207, CARLO CIRINO E LA FILOSOFIA DELLA SCIENZA

Riporto qui l’articolo pubblicato da un nostro brillante studente, Carlo Cirino, curatore di un notevole Foglio filosofico, che si chiama 207, che ha proposto una riflessione interessante subito dopo aver sostenuto con profitto alcuni esami di logica e filosofia della scienza. Di seguito la mia risposta, che 207 ha gentilmente ospitato.

Filosofia della scienza ed

esorcismo rituale.

Cosa appartiene davvero alla scienza

e cosa non le appartiene? Cosa distingue

una inferenza scientifica da una generalizzazione accidentale?

Cosa fa di un uomo, uno scienziato?

E di una filosofia della scienza,

una buona filosofia della scienza?

L’intero repertorio della filosofia della scienza si dibatte attorno a questioni che riguardano esempi di classificazioni dicotomiche. Esattamente come i primi uomini ebbero a che fare con l’esperienza del

“non-umano”, così la scienza ha a che fare con l’inquietante presenza della

“non-scienza”. “Catalogare” diventa pertanto la parola d’ordine da contrapporre all’innata paura del caos sempre in agguato: io sono io

e l’albero che ho di fronte è altro rispetto a me; questa è una proposizione della scienza e questa no! E dopotutto, come immaginare

un presente diverso da questo?

L’attitudine simbolizzatrice pervade l’uomo totalmente ed egli abitualmente tende a farvi ritorno. Matematica, logica, filosofia della scienza; corsi universitari dall’aspetto rituale, come primitivi esorcismi.

Come l’uomo, battendo i pugni a terra comprende di non poter in alcun modo compenetrarsi con essa; così lo scienziato, battendo la fronte sul paradigma che si è costruito comprende cosa sia “scienza”

e cosa no, cosa gli è dato avvicinare

alla mente e cosa invece gli è precluso

(almeno fino a quando un altro paradigma sostituirà il presente e poi di nuovo

e poi di nuovo). Classificazione

dicotomica.

Cataloghiamo dunque ancora!

Passiamo in rassegna i trionfi dell’amata scienza, le conquiste del pensiero. Impariamo a fidarci di una qualche linearità che non può non esserci e non può non pervaderci tutti. E guardiamo fiduciosi verso un sicuro progresso, verso conoscenze sempre più certe! Esorcizziamo nelle nostre tranquille lezioni la paura di ripiombare nel caos.

Assicuriamoci di fronte a questo pressante rischio potenziale! Avanti, forza!

Sulla cattedra, novello altare,

poniamo il libro (emblema di ogni

nostra catalogazione, di ogni dicotomia). L’officiante diriga l’assemblea sgranando

i livelli ormai superati – quelli di cui maggiormente temiamo il ritorno.

Quale caos nel mondo che ci ha preceduti

e quanti errori! Esorcizziamo così tutto

ciò che per noi, “scienza” lo era,

ma ormai non lo è più!

Passiamo in rassegna le varie teorie,

i modelli, le contraddizioni,

gli esperimenti. E come ci fa trasalire l’idea che qualcuno in passato potesse realmente credere che la Terra fosse

il centro di tutto l’Universo!

Ahh Ahh Ahh!

Quali ridicolaggini un tempo!

Riconfermiamo le nostre conquiste

attraverso il rito dunque! Solo così potremo riconfermare noi stessi, la nostra identità di uomini, scienziati, filosofi!

Ecco che la scienza assume – inquietante –

i tratti della religione del libro,

o meglio del paradigma o del manuale.

Certo, l’uomo s’accorse di non poter oltrepassare la terra – restando uomo.

Ed i limiti di questa impossibilità gli

sono stati sempre presenti e lo sono tuttora.

Alcuni la “via” credono d’averla trovata, altri la stanno ancora cercando.

Fatto sta, che i pugni e la fronte continuiamo a batterli; nell’attesa del giorno in cui ci riuscirà di passare dall’altra parte.

Ma intanto chiediamoci se la scienza

abbia o no paura della propria morte.

