ANTROPOLOGIA FILOSOFICA E VALORI COMUNI

Copio qui gli appunti di una lezione che terrò domani a un corso di aggiornamento per insegnanti a Genova.

Nella riflessione sull’uomo dopo il Rinascimento circola un’immagine che negli ultimi tempi sta avendo sempre più successo. Se fosse corretta, il progetto di una ricerca di valori comuni perderebbe buona parte del suo senso. Ma, come vedremo, essa non coglie nel segno. In autori come La Rochefoucauld, Hobbes, Spinoza, Hegel e Freud si afferma che l’individuo umano, ancor prima di entrare in contatto con gli altri individui, non è altro che un fascio di desideri che tendono a realizzarsi. Ad esempio, per La Rochefoucauld , se non ci fosse la disapprovazione degli altri, noi ci abbandoneremmo ai soprusi e alla sopraffazione, pur di realizzare i nostri desideri. Per Hobbes nel cosiddetto “stato di natura”, cioè in quella situazione astratta in cui gli uomini non hanno ancora messo a punto nessun accordo sociale, vale il principio homo homini lupus , cioè ogni uomo è per gli altri uomini come un lupo, dove erroneamente il lupo sarebbe una fiera dai comportamenti egoistici e antisociali. Per Spinoza, nello stato di natura, gli individui tendono solo all’autoconservazione e solo la civiltà, che stabilisce un imperio sopra i singoli può far uscire l’uomo da questo scontro fra egoismi. Per Hegel la prima interazione dell’ego con l’alter ego è lo scontro fra desideri, da cui nasce il conflitto primordiale fra le singole coscienze. Per Freud , infine, noi siamo dominati dal principio di piacere, cioè dalla ricerca di esaudire i nostri desideri e attingiamo al principio di realtà solo nella misura in cui ci rendiamo conto che è impossibile realizzarli subito e dobbiamo rimandarne alcuni.

