la gente ha difficoltà a trovare lavoro, non ha soldi, e pensa che la colpa sia di questa guerra perenne per cui le risorse vanno agli armamenti invece che a loro, e quindi sono portati verso il nazionalismo, verso l’estremismo. I miei amici sono quelli che hanno provato orrore per la costruzione del muro, sono i miei amici; adesso mi dicono: da quando c’è il muro però gli attentati sono finiti. Io rispondo, se il muro fosse stato costruito sulla linea verde anch’io non avrei avuto niente da dire; ma non è stato costruito lì. E loro: forse non sarebbe bastato. E credimi, se mia figlia, che è una pacifista ad oltranza, che è andata in Israele partendo dai centri sociali, frequentava il centro sociale al Trullo, e in Israele ha trovato un kibbutz di sinistra dove esprimere il suo desiderio di uguaglianza – se mia figlia mi dice «non ce la facciamo più», vuol dire che siamo a un punto di non ritorno. Sono rimasta sconvolta quando mi ha detto questo. È una sconfitta terribile. Ma non possiamo dare la colpa soltanto a una parte dei contendenti. Finché Hamas non riconoscerà lo stato di Israele, ci sarà una tensione permanente, quelli spareranno da una parte, gli altri risponderanno dall’altra, e non ci sarà futuro. Io credo che l’unica maniera saggia sia quella di cercare di parlare con la Siria, che forse è pronta per un dialogo.
La questione dei territori, come la vivete voi?
Limentani – Io? Io restituisco tutto.
Garribba – Io pure restituisco tutto. Io sono andata volontaria in Israele per la guerra dei sei giorni, e mi hanno mandata a raccogliere mele in un kibbutz sotto il Golan, che allora era siriano e adesso è occupato: se da quelle alture butti un sasso, colpisci i tetti del kibbutz. Quindi mi sono resa conto di come hanno vissuto. Ma sarei prontissima a dare cinquemila Golan se ci fosse la pace con la Siria. Ma finché c’è questo rifiuto folle di riconoscere lo stato di Israele sarà sempre una ferita purulenta, che non riesce mai a guarire. Stamattina a Prima Pagina sentivo una signora, che non aveva un cognome ebraico e diceva: sono sconvolta se penso a quando gli israeliani che si ritirano da Gaza trascinandosi dietro i coloni, e i palestinesi di Gaza che distruggono tutte le infrastrutture che hanno lasciato gli israeliani. Restituiamo, gli diamo tutto, ce ne andiamo: ma che uso ne faranno? La sfiducia, lo sconvolgimento è totale. C’è un sacco di gente che continua a dire Hamas vincerà; io credo che più passa il tempo e più Israele si irrigidisce.
Limentani – Piazza Duomo mi ha terrorizzato. Loro possono pregare dove gli pare, però una piazza Duomo coperta di musulmani che pregano così e ogni tanto bruciano una bandiera, ero esterrefatta.
Garribba – Io ho mandato a tutti la lettera di Manuela Cartosio che è uscita sul manifesto. Sono andata alla manifestazione di Roma: se è una manifestazione equidistante, non è giusto che ci fosse gente con la kefia; se veniva qualcuno con un foulard con la stella di David l’avrebbero considerata una provocazione. Vendevano le sciarpe multicolori della pace; ero disposta a comprarle io e a darle perché si mettessero nella borsa la kefia e si mettessero la sciarpa della pace. E non c’è stato un solo slogan, un solo manifesto per la popolazione. Era tutto Hamas. Credimi, io non ho accettato l’idea che non abbiano portato via i bambini dalle zone di guerra.
Il problema non sono solo i bambini – oggi il fatto è che non esistono i crimini di guerra:da quando esistono i bombardamenti, non c’è più guerra che non sia un crimine in sé.
Limentani – È vero.
Garribba – Però io credo che l’opinione pubblica mondiale invece di parteggiare per l’uno o per l’altro dovrebbe dire basta, non ne possiamo più, la dovete smettere.
Come vedete le posizioni della comunità ebraica?
Garribba – Mi ha colpito che avessero stanziato trecentomila euro di medicinali da dare due terzi ai bambini di Gaza e un terzo ai bambini di Sderoth – ne hanno bisogno anche loro, perché queste cittadine di sviluppo sono poverissime. Una parte della comunità ebraica l’ha vista come un cedimento nei confronti dei palestinesi; io l’ho considerata un fatto molto rilevante. Ma adesso nella comunità c’è paura. Quando senti certe cose sui negozi degli ebrei di Roma, vengono alla mente dei ricordi terribili. La paura sta montando. Hai voglia di dire che sono frange – sono frange di destra e di sinistra che si stanno alleando. È come se ti sentissi in una tenaglia. Questo è quello che prova la gente che ha avuto queste esperienze. Le liste di proscrizione sono una cosa terribile, ci stanno riportando indietro di settant’anni. Come facciamo a rimanere insensibili a queste cose? E come fa mia figlia a rimanere insensibile, a non cedere alla tensione, all’angoscia, alla stanchezza? Lei ha organizzato l’esodo dei bambini del kibbutz per 46 giorni. Durante i week end li riportavano in kibbutz perché vedessero i papà e non perdessero i contatti. Mio nipote, dopo la seconda volta, non ci voleva più andare; aveva il terrore delle cannonate. Lui ha sentito le cannonate per qualche giorno; pensa ai bambini palestinesi. Allora dico: se noi che abbiamo la possibilità di fare dei ragionamenti a freddo perché le cannonate le sentiamo a distanza, parteggiamo per uno o per l’altro, vuol dire che non siamo più degli esseri umani.
Ma questo ti posso dire: in Israele è come se ogni soldato che è ferito o che muore, è come se lo conoscessi personalmente, perché con sette milioni di abitanti, magari è il figlio o il nipote di qualcuno che conosco, e quindi per me è una cosa terribile. E ogni soldato che viene mandato al fronte è uno strazio per tutti. Io non so se Israele ha usato o no le bombe al fosforo; oggi che hanno mandati i riservisti, vuol dire che lo stesso Israele non sa più che cosa fare.
Limentani – Le avete viste le facce dei soldatini israeliani, sconvolti, terrorizzati, fuori di sé?
Io da uno che è sconvolto, terrorizzato, fuori di sé io mi aspetto qualunque cosa.
Garribba – Ma questo è il rischio. All’inizio di Valzer con Bashir, c’è una muta di cani, ferocissimi, che sembra che ti vengano a sbranare. È un sogno ricorrente di un compagno d’armi del regista, che una notte va a casa sua e gli racconta, aveva 18 anni, era un soldato di leva, e il suo compito era entrare nei villaggi arabi di notte e ammazzare i cani che potevano abbaiare e svegliare i combattenti. Ne ha ammazzati ventisei, e tutte le notti gli venivano contro. Questi sono i risultati della guerra. Da una parte e dall’altra. Io non ci dormo la notte.

