RAGIONARE SU ELUANA

Mi sento di dover dire alcune parole sul caso Eluana Englaro. Innanzitutto occorre sottolineare come il padre avrebbe potuto seguire la strada che tanto è praticata nelle nostre cliniche dell’eutanaisa silenziosa, oppure avrebbe potutto andare all’estero. E invece, per far continuare a vivere in un qualche modo sua figlia, ha deciso di fare del suo caso una battaglia per i diritti della persona. Perché di questo si tratta. Il nostro diritto dà alle persone la potestà sul proprio corpo, per cui chiunque è padrone di rifiutare le cure anche se è in pericolo di morte. Nel caso della Englaro, essa non è in grado di esprimere la propria opinione, né ha lasciato un testamento biologico. Tuttavia la giustizia ha accertato che il suo parere sarebbe stato quello di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione artificiale, come si deduce dalla sentenza . Ora, nonostante tale accertamento, in mancanza di un testamento biologico, diventa essenziale stabilire se sussiste qualche possibilità che Eluana abbia una vita psichica oppure possa in un futuro averne una. Su questo nella sentenza si fanno affermazioni troppo vaghe per prendere una decisione ragionata avremmo bisogno di dati più aggiornati. Si veda comunque questa pagina. Nella relazione chiesta dai medici si fa riferimento a questo articolo comparso sul New England Journal of Medicine, che, per quanto ben fatto, risale al 2002. Sono importanti i risultati recenti usciti su Science 7 novembre 2008, secondo cui la mancanza di risposte non significa la mancanza di vita mentale. E’ vero che si ritiene che dopo 12 mesi di stato vegetativo le probabilità di risveglio sono praticamente nulle, però dalla relazione scientifica, siccome non si tiene conto di questi risultati recenti, non si capisce se Eluana sia veramente senza vita mentale. Credo sia questo il punto. Se allo stato delle nostre conoscenze la volontà di Eluana sarebbe stata quella di sospendere l’alimentazione e, sempre allo stato delle nostre conoscenze, le probabilità che lei abbia o possa avere una vita mentale sono praticamente nulle, nessuno può negare il diritto al padre di Eluana di sopsendere le cure. Questo non significa che, come alcuni sembrano sostenere, la Corte d’appello abbia obbligato il padre a sospendere le cure. Qui si tratta di un diritto della persona, non di un obbligo. Su questo caso vorrei ascoltare discussioni di questo tipo e non gli urli sconsiderati che si odono da tutte le parti.

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6 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, SOCIETA'

6 risposte a “RAGIONARE SU ELUANA

  1. Sono capitato qui per caso, passando da L’estinto. Non puoi pensare di “ascoltare discussioni di questo tipo e non gli urli sconsiderati che si odono da tutte le parti”. Il problema? Hai scritto una cosa logica e pacata, nessun urlatore la leggerà mai e ti urlerà di rimando.
    Ciao

    Marco F

  2. Nonostante le grida isteriche di una certa politica e della chiesa che imbrattano i giornali e si ritagliano sempre più spazi tra tg, programmi di approfondimento ed i soliti talk show, mi pare addirittura del tutto pleonastico discutere di un “Caso Eluana”.

    Se (1) “il nostro diritto dà alle persone la potestà sul proprio corpo” e (2) c’è stata una sentenza in cui è stata accertata la volontà di Eluana, allora tutto si è svolto nel pieno rispetto della legalità e nell’interesse del malato.

    Che poi la nostra classe politica abbia strumentalizzato un fatto “privato”, in cui il Presidente del Consiglio si improvvisa dapprima scienziato (“potrebbe avere figli!”) e poi supereroe, paladino della giustizia e difensore della vita, o che Alfano continui ad affermare che si può morire “di sentenza” confondendo clamorosamente il riconoscimento di un diritto con una condanna, questo è tutt’altro discorso che nulla ha a che fare con le vicende di Eluana.

