ARISTOTELE “DOVE STA QUALCOSA”

In “On location”, p. 6, B. Morison si chiede come mai Aristotele, quando parla di luoghi, alle domande del tipo “dove sta qualcosa”, considera adeguate solo risposte del tipo “qualcosa sta in qualcos’altro” e non risposte del tipo “qualcosa sta alla destra/ di qualcos’altro”, o “sopra a” ecc. Egli fornisce a tale quesito una risposta linguistica.

La mia interpretazione è invece che un luogo in atto per Aristotele non può che essere legato a un limite e che quindi ci deve essere qualcosa che faccia da contenitore dell’oggetto di cui si cerca la collocazione, perché il luogo non è puro spazio. Il contenitore definisce il limite.

A pp. 14-15 Morison sostiene che nel paragrafo 7 del libro 8 della Fisica Aristotele, dimostrando che lo spostamento è il primo dei tipi di movimento, afferma che ogni movimento è riducibile a uno spostamento. Questo accade di certo nella fisica moderna, ma non direi in Aristotele, che dimostra solo che lo spostamento è primo nel senso che non ci può essere movimento senza che ci sia uno spostamento, ma non che ogni movimento è riconducibile allo spostamento.

Nelle pp. 35-49 Morison riflette sul difficile passo nel primo capitolo del quarto libro della Fisica, nel quale si dice che lo spazio ha sei dimensioni: alto-basso, destra-sinistra e dietro-avanti. Il problema sta nel fatto che fisicamente ha rilevanza solo la distinzione fra alto e basso, perché per Aristotele l’universo ha un centro rispetto al quale aria e fuoco si allontanano, mentre terra e acqua si avvicinano. Come hanno notato Penrose ed Earman, questo fa sì che lo spazio aristotelico mantiene una simmetria per rotazione, cioè data la distanza dal centro, muovendosi su una sfera, la fisica non cambia. Quindi, dal punto di vista fisico, destra e sinistra, dietro e davanti non fanno differenza. Eppure Aristotele afferma che queste 4 dimensioni, come le prime, sono assolute e non solo per noi, anche se facendo un giro di 180° la destra diventa sinistra e la sinistra diventa destra. Morison osserva che il richiamo a De caelo 2,2, in cui si parla delle sei dimensioni dei corpi non conta, né a De incessu animalium 4, dove si parla delle dimensioni dei corpi animati. Direi che ha ragione, perché in quei passi si parla di destra e sinistra, davanti e dietro per i corpi non per i luoghi, mentre qui il problema è nella struttura del luogo. Di fatto Morison non sembra dare una risposta all’annoso problema già sollevato da Ross e Houssey. La mia sensazione è che Aristotele sia un po’ fenomenologo. Decisivo mi sembra il passo 208b 25-27, in cui dice che gli enti matematici, che non hanno destra e sinistra, quando li disegniamo la assumono. Il fatto che destra e sinistra non siano univoche non significa che non esistano, perché Aristotele osserva che noi non possiamo percepire un luogo senza attribuirgli una destra e una sinistra. Faccio un esempio. Una retta di per sé non ha un ordine, però se la mettiamo in corrispondenza con i numeri reali lo acquisisce. Ora Aristotele sembra convinto che non esistano rette che non siano in corrispondenza con i numeri reali, anche se la corrispondenza può essere costruita in modi diversi, assegnando lo zero a punti differenti, di modo che punti diversi avranno diversi numeri reali. Così Aristotele sostiene che il luogo, pur non avendo una sinistra e una destra che resta sempre la stessa, ha però necessariamente una sinistra e una destra. Come dargli torto: avete mai visto un luogo senza una sinistra e una destra? Noi facciamo fatica a leggere Aristotele, perché partiamo dal nostro spazio eccessivamente geometrizzato. Oggi noi sappiamo abbastanza bene perché percepiamo alto e basso, destra e sinistra, avanti e indietro, e quindi siamo convinti che siano soggettivi e non oggettive. Ma Aristotele non poteva saperlo.
Nelle pagine 54-67 Morison esamina il difficile paragrafo 2 del quarto libro, in cui si distingue fra essere in un luogo propriamente idios o kata auto e in senso lato, ovvero kata allo. La differenza è quella fra il limite che ricopre il corpo del quale si cerca il luogo e invece qualcosa che è molto più ampio di esso. L’autore si pone comunque una domanda molto interessante: come mai Aristotele non definisce il luogo di un corpo come il suo contorno. Il contorno di un corpo sarebbe la sua forma (eidos), contrapposta alla materia (hyle). Arostotele utilizza diversi argomenti contro questa idea. Molto significativo il fatto che se il luogo di un corpo fosse la sua figura esso, spostandosi si porterebbe dietro il proprio luogo, il che è contro l’idea che il luogo sia ciò che rimane al cambiare del corpo, posta all’inizio del quarto libro, quando parla dell’esistenza del luogo.