Su queste idee recentemente si è aggiunto un certo modo di intendere il darwinismo. Il ragionamento che si sente spesso è del tipo: l’evoluzione è guidata dalla selezione naturale, cioè solo quegli individui che hanno potuto fare più figli hanno trasmesso i loro geni, ovvero quelli più forti e più egoisti, per cui l’uomo, che è il coronamento dell’evoluzione, è un essere massimamente egoista.
Da queste immagini dell’uomo discende una filosofia politica che si è spesso orientata verso il totalitarismo (Spinoza, Hobbes, Hegel) nella quale, cioè, l’individuo deve in un modo o nell’altro rinunciare alla propria libertà a favore di uno stato che tutto regola, oppure verso un liberalismo in cui i più deboli e gli svantaggiati non possono che andare a stare peggio (Smith, Malthus, von Hayek).
Un recente libro del grande filosofo bulgaro Tzvetan Todorov, La vita in comune, Pratiche editrice, Milano, 1998, argomenta in modo convincente contro questa antropologia. Su tali basi vorrei mostrare in che senso queste idee siano empiricamente sbagliate e concettualmente confuse. E stiano alla base di un fraintendimento profondo nel pensiero politico contemporaneo. Una buona filosofia politica, infatti, non può che prendere le mosse da una risposta il più possibile adeguata alla domanda “come è fatto l’uomo?”.
Iniziamo dall’evoluzionismo . In realtà in biologia ci si è posti per decenni esattamente il problema contrario: cioè fra gli animali (lasciamo perdere per un momento l’uomo) sono molto diffusi comportamenti altruistici. Ad esempio, ci sono animali che vivono in branco i quali, se vedono un predatore, piuttosto che scappare e mettersi al sicuro – ciò che converrebbe loro come individui – danno l’allarme agli altri del loro gruppo, che così possono mettersi in salvo, anche se così come singoli rischiano di essere divorati. Come mai, ci si chiede, questo comportamento è così comune? Geni che producono azioni del genere dovrebbero, infatti, essere spariti a causa del fatto che i loro portatori avrebbero dovuto perire e quindi non trasmetterli. Questo è quello che viene spesso chiamato il “paradosso dell’altruismo”. Solo nel 1964 Hamilton, un biologo inglese, è arrivato a formulare una spiegazione ragionevole di questo fenomeno. Essa si basa sul fatto che in un branco ci sono forti rapporti di parentela, per cui di fatto, anche se quel singolo individuo perisce, i suoi geni sono molto diffusi nel branco e quindi il suo comportamento è selettivamente vincente. Dunque, chi ha sostenuto che l’affermarsi della teoria dell’evoluzione ha confermato l’immagine dell’uomo egoista per natura si è sbagliato. I comportamenti altruistici, quantomeno nei confronti dei parenti più prossimi, sono, dal punto di vista darwiniano, evolutivamente vincenti. Ma c’è di più.
L’uomo nasce radicalmente sguarnito dal punto di vista dell’adattamento rispetto agli altri cuccioli di animali. Ha bisogno di cure parentali, non è in grado di camminare, né di proteggersi dal freddo ecc. Ovvero è un essere molto poco adatto alla sopravvivenza. Questo poi, come aveva già notato Platone nel mito di Prometeo ed Epimeteo del Protagora, resta anche nell’adulto, che non ha né pelliccia, né zanne, né gambe veloci, né braccia possenti. L’uomo, però ha una dote che si è dimostrata adattativamente vincente rispetto a tutte le altre, cioè la flessibilità. L’uomo è in grado di modificare il proprio ambiente e di costruire moduli comportamentali di volta in volta diversi rispetto alla situazione che si trova ad affrontare. In pratica è proprio la selezione naturale che ha favorito la messa a punto di un essere che non è un semplice fascio di istinti che tendono alla realizzazione di precisi desideri in un ambiente dato, bensì un individuo almeno in parte guidato da un sistema nervoso estremamente complesso e flessibile, cioè capace di comportamenti imprevedibili e sofisticati, che si adattano di volta in volta ai mutamenti ambientali.
