IL FILOSOFO ESEGETA

C’è un modo di fare filosofia molto diffuso in Italia e in Francia, che denota una certa mancanza di coraggio o immaturità culturale. Anche a me è capitato di lavorare così durante il mio dottorato e il mio primo libro su Franz Brentano non ne è immune. Per spiegarmi, prenderei le mosse da questa distinzione. Un conto sono le condizioni di verità di un’affermazione del tipo “Arisplone dice questo e questo”, oppure “Spibniz sostiene questo in risposta a Berkmale”, o anche “quando Schopenficht parla di Seinung vuol dire questo e questo” ecc. Un conto invece le condizioni di verità di tesi del tipo “l’uomo è fatto così e così”, “lo spazio è continuo” oppure “i nomi propri non hanno connotazione” ecc. Le prime sono tesi storiche, la cui verità e falsità dipende dai pensieri effettivamente pensati da Arisplone, Spibniz e Schopenficht. Certo quei pensieri non li conosceremo mai con certezza assoluta, ma con i documenti a nostra disposizione possiamo provare a ricostruirli. Le seconde, invece, sono vere e proprie tesi filosofiche, la cui verità o falsità dipende da come stanno effettivamente le cose. Ora succede spesso che qualcuno si metta a parlare di Spibniz e passi inavvertitamente da affermazioni storiche ad affermazioni teoriche, per cui non si capisce se quello che sta dicendo lo sostenga veramente Spibniz o il suo esegeta. In pratica un po’ alla volta il testo di Spibniz assume un valore veritativo in sé, un po’ come il testo sacro per il sacerdote, per cui sembra quasi che se si riuscisse veramente a comprendere che cosa abbia detto Spiniz automaticamente si scoprirebbe anche la verità sul mondo. In questo modo si fa un cattivo servizio a Spibniz, perché spesso si travisa il suo pensiero facendogli dire cose che non ci sono nel testo e allo stesso tempo non si capisce che cosa l’esegeta di Spibniz pensi veramente sui problemi che Spibniz si è posto. C’è però da dire questo che la maggior parte di noi, normali filosofi che trasmettono un sapere, non è certo in grado di confrontarsi veramente con i problemi, da un lato, e non si sente portata per un lavoro storiografico dall’altro. Per questa ragione io, fin dal mio secondo libro, ho adottao questo escamotage. In realtà quando espongo un punto di vista, per buona parte mi baso su pensieri di autori che ho letto, però cerco di risistemarli tutti assieme in un discorso unitario, che utilizza un linguaggio indiepndente il più semplice possibile e in nota metto il testo dal quale ho preso ispirazione, senza pretesa di verità storica, ma con pretesa di verità teorica, però sulle spalle dei giganti.

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4 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA

4 risposte a “IL FILOSOFO ESEGETA

  1. efrem

    Ora ci si chiede: se uno non è in grado di confrontarsi veramente con i problemi, da un lato e, dall’altro, non si sente portato per un lavoro storiografico, perché mai si ostina con la filosofia? Non sarebbe forse il caso di considerare di più la propria vocazione?

  2. Caro Efrem, mica tutti i parroci sono santi, né tutti i professori di ginnastica sono Atlanta, né tutti i soldati sono Leonida, né tutti i medici sono Ippocrate, né tutti i matenmatici sono Hilbert ecc. Si può avere la vocazione per la filosofia, rendendosi conto dei propri limiti.

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