E’ importante capire quale sia la relazione fra il corpo e il luogo. Aristotele è convinto che non si possa dare luogo senza corpo, cioè il vuoto – a favore di questa tesi argomenta nei paragrafi 6-9 del quarto libro – ma il luogo, pur non essendo mai separato dal corpo, come è invece per la chora di Platone, è comunque qualcosa di distinguibile dal corpo, tanto che nello stesso luogo possono starci corpi diversi. Qualcosa di simile accade con la destra e la sinistra di cui parlavamo prima. La sinistra di un luogo può diventare la sua destra a seconda della prospettiva da cui consideriamo il luogo, ma non esiste un luogo senza destra e sinistra.

Nel cap. 3 Morison affronta il difficilissimo paragrafo 3 del quarto libro della Fisica. Il paragrafo inizia con un elenco di otto sensi in cui si dice che qualcosa sta in qualcos’altro, l’ultimo dei quali, cioè come in un vaso, ovvero in un luogo, è il più appropriato (kuriotaton). Prosegue chiedendosi se qualcosa può stare in se stessa secondo uno di quei sensi, concludendo che può stare solo in senso non proprio, cioè come una parte sta nel tutto, come, ad esempio, il vino sta in una botte piena di vino. Aristotele affronta quindi il paradosso del luogo che attribuisce a Zenone, secondo cui se ogni cosa sta in un luogo e il luogo è qualcosa, allora esistono infiniti luoghi. Quindi conclude riallacciandosi al tema del paragrafo precedente in cui si era dimostrato che il luogo non poteva essere né materia né forma. Aristotele ci aveva annunciato alla fine del primo paragrafo che avrebbe affrontato l’aporia di Zenone. Morison interpreta tutto il paragrafo alla luce della soluzione di questo paradosso, che egli formula così:

1. Ogni cosa che esiste è da qualche parte.

Questo contro il platonismo: tutto ciò che esiste ha un luogo.

2. Ogni cosa che è da qualche parte è in qualcosa, nel senso locale, ottavo.

Aristotele non passa da “essere in qualche parte” a “essere in un luogo” perché questo presupporrebbe una sorta di esistenza del luogo prima di tutte le cose, come in Platone. Morison dice che non lo fa perché altrimenti non saprebbe come risolvere il paradosso. Non mi convince.

3. I luoghi esistono.

Questo lo avevamo dimostrato all’inizio del quarto libro, mediante l’argomento dell’avvicendarsi dei corpi nello stesso luogo.

4. Nulla è in se stesso.

A provare questo punto è dedicata buona parte del terzo paragrafo.

5. I luoghi sono da qualche parte.

Segue da 1. e da 3.

6. I luoghi sono in qualcosa che esiste nel senso locale di “in”.

Segue da 2. e da 5. A causa di 4. i luoghi non possono essere in se stessi. Per cui questo qualcosa è diverso dal luogo.

Il paradosso allora funziona così: dato 3., esisterà un luogo p1. Dato 6. p1 è in senso locale in qualcosa, che, a causa di 4. è diverso da p1, chiamiamolo p2. A causa di 2. p2 è in qualcosa in senso locale, chiamiamolo p3. Se la relazione “qualcosa è in qualcos’altro in senso locale” è transitiva, allora p3 è senz’altro diverso da p1. Perché se p1 è in p2 e p2 è in p3, allora p1 è in p3 e allora per 4. p1 deve essere diverso da p3. A questo punto si può applicare nuovamente 2. e così via all’infinito. Dunque l’esistenza di un luogo dà origine a una serie infinita di entità ognuna delle quali sta nell’altra in senso locale.

Questa serie infinita è viziosa per diversi motivi. Primo, perché questo significherebbe che non possiamo mai conoscere il luogo di qualcosa, poiché non possiamo conoscere l’infinito. Secondo perché se si intende la relazione “qualcosa è in qualcos’altro in senso locale” in senso proprio, allora avremmo un’infinità di cose nello stesso luogo (questo è il problema, direi, e non quello proposto da Morison a pp. 95-96, che presuppone la definizione di luogo che Aristotele non ha ancora dato). Se non è inteso in senso proprio, allora arriveremmo presto al cielo più esterno che non è in nessun luogo.

