ARISTOTELE E LA CAUSA

Quando si studia Aristotele, ho la sensazione che il termine “aitìa”, che viene comunemente tradotto “causa”, vada letto nel contesto della sua filosofia, secondo la quale, così come si dice all’inizio del “De interpretazione”, vi è una forte corrispondenza fra pensiero ed essere. Per Aristotele, anche se non tutto ciò che esperiamo c’è, tutto ciò che c’è lo possiamo esperire abbastanza facilmente, per cui è relativamente semplice controllare ciò che vi è e ciò che non vi è. Per contro, per noi, figli della fisica newtoniana, vi sono molti enti che non sono percepibili, come le forze, i campi magnetici e le particelle. Per noi, quindi, si pone il problema di distinguere fra ciò che ipotizziamo ci sia e c’è effettivamente e ciò che ipotizziamo vi sia e in realtà non c’è. Per questo quando Aristotele parla di “causa” egli ha in mente, come hanno inteso i commentatori antichi, una parte di mondo, ma anche, come hanno inteso i commentatori moderni, una parte della teoria. Per lui non susssiste ancora la tensione fra pezzi della teoria e pezzi del mondo, che per noi è così significativa. Per questa ragione le interpretazioni che insistono molto sul linguaggio, come Wieland e Aubenque colgono solo metà della fillosofia dello stagirita.

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