IL “DE RERUM NATURA” DI LUCREZIO

Mi ricordo che al liceo studiavo filosofia sul manuale di Geymonat, che era poi una sorta di riduzione della sua celebre Storia del pensiero scientifico e filosofico, e si accennava al De rerum natura come al più bel poema filosofico della letteratura mondiale. In questi ultimi mesi a distanza di più di 30 anni, sono riuscito a leggerlo per intero con un po’ di calma. In effetti quella di Geymonat non è un’iperbole. Certo Lucrezio non ha la selvaggia potenza di Catullo né la raffinatezza di Orazio, però bisogna ricordare l’aspra difficoltà dell’argomento che tratta in versi.
Ho utilizzato la traduzione della BUR di Balilla Pinchetti, che, pur abbastanza poetica, rende bene il contenuto del poema. Occorre prima sfatare alcuni miti della letteratura lucreziana. Tutto ciò che di naturalistico e di filosofico è in Lucrezio, era prima negli autori dai quali attinge e soprattutto Epicuro. Lucrezio non è un filosofo originale, certo l’ambiente da cui viene non gli avrebbe consentito di inventare nulla di nuovo. Egli è infatti isolato dal raffinato mondo ellenistico nel quale il dibattito filosofico, pur non raggiungendo la forza e l’originalità del IV secolo a.C., era ancora molto vivo. In secondo luogo la tesi marxista di Lucrezio pensatore rivoluzionario ha poco fondamento (Canali). Certo Lucrezio propone una metafisica anti-creazionista e considera gli dei degli antichi come una invenzione umana di cui bisogna liberarsi. E’ anche convinto della capacità liberatoria della ragione e dei danni provocati dalla superstizione, come nell’esempio di Agamennone e Ifigenia, che riporta, ma egli coltiva l’ideale aristocratico di un saggio lontano dalla politica e dalle passioni, che non ha nulla di “sovversivo”. Anche poco credibile mi sembra la “storia” inventata da S. Gerolamo secondo cui Lucrezio sarebbe stato matto, ripresa in termini psicoanalitici in epoca contemporanea, anche da Perelli. Il poema ha un andamento molto equilibrato. Giusto la tragica fine con la descrizione meticolosa della peste di Atene ripresa da Tucidide può insospettire. Ma in fondo credo che una morale come quella epicurea – lo stesso vale per la stoica – che è sostanzialmente rinunciataria, alla ricerca del piacere catastematico (statico) e non di quello cinetico (dinamico) non può che portare verso una riflessione sulla morte, come lo Heidegger di Essere e tempo. Per questo preferisco una morale dinamica, come quella cristiana o nietzscheana. Infine è sbagliato affermare che il senso profondo del De rerum natura sia di carattere etico, cioè che per Lucrezio sia più importante mostrare che non esistono cause soprannaturali, piuttosto che trovare le giuste cause naturali. Il poema, infatti, è innanzitutto un’opera di epistemologia e di fisica, anche se inquadrata in un progetto morale. Quasi tutto il testo tematizza problemi di teoria della conoscenza e di filosofia naturale.
Per noi il De rerum natura è l’unica grande fonte di un pensiero, quello atomistico, che per incuria prima e per persecuzione poi, non ci è stato tramandato, ma doveva essere di una raffinatezza e una ricchezza paragonabili a quella di Platone e Aristotele. Detto questo, veniamo a un’analisi di alcuni passaggi del testo. Buono questo link.

I, 150ss. Nulla nasce dal nulla, altrimenti tutto potrebbe nascere da tutto. Ogni fenomeno ha una causa naturale, che gli uomini non devono temere, ma conoscere.
I, 248ss. Le cose non vanno mai in niente. Perché, se così fosse, tutto sarebbe già andato in rovina, essendo molti di più i processi di disgregazione che di aggregazione.
I, 268ss. Gli atomi sono invisibili. Ci sono molte altre cose di cui non possiamo negare l’esistenza, anche se non le vediamo. La voce ad esempio (sì però la voce è udibile). Lo stesso vale per il vento (ma il vento è percepibile al tatto). I sassi si consumano, ma le parti che si distaccano da essi sono talmente piccole, che sono impercettibili (va bene, ma non è detto che siano indivisibili).
I, 335ss. Oltre agli atomi, che sono infinitamente compatti, c’è il vuoto, cioè lo spazio, altrimenti il movimento non sarebbe possibile (argomento simile a quello con cui Aristotele dimostra l’esistenza del luogo, che però per lui non è mai vuoto. La teoria di Lucrezio è probabilmente associabile a quella che Aristotele chiama la teoria della diastema). Altro argomento a favore del vuoto è che ci sono corpi dello stesso volume, ma di diverso peso.
I, 448ss. Ci sono qualità congiunte alla materia e al vuoto e gli eventi, cioè entità che se si perdono o acquistano non cambiano le cose. Ad esempio, la materia è congiunta al cadere sotto il tatto, la guerra è invece un accidente. Il tempo è un accidente, ci sono solo le cose.
I, 497ss. Gli atomi sono compatti, anche se estesi. Non è possibile dividerli. (Per Lucrezio non sembra esserci altra forza che l’impenetrabilità e la gravità. Per cui se la materia non ha vuoti è indivisibile. Per contro tutto il resto è costituito da aggregati di atomi, che hanno dei vuoti).
I, 551ss. Se gli atomi fossero divisibili, tutto sarebbe polverizzato. Gli atomi sono composti di parti, ma del tutto legate fra loro. Se poi la materia fosse infinitamente divisibile, allora il piccolo sarebbe come il grande, cioè infinito (l’argomento non è conclusivo).