La soluzione di Aristotele è molto semplice. Egli infatti nega 2., cioè afferma che il luogo è in qualche cosa ma non in senso locale, bensì come la salute in una cosa calda, cioè come la forma è nella materia. Anche se il luogo non è la forma del corpo! Ovvero il luogo, pur essendo qualcosa non è in qualcosa in senso locale e quindi non vi è il regresso all’infinito.

Lo sforzo interpretativo di Morison è molto elegante e convincente, a parte alcuni punti secondari, ma non sembra avere grande rilevanza teorica.

Nel cap. 4 Morison affronta il paragrafo quarto del libro quarto della Fisica. Qui sono in gioco quattro possibili definizioni del luogo: o è forma o è materia della cosa, o è l’intervallo (diastema), oppure il limite del corpo contenente. Questa classificazione non è così arbitraria come sembra: il luogo esiste, ma non è sostanza, quindi è legato alle cose (Aristotele non pensa né come Newton che il luogo è lì prima delle cose, né come Leibniz che è un accidente delle cose). Se così stanno le cose, allora le possibilità sono effettivamente quattro: o è la figura della cosa (forma), oppure è la materia (Morison attribuisce questa teoria a Platone), oppure è una caratteristica del resto del mondo. E allora le possibilità sono due: o è l’intervallo in cui è contenuta la cosa, oppure è il limite del corpo contenente. Secondo Morison, Platone, dal punto di vista aristotelico, sosterrebbe che il luogo è la materia della cosa. Ci può anche stare, benché non sia accettabile quello che dice a p. 121, cioè che la chora è indissociabile dal corpo, perché la chora preesiste ai corpi. La chora o ricettacolo è in effetti qualcosa di indeterminato, che, arrangiato dalla forma, dà origine ai corpi. Questa teoria, così come quella del luogo-forma-della-cosa, non sta bene ad Aristotele, perché non consente un adeguato concetto di spostamento (fora). Per avere spostamento, infatti, qualcosa deve poter cambiare luogo mantenendo la propria identità. Se il luogo fosse la materia, così come la forma, il corpo se lo porterebbe dietro. Lo spostamento diventerebbe una sorta di realizzazione di proprietà diverse in regioni diverse.

La parte più interessante del paragrafo 4 è tuttavia la confutazione della terza possibilità, che Morison chiama la teoria del diastema, cioè che il luogo è l’intervallo. Nel brano 211b 14-29 c’è la confutazione di questa ipotesi. Il testo è molto intricato e probabilmente corrotto. Ross elimina le linee 21-23, mentre invece l’interpretazione di Morison elimina 26 (ma in realtà non è necessario, perché “olon to angeion methistetai”, che viene normalmente tradotto “l’intero vaso si muove”, può anche voler dire che si muove quello che capita dentro il vaso, come nell’esempio, e non che il vaso si muove). Come dice giustamente Morison la questione non è fondamentale, perché l’argomento sembra comunque essere il seguente: se il luogo è l’intervallo, allora quando un vaso si svuota di acqua ed entra l’aria ci sarebbero un’infinità di luoghi sovrapposti. Infatti il limite fra aria e acqua si sposta continuamente, dando origine ogni volta a un luogo diverso che si sovrappone parzialmente al precedente. In pratica, dentro il vaso ci sarebbero infiniti luoghi sovrapposti. Morison si chiede perché Aristotele non si avvede del fatto che si potrebbe dire che questi luoghi sono semplicemente tutti delle parti dell’unico luogo, cioè il vaso. Di fatto, durante il travaso, di volta in volta, quei luoghi vengono definiti dai nuovi intervalli che si determinano. Qui Morison si dimentica di notare che il corpo contenente, che definirà poi il luogo, deve essere immobile; proprio per questo, durante il travaso il limite fra l’aria e l’acqua non definisce un luogo. Ma come si fa a stabilire che un intervallo sia immobile? Solo un corpo può essere immobile rispetto al suo luogo.

Il quinto capitolo del libro è dedicato al quinto paragrafo del quarto libro. Il primo problema che Morison affronta è quello del circondante. Il circondante di qualcosa non è detto che sia un unico corpo omogeneo. Io ho i piedi sulla terra e il resto del corpo attaccato ai vestiti e all’aria, per cui il mio circondante è costituito di diversi corpi. Per Morison il circondante di x è un corpo composto o semplice tale che tutti gli altri corpi che circondano x sono sue parti. E’ convincente. Nel caso di parti liminari dell’universo il circondante può anche non circondare l’intero corpo.

