LA PACE E L’INFERNO DEGLI ALTRI

A volte ci viene da pensare che avremmo una gran voglia di pace, di calma, di ritirarci per qualche giorno in un luogo isolato lontano dal frastuono e dalla fretta del nostro modo di vivere. Di fatto non ci decidiamo mai a prenderci questa pausa. Forse perché in realtà quello che stiamo cercando è qualcos’altro, cioè un momento di liberazione da quello che Sartre descrive così bene in L’essere e il nulla nelle pagine dedicate all'”inferno degli altri”. Quante cose facciamo per farci riconoscere dagli altri? Quante volte ci affanniamo per far sì che gli altri notino i nostri vestiti, i ristoranti costosi dove mangiamo, la nostra cultura, come sono bravi e belli i nostri figli ecc.? Probabilmente è da questa ossessione che vorremmo almeno per un po’ di tempo affrancarci. Onestamente non ho proprio idea di come si faccia: anche l’eremita più solitario, il misantropo più intrasigente e la suora di clausura di certo non si liberano di questo legame. Pregano per gli altri, o godono al pensiero di quanto gli altri li stimano per la loro scelta coraggiosa o soffrono per la loro solitudine. Probabilmente l’unica cosa che possiamo fare è quella di non impuntarci troppo su una sola cosa. Variare, cercare sempre nuove attività da mostrare agli altri. Almeno così non ci fissiamo ossessivamente.

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2 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, SOCIETA'

2 risposte a “LA PACE E L’INFERNO DEGLI ALTRI

  1. efrem

    Un altro modo per rassenenarsi su questo nostro difficile ma quotidiano confronto con “l’altro” può essere quello di considerare ad esempio i migliori di noi come stimolo, per crescere e diventare noi stessi migliori. In questo modo l'”ossessione” dell’altro, del suo giudizio, della sua valutazione, della sua critica feroce o della sua derisione, può trasformarsi in qualcosa di davvero utile a noi, e dunque in qualche modo perdere la sua carica “corrosiva” per acquistarne una costruttiva e buona. E’ chiaro che al fondo rimane una forte componente “agonistica”, di competizione. Se però chi è migliore di noi diviene un interlocutore necessario al nostro crescere, al nostro divenir migliori, allora si indebolisce in qualche modo, quell’invidia distruttiva che spesso ci riduce al rancore, all’impotenza e alla immobilità. Come dire: ehi, tu, altro-che-sei-migliore-di-me, mi servi da modello. Non ti posso distruggere, ma ho bisogno di te. La tua esistenza mi stimola a essere migliore (anche se non necessariamente “il” migliore …).

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