NON DICOTOMIE MA BIPOLARITA’
Di Vincenzo Fano

Caro Carlo,
ho letto con grande interesse il tuo pezzo intitolato “Filosofia della scienza ed esorcismo rituale”, che è scritto con molta forza espressiva, ma mi ha fatto comprendere che, almeno nel tuo caso, uno degli obbiettivi del corso di base di filosofia della scienza non è stato raggiunto. Infatti uno degli scopi delle mie lezioni è quello di fare in modo che gli studenti eccessivamente scientisti si rendano conto dei limiti della conoscenza scientifica e che quelli anti-scientifici – la maggior parte – capiscano che la scienza naturale può dare un contributo fondamentale, anche se non unico, alla comprensione dell’uomo.
La razionalità al suo livello minimo – peraltro non banale – è la catalogazione, che tu usi abbondantemente: “matematica, logica, filosofia della scienza, corsi dall’aspetto rituale, come primitivi esorcismi”, “tranquille lezioni”, “cattedra, novello altare”, “libro (emblema di ogni nostra catalogazione”. Catalogare è un compito estremamente difficile, che meriterebbe serie riflessioni, dalle prime proposte di Aristotele alle moderne teorie. Comunque certo catalogare non è il solo compito della scienza, che ha anche quello di comprendere. Vedi, sussiste una grande differenza fra il dire che un tale oggetto ha forma sferica – catalogazione – oppure il dire che esso obbedisce a una complessa legge come quella della caduta dei gravi – comprensione. Dicotomie dici. Ma tanto ho insistito sul fatto che tutte o quasi tutte le dicotomie che la nostra razionalità pone sono in realtà delle bipolarità! Un oggetto materiale o è sferico o non è sferico e qui la dicotomia è nel suo ambito, cioè solo uno dei due enunciati è vero. Quando invece si dice che “la cattedra è un novello altare” e “la cattedra non è un novello altare”, non abbiamo a che fare con una dicotomia, come bianco e nero, ma con una continua serie di grigi. Per certi versi la cattedra è un novello altare, ma per certi versi non lo è. Ovvero entrambe le affermazioni, se prese come assolute, sono false. La lezione, come tutte le attività umane, ha i suoi riti. Non solo, la cattedra è il simbolo di un sapere di cui il docente è in possesso e l’allievo non ha ancora. E in questo senso è qualcosa che sta sopra lo studente, un altare appunto. Però le lezioni spesso sono irrituali, cioè seguono percorsi diversi da quelli prestabiliti. E quasi sempre al docente capita di imparare qualcosa di nuovo proprio insegnando e discutendo con gli studenti. La cattedra è sì un altare, ma nel senso del luogo su cui si fa bruciare la nostra ignoranza.
“Esorcizziamo nelle nostre tranquille lezioni la paura di ripiombare nel caos”. Certamente l’uomo è dominato dalla paura e buona parte delle sue attività simboliche hanno carattere apotropaico. Ma questo non vale solo per la scienza, bensì anche per il calcio, i reality show, le diete, l’amore libero, il fitness, il gioco d’azzardo, la poesia, la musica, le arti figurative, il fumo, l’alcool ecc. Ammetterai che nell’elenco che ho proposto ci sono alcuni modi più nobili di allontanare la paura e altri meno nobili. Quelli più nobili sono quelli meno effimeri, che però sono anche i più difficili. Leggendo una bella poesia, capendo un’importante legge della fisica, guardando la resurrezione di Piero della Francesca si partecipa per un momento a qualcosa che va al di là della nostra individualità, sviluppando nel contempo in tutta la sua forza il nostro pensiero. Anche bevendo una birra o fumando un sigaro si va al di là di noi stessi, ma questo capita spegnendo il nostro pensiero. Dunque la scienza è certo apotropaica, ma nel senso nobile del termine. Tieni però conto che la conoscenza è anche fonte di paura. Non so che effetto ti abbia fatto, ma io quando ragazzino scopersi che ero fatto più o meno della stessa materia di cui erano fatti i sassi ebbi un bel colpo al mio orgoglio. E anche quando mi accorgo che nella mia abitudinarietà mi comporto esattamente come un asino che fa sempre la stessa strada perché il suo compagno che la cambiava tutti i giorni è perito nei pericoli che ha incontrato e non ha fatto figli e quindi non ha trasmesso il gene del cambiare strada, non ci faccio una gran bella figura. E quando nei famosi esperimenti di Libet risulta che la corteccia motoria si attiva circa mezzo secondo prima che io decida di muovere un braccio, per cui da questi dati si dedurrebbe che la nostra sensazione di essere liberi è illusoria, non sono tanto rassicurato. E queste sono ipotesi della scienza naturale. Per cui la conoscenza in generale è tutt’altro che rasserenante.
Due ultime notazioni sulle ultime righe delle tue belle riflessioni. Tu dici “alcuni la ‘via’ credono di averla trovata, altri la stanno ancora cercando.”: Se stiamo parlando di “via” e non di “strettoia”, o “cul de sac” o ancor peggio di “dimora” (Heidegger), non si tratta di una credenza, ma di una pratica, di qualcosa di dinamico. Anche “cercare la via” è una via e anche quelli che cercano la via sono convinti quasi sempre di averla trovata nella loro continua ricerca. Entrambe le cose mi sembrano molto significative e praticabili. Poi ti chiedi se la scienza abbia paura o meno della morte. Eventualmente saranno gli scienziati ad aver paura della morte. E credo che essi, come tutti gli uomini, abbiano effettivamente paura della morte. Possiamo chiederci anche se gli scienziati abbiano paura della morte della scienza, cioè che la scienza muoia, come purtroppo rischia di succedere in Italia proprio in questi tempi di irrazionalismo autoritario e fondamentalismo religioso. Credo proprio di sì, esattamente come i poeti hanno paura della morte della poesia e i musicisti hanno paura della morte della musica. E allora, difendiamo assieme questi modi nobili di scongiurare la paura esprimendo al meglio le nostre capacità di pensare!

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