Un’altra cosa importante è il concetto di limite (peras), che va inteso come una parte non indipendente nel senso di Husserl, cioè affinché ci sia un limite deve esserci un corpo di cui il limite è parte, per cui quando Aristotele dice in 21a 20 che il luogo è il primo limite immobile del circondante, benché il predicato “immobile” (akineton) si riferisca a limite, visto che il limite si può muovere solo accidentalmente, come il bianco dei capelli di Socrate, esso in realtà si riferirà al corpo circondante. In particolare al limite interno. Il limite è parte del limitato. Non bisogna però confondere il limite con l’estremità (eskaton). Quest’ultima è una parte divisibile del corpo, mentre il limite è una parte astratta o solo distinguibile.

Anche l’interpretazione del difficile passo 212a 14-21, quello della nave nel fiume, è buona. Secondo Morison ci sono due diversi concetti di luogo. Innanzitutto il luogo di tutte le cose, cioè l’universo stesso, che è immobile in un senso particolare, cioè, non avendo nulla che lo circonda, è al di fuori della motilità. (Questo non impedisce tuttavia che l’universo sia in movimento nel senso che le sue parti si scambiano di posto.) Nel senso più completo e sicuro il luogo di un corpo è individuato dal limite interno del resto dell’universo. Poi ci sono i luoghi intermedi che sono molto più adatti a individuare il luogo di qualcosa. Una nave che sta nel fiume non può avere come luogo l’acqua, perché essa si muove, per cui il suo luogo è il linite interno dell’intero fiume, dato che le rive del fiume in prima approssimazione sono immobili. Qui si possono affrontare le due classiche obbiezioni che si fanno alla teoria aristotelica del luogo, proposte anche da Sorabji: se una nave è ferma ormeggiata nel fiume, l’acqua si muove e se muoversi significa cambiare il limite del corpo circondante, allora essa si muoverebbe, contro l’ipotesi. Ma in realtà il luogo della nave è il limite interno dell’intero fiume le cui rive sono immobili. Le parti di acqua che stanno attorno alla barca si avvicendano, ma l’intero fiume è immobile. Quando si legge Aristotele bisogna distinguere con attenzione il moto di un intero dal moto delle parti di un intero. Oppure il limite interno dell’intero universo e allora, anche se l’acqua si muove attorno alla barca il tutto sta fermo. Se poi la nave si muove nel fiume trascinata dalla corrente, allora uno potrebbe dire che il luogo è sempre lo stesso, cioè l’acqua torno torno alla nave, per cui sembrerebbe stare ferma, di nuovo contro l’ipotesi. Ma di nuovo il luogo è il limite interno dell’intero fiume (intermedio, come dice Morison, utile in pratica), oppure dell’universo. L’esempio della barca nel fiume sembra riprendere Eraclito.

Per capire Aristotele bisogna dimenticarsi dello spazio geometrizzato. Lo spazio Aristotelico, come insieme dei luoghi, è anisotropo e cambia continuamente di struttura con il movimento dei corpi.

Owen dice che la definizione di Aristotele è circolare, perché il limite immobile rimanda al concetto di luogo, visto che “immobile” significa che non cambia luogo. ma Morison osserva che l’universo è senz’altro immobile, ancor prima della definizione stessa di luogo, perché non ha luogo. La non motilità dell’universo fa si che Aristotele possa individuare i moti assoluti. Il moto in Aristotele non è mai relativo.

Importante anche il passo 212b5 in cui si capisce che per avere luogo qualcosa deve essere individuata da una discontinuità, cioè contatto, ma fra cose di natura diversa, altrimenti qualcosa è in un luogo solo in potenza. Ringrazio Silvano Gresta Zucchi, Sara Matera, Andrea Sorcinelli e Andrea Zurlini, che con i loro commenti, mi hanno aiutato a capire meglio la trattazione aristotelica del luogo.

 

Annunci

1 Commento

Archiviato in FILOSOFIA DELLA FISICA

Una risposta a “ARISTOTELE “DOVE STA QUALCOSA”

  1. cioni vincenzo

    L’eco di conversazioni con Enzo Melandri, risuona nello scritto di Fano. Si diceva con Enzo che, nonostante tutte le informazioni inviate nello spazio per fare intendere ad eventuali extra-terrestri dove fossimo mai noi, non si era riusciti a dire se fossimo a sinistra o a destra di qualche oggetto\luogo. Aristotele vince ancora? Un saluto e …buon lavoro da Vincenzo Cioni, in riposo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...