GALIMBERTI E LA FILOSOFIA DELLA SCIENZA

Massimiliano Finazzer Flory intervista Umberto Galimberti. MFF: Filosofia della scienza: a me pare che con questo sapere la scienza voglia legittimamente proporsi su di un piano culturale. E la filosofia? Non ti sembra, caro Galimberti, che quest’ultima, oggi, cerchi nuove alleanze e vecchie complicità con altri saperi? G: «Dal mio punto di vista la filosofia della scienza è un insegnamento assolutamente inutile, inventato dai filosofi e non dagli scienziati, nel senso che non ho mai visto uno scienziato che si sia mai preoccupato di avere una legittimazione filosofica. Gli scienziati lavorano nei loro laboratori, e i filosofi della scienza intervengono nella presunzione di dire agli scienziati quali sono i criteri con cui loro operano, ma gli scienziati lo sanno benissimo. Per cui la filosofia della scienza sarebbe proprio un insegnamento che io abolirei perché consiste sostanzialmente, da parte dei filosofi, nel proclamare che la scienza è importante; ma gli scienziati lo sanno già».
Riporto qui questo stralcio da un’intervista a Umberto Galimberti, che fa pensare, perché esprime un’opinione molto comune. In un certo senso, nell’ambito del sapere, tutti gli steccati andrebbero eliminati: in Italia ci sono professori di Filosofis teoretica, Filosofia morale, Filosofia della scienza, Storia della scienza, Filosofia del linguaggio ecc. Molti filosofi, però, hanno interessi trasversali a queste divisioni. Io, come tanti altri colleghi, mi sento di insegnare Filosofia senz’altro. Spesso, tuttavia, il tipo di insegnamento che uno sceglie nasconde la corrente di pensiero a cui aderisce. E, in effetti, la filosofia della scienza nel Novecento è nata soprattutto per due motivi: in primo luogo come auto-riflessione sui fondamenti della scienza, che erano stati scossi da crisi profonde, nella fisica, nella matematica e nella biologia. In secondo luogo, come espressione di una stanchezza profonda rispetto a molta filosofia dell’800 eccessivamente speculativa. Queste due istanze credo che restino nel DNA di molti filosofi della scienza oggi. Galimberti dice che tale disciplina andrebbe eliminata, perché gli scienziati non sono interessati alla filosfia della scienza e sanno benissimo che è importante. Beh, la filosofia della scienza ha in animo innanzitutto di far sapere ai filosofi eccessivamente speculativi che la scienza è importante. E direi proprio che ce ne è bisogno, se Galimberti poco dopo nella stessa intervista afferma “Ritengo, piuttosto, che la tecnica sia l’essenza della scienza, perché la scienza non guarda il mondo per contemplarlo, ma per manipolarlo”. Se uno legge le pagine di Galileo, Newton, Maxwell o Einstein si rende rapidamente conto che questa affermazione aprioristica è falsa. E prosegue “Poiché la tecnica non ha scopi, non ha fini, non redime, non salva. La tecnica funziona e ciò a cui tende non è propriamente il miglioramento della posizione umana ma il suo autopotenziamento.” Che confusione! Intanto il mondo è pieno di cose, ma la tecnica, se non la si definisce opportunamente, non si comprende che cosa sia. Se uno parla della Tour Eiffel o di Obama non occorre che lo si definisca, ma se si discute de “la tecnica” abbiamo bisogno di un chiarimento. Sono d’accordo che la tecnica non redime, né salva, ma faccio fatica a capire che cosa significhi affermare che “non ha scopi”. Del resto anche l’autopotenziamento, cheGalimberti nomina, sarebbe uno scopo. Nella visione di Galimberti sembra quasi che la tecnica sia un demone che ci possegga. Scopo della filosofia della scienza è stato ed è ancora, direi, di liberare l’uomo dalla credenza in questi presunti spiriti maligni. E si prosegue affermando “Platone è lo snodo dell’Occidente.” Il povero Platone viene caricato di una bella responsabilità. Ho ben chiaro che cosa sia lo snodo di un braccio meccanico, ma faccio fatica a pensare che ci sia uno snodo dell’Occidente, anche perché so bene che il Texas è a Occidente di Napoli, ma che cosa sia “l’Occidente” tout court è un problema.
Per quanto riguarda l’altro aspetto, cioè la chiarificazione dei fondamenti delle scienze, credo che non sia vero che tutti gli scienziati siano disinteressati ai lavori dei filosofi della scienza. In molti campi, dalle teorie dello spazio-tempo alla filosofia della neuro-psicologia c’è un dialogo fecondo fra scienziati e filosofi. In conclusione mi sembra di poter affermare che Galinberti non ha colto nel segno.

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3 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA, SOCIETA'

3 risposte a “GALIMBERTI E LA FILOSOFIA DELLA SCIENZA

  1. eugenio

    Io sono d’accordo con Galimberti, concordo e sostengo il suo punto di vista. Siccome a lui, come a me, risulta antipatica la scienza, si inventa qualche pseudoargomento su cui fondare il proprio diritto di non studiare mattonate di pagine difficilissime. Il principio immortale della volpe e l’uva!

  2. Jason Grelli

    Dai filosofi post-moderni in generale e da Galimberti in particolare non mi aspetto nulla, perché non hanno nulla da offrire. Rappresentano la peggior schiatta di anti-razionalisti che ci siano in circolazione e, se qualcuno avesse avuto il piacere di leggere l’ultimo lavoro dell’esimio professore, se ne renderebbe benissimo conto.
    Particolarmente risibile rimane l’affermazione che la tecnica sia l’anima della scienza. Tecnica, poi! Cosa significa questa parola? Si tratta di tecnica, tecnologia o scienza? Dove sono i criteri che caratterizzano e dimostrino questa affermazione?
    Bisogna solo augurarsi che Galimberti, Vattimo e tutti gl’altri personaggi di mezza tacca che si sono formati sugli scritti del nazista Martin Heidegger scompaiano dalla faccia della terra e che le loro opere siano consegnate all’oblio e alla polvere degli scaffali.

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