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4 commenti

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4 risposte a “GIACOMA LIMENTANI SU GAZA

  1. A volte penso che se esistesse una comunita’ internazionale il suo compito sarebbe quello di sanzionare ambo le parti del conflitto, dimostrando cosi’ che e’ il conflitto a venir colpito e non le parti in causa. Nei conflitti tutti hanno ragione e tutti hanno torto, e sempre vince il vincitore e perde l’umanita’.

    Venendo al mondo concreto, penso che israeliani e palestinesi potrebbero trarre un giovamento allontanandosi un po’ dalla loro terra, una sorta di progetto Erasmus in cui possano andare qualche mese a spasso in quei paesi che vivono in pace sia per distendersi e recuperare un po’ i traumi, sia per maturare un punto di vista piu’ distaccato. Sono abbastanza persuaso che piu’ che portare aiuti li’ farebbe bene offrire dei soggiorni alle vittime del conflitto.

  2. Come fai a non dar ragione ad una parte quando l’altra si fa governare da un partito il cui statuto è questo?
    http://www.cesnur.org/2004/statuto_hamas.htm
    ———-
    A mio parere, la prima cosa che dovrebbero fare i palestinesi è sciogliere Hamas e considerarla come un’associazione delittuosa che compie crimini contro l’umanità.
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    La seconda consiste nella richiesta di aiuti al mondo per la ricostruzione e lo sviluppo.
    I soggiorni alle vittime del conflitto dovrebbero essere concessi solo per motivi di studio e aggiornamento.
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    La terza riguarda il popolo islamico dominato dagli arabi. Noi occidentali dobbiamo convincerci che a quasi 14 secoli dall’Egira, nulla è cambiato. E’ una vera fortuna per noi occidentali che – beati dai frutti che raccolgono con l’oro nero – la loro litigiosità impedisca la venuta di un nuovo Califfo.

  3. sara

    Sto utilizzando questo articolo a scuola. Vedo con molta gioia che le studentesse alle quali l’ho proposto hanno risposto bene: sono state disposte a fare la fatica di ascoltare e a cercare di capire. O meglio mi sono sembrate disposte a mettersi un poco di più a pensare.
    Dunque grazie a chi l’ha fatto e a chi l’ha proposto.

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