L’UNIVERSITA’ DEI MIEI SOGNI

In questi mesi si parla molto della riforma del sistema universitario. Si vedano al riguardo le linee guida del Ministro Gelmini. Sull’argomento mi vengono in mente i seguenti pensieri. In primo luogo non credo si debba avere paura del precariato. L’università non è una struttura che deve garantire il diritto al lavoro. Il precariato è per la didattica e la ricerca una risorsa fondamentale, per mantenere i collegamenti con la società e il mondo delle professioni, da un lato, e per distinguere fra chi inizia una carriera scientifica e didattica e chi invece è uno studioso e un insegnante consolidato, dal’altro. Per cui, senza tornare alla situazione precedente alla Legge 382/80, quando tutti erano precari tranne pochi professori di ruolo, credo che il fatto che circa il 50% degli incarichi siano dignitosi contratti triennali di ricerca e/o didattica sia auspicabile. L’altra metà del personale deve essere di ruolo. Non credo che abbia senso l’attuale distinzione in tre livelli, ricercatori, associati e ordinari, che ricorda tanto quella fra valvassini, valvassori e vassalli. Dovrebbe esserci un unico tipo di posto di ruolo, il cui stipendio iniziale dovrebbe essere sufficiente ad attirare le persone più capaci. Tale stipendio base nel corso del tempo verrà integrato sulla base di tre parametri: il parere degli studenti, la qualità della ricerca che si produce e il tipo di incarichi amministrativi che si ricopre. In questo modo tutti noi saremmo sempre incentivati a dare il meglio possibile.
C’è poi il problema del rapporto fra didattica e ricerca. Qui sussiste un’antitesi profonda. Un buon corso di laurea dovrebbe possedere docenti sufficientemente distribuiti sulle diverse discipline, mentre un buon gruppo di ricerca dovrebbe essere omogeneo. Come risolvere il problema? In Francia ci sono due tipi di università: le grandi scuole, dove si fa soprattutto alta formazione e le università normali, dove si fa soprattutto didattica di base. Poi c’é il CNRS che è una struttura forte, molto più del nostro CNR, dedicata solo alla ricerca. Non mi convince, perché il rapporto fra didattica e ricerca è molto importante, soprattutto per le discipline umanistiche, ma anche per quelle scientifiche. Trovo molto migliore la soluzione che mi prospetta sempre l’amico Gino Tarozzi, cioè quella di diminuire enormemeente la numerosità dei settori scientifico-disciplinari che inquadrano i docenti, che adesso sono centinaia, e chiedere ai docenti di essere disponibili a insegnare più discipline. In questo modo, oltre a risolvere l’antitesi precedentemente illustrata, si costringerebbero le persone a tenersi un po’ più aggiornati anche in discipline limitrofe a quelle del loro lavoro di ricerca. Accanto a questo ci possono essere istituti di ricerca pura, come l’INFN o l’INO, o come il Max Planck in Germania.
Il reclutamento dovrebbe essere sempre basato su liste di idonei nazionali per l’accesso ai posti a tempo determinato e a tempo indeterminato. Le liste nazionali non dovrebbero essere del tutto aperte, ma contingentate almeno in parte. Tipo il doppio delle necesità effettive. Ogni anno la lista dovrebbe essere aggiornata e chi vi è entrato dovrebbe ogni tre anni chiedere la conferma della propria idoneità. Le università poi attingono da queste liste per le loro necessità. E per favorire scelte oculate i loro finanziamenti statali dovrebbero dipendere fortemente dai risultati ottenuti nella ricerca e nella didattica. La valutazione della ricerca e della didattica dovrebbe essere espletata da agenzie il più possibile terze rispetto all’università e con metodi almeno in parte oggettivi e comunque basandosi su criteri pubblici.
Infine c’è il problema della governance. Nonostante tutte le macchinosità che questo comporta, credo che Presidenti di corso di studio e Direttori di Dipartimento non possono che essere cariche elettive. Trovo del tutto inutile l’istituzione delle Facoltà, che la 382 non ha avuto il coraggio di abolire quando ha creato corsi di studio e dipartimenti. Anche il Rettore e i membri del Senato dovrebbero essere eletti dal personale docente, tecnico-amministrativo e dagli studenti. Un discorso diverso vale invece per il Consiglio di amministrazione, che dovrebbe controllare la situazione finanziaria. Di esso dovrebbe far parte solo il Rettore e alcuni tecnici di alto livello indicati dal Ministero – questo per le università che si basano soprattutto sul finanziamento statale. Tale organo avrebbe solo il compito di ratificare o respingere le delibere del Senato, giudicando gli aspetti finanziari della questione. L’indirizzo generale, invece, dovrebbe essere indicato dal Senato stesso.
Ovviamente una riforma così radicale del sistema della didattica e della ricerca non può che essere realizzato per gradi nel corso degli anni.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in SOCIETA'

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...