LA CIVETTA E LA DEMOCRAZIA

Ho letto “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia. Il titolo deriva dalla citazione di un verso di Shakespeare alla fine della terza parte di Enrico VI, quando il Duca di Somerset, prima dell’ennesima battaglia fra gli York e i Lancaster, dice che chi non combatterà per questa speranza sarà deriso, come la civetta quando di giorno compare. E così il Capitano Bellodi, dopo essere stato amaramente sconfitto nelle sue indagini su tre omicidi, tornando nella sua natia Parma e vedendo la superficialità ciarliera con cui le ragazze del Nord parlano della Sicilia, decide che tornerà giù finché “mi ci romperò la testa”. Il romanzo è del 1961 e ha fatto conoscere all’Italia e al mondo intero la realtà e i meccanismi della mafia siciliana, fino ai suoi legami con il Parlamento e con il Governo. Un giallo sociale nei cui dialoghi si affrontano tematiche profonde di filosofia morale. Celebre l’antropologia del boss Mariano Arena, l’alter ego di Bellodi, che sconfiggerà il Capitano costruendo falsi alibi di ferro, ma che renderà all’avversario l’onore delle armi, dicendogli che lui sì è un uomo. Perché al mondo ci sono uomini, mezzi-uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà. Se ci fossero solo uomini e mezzi uomini le cose andrebbero neanche male. Ma c’è una massa di ominicchi, che credono di essere uomini e degli uomini fanno i gesti, ma in realtà sono degli infanti. Poi c’è una gran quantità montante di piaglianculo e ancora più giù i quaquaraquà, che, come le anatre, starnazzano e la loro vita non ha alcun senso. Dalle pagine del racconto si evince che Sciascia ammira il boss Arena non meno del capitano Bellodi e che in fondo la struttura del romanzo è un po’ quella di un western con il duello verbale fra i due maggiori protagonisti. Bellodi partigiano, difensore scrupoloso della legge nel senso del merito e non solo del metodo. Non afflitto dalla passione siciliana del formalismo giuridico “nel senso di quella astrazione in cui le leggi vanno assottigliandosi attraverso i gradi di giudizio del nostro ordinamento, fino a raggiungere quella trasparenza formale in cui il merito, cioè l’umano peso dei fatti, non conta più”. Però, e questo è il difetto politico del romanzo, siciliano anche lui – dico il Capitano – nel pensare probabilmente con Sciascia e con un boss anonimo, forse Arena, che “Il popolo, la democrazia sono belle invenzioni; così inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all’altra e tutte le parole nel culo dell’umanità, con rispetto parlando”. No, cari amici, la democrazia l’hanno inventata qualche migliaio di persone nella pratica, duemilaecinquecento anni fa e poi è stata provata e riprovata, con tutti i suoi difetti, le sue assurdità, resta il modo migliore di vivere assieme. E Bellodi-Sciascia-Arena sono come le civette di giorno nei loro duelli western, che un po’ vanno derisi. E la democrazia non la si difende con le armi, né con le battaglie, né con le prese di posizione da uomini. La democrazia è un fatto di mezzi-uomini, di compromessi, di approssimazioni e di pressappochismi. Di questo si avrebbe bisogno e non di eroi.

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4 commenti

Archiviato in LETTERATURA, SOCIETA'

4 risposte a “LA CIVETTA E LA DEMOCRAZIA

  1. Bellissimo!
    D’accordo su tutto.

  2. Serena

    Il significato del Giorno della civetta (e della citazione shakespeariana) è del tutto diverso: come la civetta che di giorno compare, anche la mafia raccontata da Sciascia ha smesso di agire nel buio, bensì nella luce, perché si sente libera grazie agli appoggi della politica, come dimostra anche la conclusione del romanzo. Bellodi non è un eroe, tanto meno da Far West, ma un uomo che sente e guarda con occhi quanto più possibili privi di pregiudizi e di schemi precostituiti. Sciascia non nega il peso della democrazia, e se si legge bene il romanzo, si capisce come soprattutto non nutra alcuna simpatia campanilistica per il boss mafioso. Rimando alle edizioni annotate del romanzo, soprattutto ai commenti di Paolo Squillacioti e dello stesso Sciascia a riguardo del rapporto con la teatralità shakespeariana e con la lettura semantica della simbologia della civetta.

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