  3. sara

    Mi sembra utile, “ragionando su Eluana”, leggere il disegno di legge di Ignazio Marino e altri sulle diposizioni in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari al fine di evitare l’accanimento terapeutico……..che si trova all’indirizzo http://www.ignaziomarino.it/pages.asp?cat=10

    Leggendolo con un po’ di attenzione mi sono accorta che questa proposta cerca di tenere conto della complessità di queste situazioni e fa di tutto per impedire che le scelte siano superficiali o frettolose

  4. sara

    “Io non sto tornando a casa, lo scopo di questa morte è di diventare davvero senza dimora”
    Sono parole di Thomas Merton un monaco trappista. In questo frenetico chiacchierare su Eluana, mi rimane la domanda : non riesco a capire perché alcuni cristiani che hanno al centro della loro fede la resurrezione si accaniscano così tanto nel dovere assoluto di tenere in vita uomini, donne e bambini in situazioni al di là dell’estremo, rischiando, così facendo di voler “diventare come dei”.
    Non so, anzi so poco o quasi niente di situazioni estreme, certo mi interpella vedere che dentro situazioni simili le persone esprimano diversamente la loro libertà: vedi Piergiorgio Welby e Cesare Scoccimarro e le loro rispettive lettere al Presidente Napoletano http://www.conoscicesare.org/ e continuo a pensare.
    Però a me viene anche alla mente o al cuore che è lo stesso, la frase di Merton e la grande fatica che faccio ad accettare la morte e a tenerla dentro di me. Una piccola cosa: mio padre una settimana prima di morire avrebbe potuto subire un altro intervento chirurgico che avrebbe sbloccato una situazione di emergenza ma non avrebbe risolto il problema principale; avrebbe dunque potuto vivere una settimana o due, secondo i medici, in più, ma all’ospedale e in certe condizioni. Insieme a lui e ad un medico abbiamo scelto di rifiutare questo intervento e siamo tornati a casa tutti insieme. Questa è una cosa molto personale, però devo dire che questi pochi giorni insieme e anche il momento della morte sono stati momenti preziosi e sono tuttora dei tesori che custodisco, in particolare per l’autenticità che regnava in casa mia in quei momenti.

  5. Alfredo

    Su come nasce un bambino si sa tutto, ma su come muore, nulla.
    Vorrei sperare che questo evento sia d’impulso per tutti, affinché si cominci ad affrontare con serietà scientifica il problema della morte, fuori degli schemi religiosi e senza inutili tabù.

  6. sara

    Vivere e morire secondo il Vangelo
    Attorno all’agonia di Eluana si è consumata una gazzarra indegna dello stile cristiano
    ENZO BIANCHI
    C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare» ammoniva Qohelet, così come «c’è un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per uccidere e un tempo per guarire…».

    Veniamo da settimane in cui questa antica sapienza umana – prima ancora che biblica – è parsa dimenticata.

    Anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio, anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile – ma non è certo – dire una parola udibile.

    Attorno all’agonia lunga 17 anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – «assassini», «boia», «lasciatela a noi»… – senza pensare a Gesù che quando gli hanno portato una donna gridando «adultera» ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: «Donna \ neppure io ti condanno: va’ e non peccare più»; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla «ladro, assassino!» al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?

    Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio – offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili – e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.

    È avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella Chiesa. Da questi «giorni cattivi» usciamo più divisi. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.

    Sì, ci sono state anche voci di compassione, ma nel clamore generale sono passate quasi inascoltate. L’Osservatore Romano ha coraggiosamente chiesto – tramite le parole del suo direttore, il tono e la frequenza degli interventi – di evitare strumentalizzazioni da ogni parte, di scongiurare lo scontro ideologico, di richiamare al rispetto della morte stessa. Ma molti mass media in realtà sono apparsi ostaggio di una battaglia frontale in cui nessuno dei contendenti si è risparmiato mezzi ingiustificabili dal fine. Eppure, di vita e di morte si trattava, realtà intimamente unite e pertanto non attribuibili in esclusiva a un campo o all’altro, a una cultura o a un’altra. La morte resta un enigma per tutti, diviene mistero per i credenti: un evento che non deve essere rimosso, ma che dà alla nostra vita il suo limite e fornisce le ragioni della responsabilità personale e sociale; un evento che tutti ci minaccia e tutti ci attende come esito finale della vita e, quindi, parte della vita stessa, un evento da viversi perciò soprattutto nell’amore: amore per chi resta e accettazione dell’amore che si riceve. Sì, questa è la sola verità che dovremmo cercare di vivere nella morte e accanto a chi muore, anche quando questo risulta difficile e faticoso. Infatti la morte non è sempre quella di un uomo o una donna che, sazi di giorni, si spengono quasi naturalmente come candela, circondati dagli affetti più cari. No, a volte è «agonia», lotta dolorosa, perfino abbrutente a causa della sofferenza fisica; oggi è sempre più spesso consegnata alla scienza medica, alla tecnica, alle strutture e ai macchinari…

