VERITA’ E MENZOGNA

I concetti di dire la verità e mentire hanno una strana particolarità. Se si tratta di fatti del mondo esterno, tutto è relativamente chiaro. Ad esempio, se chiediamo a Tizio, “Dove eri ieri sera?” e lui risponde “A Messina” e invece ieri sera era a Catania e si ricorda perfettamente di questo, è chiaro che Tizio sta mentendo, mentre, se avesse detto “A Catania” avrebbe detto la verità. Tuttavia la questione si complica parecchio nel momento in cui chiediamo a Tizio qualcosa che riguardi le sue convinzioni, i suoi desideri, le sue speranze ecc. Un primo problema deriva dalla grossolanità dell’espressione linguistica. Se, ad esempio, chiedo a Tizio, “Caio è simpatico?” e lui mi risponde “Sì”, il termine “simpatico” è talmente vago che Tizio avrebbe potuto dire di no e magari in entrambi i casi non sarebbe stato mendace, perché secondo lui Caio per certi versi è simpatico e per altri no (situazioni simili si possono verificare anche con fatti esterni; si pensi all’espressione “è grande”; ma sono più facilmente disambiguabili). Credo che, ammesso che il contesto lo consenta, in casi del genere, la persona sincera chiederebbe di specificare meglio il senso del termine “simpatico” prima di dare una risposta. Ci sono molti altri tipi di bugie. Ad esempio, chiediamo a Tizio, “Caio è arrivato a Messina?”. Tizio risponde di sì, senza specificare che Caio è arrivato, ma in una cassa da morto! Oppure, chiediamo a Tizio, “Dove è la pratica di Rossi?” e Tizio risponde “Sul tavolo nella stanza accanto”, senza specificare che la stanza accanto è chiusa a chiave. Con Grice, possiamo dire che nei dialoghi ci sono quasi sempre delle implicature conversazionali, per cui qualcuno mente non solo quando non dice la verità, ma anche quando ammette implicitamente la verità di implicature conversazionali che lui sa essere false. Poi c’è il problema della consapevolezza dei propri stati mentali. In realtà, a parte le sensazioni, le sensazioni emotive, le rappresentazioni, o meglio, le immagini mentali, noi attribuiamo a noi stessi gli atteggiamenti proposizionali con metodologie simili a quelle che utilizziamo per ascriverli ad altri. Ovvero non è che abbiamo una percezione diretta, ad esempio, della nostra speranza che domani non pioverà, perché desideriamo andare al mare. Dobbiamo infatti esprimerla a noi stessi, così come altri la devono esprimere a noi, in modo da venirne a conoscenza. Dunque non sempre mentiamo quando non siamo pienamente consapevoli dei nostri atteggiamenti proposizionali. Poi c’è il problema della rilevanza. Se, incontrando un collega, gli diciamo sinceramente, “Sei stato veramente in gamba a vincere il torneo di Tennis del nostro circolo” e in realtà stiamo pensando “Sei uno che sul lavoro non vale nulla”, anche se non stiamo dicendo una bugia in senso stretto, non si può negare che in un certo senso stiamo mentendo. In conclusione direi che ci sono almeno tre livelli: il più basso è quello della veridicità, cioè non fare affermazioni false in senso stretto, il secondo è quello della sincerità, cioè dire tutto quello che è rilevante di cui si è consapevoli e il terzo è quello dell’onesta, cioè non solo dire quello che si sa, ma anche esaminare la situazione fino in fondo prima di parlare. L’essere onesti ci può anche portare a stare in silenzio!

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