Passiamo ora a la Rochefoucauld: egli dice che solo la disapprovazione degli altri fa sì che gli individui si comportino in modo non prettamente egoistico. Questo fatto, che è il motivo dominante delle Massime del grande moralista francese, dimostra esattamente il contrario di ciò che vorrebbe. Infatti, quello che dice la Rochefoucauld è sostanzialmente vero, e ha come conseguenza che per l’uomo è assolutamente essenziale il rapporto con l’altro. Si potrebbe anche dire che uno dei desideri dominanti dell’uomo è quello di essere riconosciuti dall’altro. Su questo Todorov ha scritto pagine molte belle. Lo stesso Adam Smith nei suoi Sentimenti morali nota che l’uomo desidera le ricchezze non tanto per se stesse, ma per sentirsi ammirato dagli altri. Al proposito indimenticabili sono le analisi Di Veblen sulla Classe agiata, l’ostentazione della ricchezza e gli status symbol. Come dice il filosofo bulgaro, l’uomo ha bisogno di essere riconosciuto dagli altri ancor più che dell’ossigeno. Anche i detti popolari confermano questa considerazione psicologica: meglio che mi si odi piuttosto che io sia indifferente. Andy Wharol profetizzava che in un futuro prossimo tutti avranno il loro quarto d’ora di celebrità, andando così in contro al desiderio di visibilità tipico dei membri della società di massa. Non c’è bisogno di elencare qui i comportamenti strampalati di cui siamo testimoni da parte di politici e uomini di spettacolo, nonché gente comune, per avere un riconoscimento dagli altri. Dunque l’affermazione di La Rochefoucauld lungi dal confermare l’immagine dell’uomo egoista che avrebbe voluto sostenere, invece ci mostra proprio la dipendenza di ogni individuo dal giudizio degli altri.
Spinoza nel § 14 del primo libro del suo incompiuto Trattato Politico (che tanto pensiero politico contemporaneo ha ispirato) afferma che gli individui soccombono agli affetti come l’ira, l’invidia e la paura “sunt ergo homines ex natura hostes.”, cioè per questo gli uomini sono nemici fra loro per natura. Quest’affermazione è difficilmente conciliabile con l’antropologia spinoziana, che viene descritta nell’Etica, in particolare nella proposizione III.27, che afferma “Per il fatto di immaginare che una cosa a noi simile, e per la quale non abbiamo provato alcun affetto, sia affetta da qualche affetto, solo per questo siamo affetti da un simile affetto.” Questa sarebbe la base di quella che modernamente chiamiamo “empatia”, teorizzata anche da Rousseau (Discorso sopra l’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, pp. 106-07) quando, proprio contro Hobbes, nota che l’uomo per natura è dotato non solo dell’amore per se stesso, ma anche della “pietà”. Dunque perché immaginare con Spinoza e Hobbes uno stato di natura in cui gli individui sono trainati solo dall’egoismo? Lo stesso Spinoza, quando riflette sulla natura umana, si rende conto che l’uomo non è fatto in quella maniera.
Hegel, nella Fenomenologia dello spirito, nota che la prima formazione dell’autocoscienza passa attraverso la contrapposizione dei desideri rispetto a un’altra autocoscienza. Questa analisi antropologica va esaminata con attenzione.
Il biologo olandese Bolk notò nel 1926 che l’uomo nasce in uno stato di sviluppo estremamente arretrato rispetto agli altri animali, cioè, come si dice, che l’uomo è un essere “neotenico”. Questo fa sì che il suo cervello, estremamente plastico, messo a contatto con il mondo esterno in una situazione di profonda dipendenza, come aveva già notato Gehlen, e recentemente è stato ripreso da Alberto Gualandi, si costituisce la sua esperienza attraverso la comunicazione con gli altri, in particolare con la madre, i genitori e le persone che si prendono cura di lui. Questo fa sì che noi adulti percepiamo il cosiddetto “mondo esterno” come qualcosa di dato non solo a noi, ma a tutti gli esseri simili a noi. Ovvero la distinzione fra me e ciò che io non sono è mediata dalla presenza di altri che possono percepire come me ciò che io non sono. Se queste analisi sono corrette, allora Hegel ha ragione a sostenere che la coscienza del singolo si costituisce solo in relazione alla coscienza di qualcun altro, ma non si capisce perché questa relazione debba necessariamente essere solo di contrapposizione dei desideri. Certo, nella relazione con l’altro c’è anche quella, ma non è l’unico modo originario di rapportarsi con l’alter ego.
Infine anche l’analisi di Freud è stata smentita dal prosieguo degli studi psicoanalitici, nei quali si è mostrato sempre meglio il carattere fortemente relazionale di molte se non tutte le pulsioni primitive, che Freud invece presentava come qualcosa di assolutamente individuale.
Questa immagine dell’uomo è relativamente moderna. Vale la pena rileggere qualche frase dal Primo libro della Politica di Aristotele, per avere un’idea un po’ meno distorta della natura umana:

Da ciò dunque è chiaro che la città appartiene ai prodotti naturali, che l’uomo è un animale che per natura deve vivere in una città e che chi non vive in una città, per la sua natura e non per caso o è un essere inferiore o è più che un uomo […] E’ dunque chiaro che la città è per natura e che è anteriore perché, se l’individuo, preso da sé, non è autosufficiente, sarà rispetto al tutto nella stessa relazione in cui lo sono le altre parti. Perciò chi non può entrare a far parte di una comunità o chi non ha bisogno di nulla, bastando a se stesso, non è parte di una città, ma o una belva o un dio. (1253a)

E’ stato Leo Strass a riproporre il giusnaturalismo antico, contrapponendolo a quello moderno, notando proprio che esso è basato sulla natura essenzialmente sociale dell’uomo:

E’ sulla socialità naturale dell’uomo che il diritto naturale nel senso stretto dell’espressione si fonda. Poiché l’uomo è per natura sociale, la perfezione della sua natura include la virtù sociale per eccellenza, la giustizia; la giustizia e il diritto sono naturali. Tutti rappresentanti di una medesima specie sono apparentati gli uni agli altri. (Diritto naturale e storia, Il Melangolo, Genova, 1990, p. 140)

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5 commenti

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5 risposte a “ANTROPOLOGIA FILOSOFICA E VALORI COMUNI

  1. Sicuramente un intervento ricco di spunti, anche se non ho ben capito dove sia il succo del discorso.
    Sicuro che gli insegnanti a cui terrai il discorso capiscano per intero le tue affermazioni?

  2. Grande Kara. Finalmente sei tornato. Mi sei mancato. Beh è solo un punto di partenza. Vorrei lavorarci ancora. Leggi il libro di Todorov, comunque, è molto bello.

  3. carlo

    Complimenti per lo spirito di ricerca che ti anima!
    Io penso che chi fino ad oggi ha perseguito ideali di giustizia e libertà abbia sopravalutato il genere umano.Chi ha invece cercato di affermare potere e sfruttamento abbia capito un po’ di più di come siamo fatti.
    E’buona cosa che qualcuno provi a fare qualche passo indietro e ripensare dalle fondamenta.