    Che dire a questo proposito? La vita è un dono e non una preda: nessuno si dà la vita da se stesso né può conquistarla con la forza. Nello spazio della fede i credenti, accanto alla speranza nella vita in Dio oltre la morte, hanno la consapevolezza che questo dono viene da Dio: ricevuta da lui, a lui va ridata con un atto puntuale di obbedienza, cercando, a volte anche a fatica, di ringraziare Dio: «Ti ringrazio, mio Dio, di avermi creato…». Ma il credente sa che molti cristiani di fronte a quell’incontro finale con Dio hanno deciso di pronunciare un «sì» che comportava la rinuncia ad accanirsi per ritardare il momento di quel faccia a faccia temuto e sperato. Quanti monaci, quante donne e uomini santi, di fronte alla morte hanno chiesto di restare soli e di cibarsi solo dell’eucarestia, quanti hanno recitato il Nunc dimittis, il «lascia andare, o Signore, il tuo servo» come ultima preghiera nell’attesa dell’incontro con colui che hanno tanto cercato… In anni più vicini a noi, pensiamo al patriarca Athenagoras I e a papa Giovanni Paolo II: due cristiani, due vescovi, due capi di Chiese che hanno voluto e saputo spegnersi acconsentendo alla chiamata di Dio, facendo della morte l’estremo atto di obbedienza nell’amore al loro Signore.

    Testimonianze come queste sono il patrimonio prezioso che la Chiesa può offrire anche a chi non crede, come segno grande di un anticipo della vittoria sull’ultimo nemico del genere umano, la morte. Voci come queste avremmo voluto che accompagnassero il silenzio di rispetto e compassione in questi giorni cattivi assordati da un vociare indegno. La Chiesa cattolica e tutte le Chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale, essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.

    Allora, da una millenaria tradizione di amore per la vita, di accettazione della morte e di fede nella risurrezione possono nascere parole in grado di rispondere agli inediti interrogativi che il progresso delle scienze e delle tecniche mediche pongono al limitare in cui vita e morte si incontrano. Così le riassumeva la lettera pontificale di Paolo VI indirizzata ai medici cattolici nel 1970: «Il carattere sacro della vita è ciò che impedisce al medico di uccidere e che lo obbliga nello stesso tempo a dedicarsi con tutte le risorse della sua arte a lottare contro la morte. Questo non significa tuttavia obbligarlo a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza instancabilmente creatrice. In molti casi non sarebbe forse un’inutile tortura imporre la rianimazione vegetativa nella fase terminale di una malattia incurabile? In quel caso, il dovere del medico è piuttosto di impegnarsi ad alleviare la sofferenza, invece di voler prolungare il più a lungo possibile, con qualsiasi mezzo e in qualsiasi condizione, una vita che non è più pienamente umana e che va naturalmente verso il suo epilogo: l’ora ineluttabile e sacra dell’incontro dell’anima con il suo Creatore, attraverso un passaggio doloroso che la rende partecipe della passione di Cristo. Anche in questo il medico deve rispettare la vita».

    Ecco, questo è il contributo che con rispetto e semplicità i cristiani possono offrire a quanti non condividono la loro fede, affinché la società ritrovi un’etica condivisa e ciascuno possa vivere e morire nell’amore e nella libertà.

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