  4. Alfredo

    Ciascun uomo è paragonabile ad un pixel di questo monitor che ho davanti. Un pixel tridimensionale proiettato sullo schermo cosmico. Nessun pixel, per quanto possa essere illuminato, potrà mai conoscere la sua vera natura, né immaginare lontanamente quale sia la chiave di scrittura e di lettura dell’intero schermo. Anche l’evoluzione, alla luce di questo “schermo”, non dipende certo dal comportamento della società dei pixel, ma semmai dalla mente dell’Operatore che ci manovra dalla tastiera extra-cosmica.

  5. sara

    In questo post in cui si discute della visione dell’uomo nella sua relazione con gli altri uomini metto volentieri questo racconto, che per la verità ho ascoltato in una forma più breve, dalla voce di Wolfgang Fasser, perché mi ha fatto pensare che quando due persone si incontrano per davvero, quella relazione significherà qualcosa per tutta la vita.
    Canto di Purim
    Chi voleva provare la vera gioia di Purim andava a Medziboz per passarlo in compagnia del santo Rabbi Israel Baal Shem Tov. Era un’esperienza che rimaneva impressa per sempre nella mente e nel cuore.
    Tra tutta la gente felice a Medziboz c’era un giovane Rabbino, Meir Margolis. Egli era un fedele allievo del Baal Shem Tov e questo Purim aveva portato con sé il figlio Shaul, un bambino di cinque anni molto vispo, dotato di un’intelligenza vivace e matura e di una voce molto dolce.
    II Baal Shem Tov aveva fatto sedere Shaul accanto a sé e gli aveva fatto cantare il “Shoshanat Yaakov” che si legge a Purim dopo la Meghillà.
    La folla aveva ascoltato affascinata dalla sua voce melodiosa. Alla fine di Purim il Baal Shem Tov disse a Rabbi Meir: “So che devi tornare a Lemberg per occuparti della comunità, ma lasciami il piccolo Shaul per qualche giorno. Dopo Shabbat, se Dio vuole, lo riaccompagnerò io stesso a case”. Rabbi Meir fu molto felice che il santo Baal Shem Tov si fosse affezionato a suo figlio e capì che doveva avere una buona ragione per tenerlo con sè. Chiese quindi al piccolo Shaul se fosse disposto a rimanere.
    II bimbo accettò subito: “Si babbo, io rimango e prometto di non piangere”.
    II padre di Shaul partì e il Baal Shem Tov dedicò al bambino molto tempo
    Domenica mattina, il Baal Shem Tov fece preparare la sua slitta e si avviò verso Lemberg. II piccolo Shaul gli sedeva accanto con due giovani, scelti tra gli allievi preferiti. La strada era coperta di neve e la slitta correva veloce.
    Dopo molti chilometri passarono vicino a un’osteria, dalla quale provenivano voci di contadini ubriachi che cantavano.
    D’un tratto il Rabbi ordinò di tornare indietro e di fermarsi all’osteria. I suoi allievi furono molto sorpresi: cosa avrebbero fatto in compagnia di contadini ubriachi? Sicuramente lungo la strada avrebbero trovato osterie più adatte di quella!
    Naturalmente non dissero nulla. Per loro il desiderio del Rabbi era un ordine e così scesero tutti dalla slitta e seguirono il Rabbi all’osteria.
    Tenendo il piccolo Shaul per mano, il Baal Shem Tov rimase fermo per qualche istante in mezzo alla confusione, poi batté le mani per attirare l’attenzione. “Silenzio!”, gridò nella lingua dei contadini, che egli conosceva bene.
    Immediatamente ci fu silenzio e tutti si voltarono verso il visitatore che nessuno aveva notato prima.
    “Volete sentire un vero canto?”, gridò il Baal Shem Tov e senza attendere risposta aggiunse: “Ascoltate questo ragazzino e saprete cos’è il vero canto!”.
    Poi, rivolgendosi al piccolo Shaul, disse: “Shaul, canta “Shoshanat Yaakov”. Shaul capì che stava succedendo qualcosa di speciale e cantò con quanto più sentimento aveva e i contadini ascoltarono con la massima attenzione, tanto rapiti che sulle loro guance scorrevano le lacrime.
    Quando Shaul terminò il canto, rimasero come impietriti per un momento e poi tutti insieme gridarono: “Bravo! Bravo! Meraviglioso!”. II Baal Shem Tov alzò la mano e tutti tacquero. Poi, si voltò verso tre ragazzini press’a poco dell’età di Shaul e li chiamò: “Come ti chiami?”, chiese al primo.
    “Ivan!”, rispose il ragazzino, un po’ spaventato. “E tu?”, chiese al secondo.
    “il mio nome è Stefan”. “E tu?”. “Anton!”, disse il terzo.
    “Bene, ragazzi”, disse il Baal Shem Tov. “Fate conoscenza con il piccolo Shaul che ha cantato per voi. Volete?”.
    “Oh Si! Rabbino”, risposero con entusiasmo. “Ebbene”, disse il Baal Shem Tov, “dovrete sempre rimanere amici di Shaul e cordiali con lui come adesso. Ricordatevelo!”.
    “Sì, Rabbino, sarà sempre così!”, promisero i ragazzini.
    II Baal Shem Tov e la sua comitiva salutarono e sparirono improvvisamente come erano apparsi. I contadini dell’osteria rimasero senza fiato.
    Anche gli allievi del Baal Shem Tov erano molto sorpresi della strana condotta del loro Rebbe, che senza dubbio era stata motivata da una ragione seria, ma quale?
    Passarono molti anni e Shaul diventò un uomo. II nome Shaul Margolis era rispettato e onorato, essendo egli uno studioso del Talmud e un facoltoso commerciante.
    Durante un viaggio – il giorno della vigilia di Purim – egli stava affrettandosi per arrivare alla sua città in tempo per la lettura della Meghillà; i cavalli correvano a spron battuto perchè era ansioso di uscire dalla folta foresta che stava attraversando.
    D’un tratto, dovette fermarsi bruscamente: tre banditi erano saltati fuori da dietro gli alberi, armati di pugnali e di accette.
    Due briganti lo afferrarono e lo legarono a un albero, mentre il terzo gli strappò via la borsa che conteneva una grossa somma di denaro.
    “Ora ti uccideremo”, gli dissero i banditi.
    Shaul li supplicò di concedergli alcuni minuti per pregare per l’ultima volta.
    “Prega finché vuoi”, gli risposero. “Il tuo Dio ormai non può più aiutarti”.
    Mentre Shaul pregava, i banditi si spartirono il denaro.
    Gli occhi di Shaul erano chiusi e pieni di lacrime al pensiero di sue moglie e dei suoi bambini che lo aspettavano per celebrare Purim insieme.
    Rileggeva sempre la Meghillà in case, dopo averla letta in Sinagoga e poi cantava “Shoshanat Yaakov”, come l’aveva cantato una volta per il santo Baal Shem Tov.
    Al solo pensiero di questa gioiosa preghiera di Purim, Shaul si sentì confortato. Si, se doveva morire, voleva farlo con il “Shoshanat Yaakov” sulle labbra.
    Shaul si mise a cantare con tutto il cuore e tutta l ‘anima, come aveva cantato nell’osteria per i giovani ubriachi quando era bambino.
    Quando fini, rimase in attesa del colpo fatale, ma intorno a lui vi era silenzio assoluto.
    Trepidante apri gli occhi e notò davanti a lui i tre briganti con la bocca aperta dalla sorpresa.
    Guardandoli ancora, gli sembrò di conoscerli. “Ma tu sei Ivan?”, gridò al primo.
    “E tu certamente Stefan! E tu ti chiami Anton, non è vero?”
    Anche i banditi lo avevano riconosciuto e il loro sguardo truce si era trasformato in sorpresa e cordialità.
    “Perdonaci”, supplicarono. Poi lo liberarono e gli restituirono il denaro. “Va, in nome di Dio. Per noi, d’ora in poi, non vi saranno più furti. Hai fatto di noi altri uomini”.
    Colmo di gratitudine verve Hashem che lo aveva salvato da morte sicura, Shaul tornò a case. Ora sapeva perchè il santo Baal Shem Tov si era fermato al l ‘osteria, lo aveva fatto cantare per i contadini ubriachi e lo aveva presentato ai tre ragazzini.
    Che felice Purim fu quello per Shaul e per la sua famiglia! E con quanto fervore cantarono il Shoshanat Yaakov dopo la Meghillà!

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