I, 638ss. Eraclito è famoso fra gli orecchianti (inter inanis) per il linguaggio oscuro, più che fra i filosofi seri. Agli sciocchi piacciono le belle parole, di cui però il senso è poco chiaro (condivido!).
I, 685ss. Gli atomi non sono fatti di fuoco, ma di qualcosa che non c’entra nulla con i sensi. (E perché? Subito dopo 698ss., dice che sono i sensi che ci dicono ciò che è vero e ciò che è falso. Qui Lucrezio si contraddice).
I, 822ss. Analogia fra le lettere dell’alfabeto e gli atomi.
I, 953ss. Sia la materia sia il vuoto sono infiniti. Argomento della freccia lanciata ai presunti confini di un universo finito (come quello di Archita). Se il vuoto fosse finito non potrebbe contenere la materia infinita, se la materia fosse finita presto tutta cadrebbe verso il basso (perché nella fisica di Lucrezio tutti gli atomi vanno verso il basso).
I, 1074s. Dato che l’universo è infinito, non ha un centro (su questo passo rifletterà Bruno).
II, 9ss. Nulla è più dolce che strasene nei castelli che costruisce la filosofia e guardare dall’alto gli altri che si affannano a ottenere potere e ricchezza (mi sembra una stupidaggine).
II, 62ss. Nell’universo infinito tutti gli atomi cadono verso il basso e sempre nuovi atomi vengono dall’alto.
II, 182s. L’universo è troppo imperfetto perché ci possa essere stato dato da qualcuno.
II, 218ss. Lucrezio introduce queste piccole oscillazioni casuali, clinamen, perché altrimenti gli atomi non si incontrerebbero mai cadendo (Ghirardi cita spesso questo passo come precursore della sua teoria del decadimento casuale per spiegare la misurazione quantistica. In effetti entrambe hanno un’aria molto ad hoc!). Né può essere che i più pesanti cadano addosso ai più leggeri, perché questo accade solo nell’aria o nell’acqua, nel vuoto tutti i corpi cadono alla stessa velocità, perché nulla li trattiene (in nuce il principio di inerzia). Inoltre queste deviazioni, forse, consentono il libero arbitrio.
II, 444s. Gli atomi hanno tante diverse forme, per produrre i più diversi fenomeni.
II, 497ss. Le forme, però, non sono infinite, perché altrimenti dovremmo ammettere atomi molto grandi, per produrre questa infinità (l’argomento sembra sbagliato).
II, 733ss. Gli atomi non hanno colore. Danno a noi l’impressione dei più diversi colori mediante la loro forma. Possiamo solo immaginarceli con la mente (si capisce perché Lucrezio piace tanto ai fisici contemporanei. Come questo passaggio dagli atomi alle sensazioni sia possibile non riesco a capirlo).
II, 846ss. Gli atomi non hanno alcuna caratteristica sensibile. Le qualità sensibili nascono dagli atomi, come la vita dalla materia inerte (continuo a non capire).
II, 890ss. Lucrezio è convinto che le sensazioni possano emergere dalla combinazione degli atomi. Prende in giro quelli che sostengono che i singoli atomi sono già dotati di sensazione (la teoria degli “psiconi”!). (Non capisco però come possa essere ragionevole la sua teoria, che poi è quella sostenuta anche oggi da molti).
1017ss. Il senso dell’universo è nell’aggregarsi e nel disgregarsi degli atomi. Solo gli atomi sono immortali.
1100ss. Il mondo è troppo complicato perché possa essere ordinato da qualcuno.
1179s. Tutto poco a poco se ne va consumato dalla vecchiaia in rovina.
III, 41s. La malattia e il disonore sono da temere più della morte.
III, 59ss. La paura della morte nutre la ricerca d’oro e la brama d’onori, che rovinano la vita dell’uomo.
III, 95ss. Lucrezio distingue fra animo e anima, la seconda è diffusa in tutto il corpo, mentre il primo è un po’ come la mente. Entrambi sono corporei, altrimenti non potrebbero essere in contatto con la materia.
III, 178ss. Il pensiero è la cosa più rapida del mondo, per cui i suoi atomi sono piccoli rotondi e lisci e quindi molto veloci.
III, 480ss. Una delle prove che Lucrezio fornisce a favore della mortalità dell’animo è che il vino può turbarlo.
III, 828ss. Famoso argomento di Lucrezio contro la paura della morte. Mica ci dispiaciamo di non esserci prima di nascere, perché dovremmo dispiacerci di non esserci dopo morti? (l’argomento mostra solo che l’uomo è un essere orientato verso il futuro. Inoltre secondo L. III, 322s., l’uomo può dominare i propri istinti).
III, 892ss. Abbiamo paura della morte perché non ci rendiamo conto che quando saremo morti non avremo più desideri (sì ma adesso desideriamo che allora noi avremo ancora desideri. Questi argomenti tipici del pensiero stoico ed epicureo mi sono sempre sembrati fessi.)
III, 929ss. Andarsene dalla vita da commensale sazio. A un certo punto i piaceri sono sempre gli stessi (questo argomento, che è presente anche in Genesi “sazio di giorni”, ha una certa forza.)
III, 976s. Quei supplizi che dovrebbero esserci nell’Ade in realtà sono in questo mondo!
III, 1022 La vita per gli stolti è un inferno (anche per gli intelligenti, forse è peggio!).
III, 1067ss.
Ciascuno all’io così sfugge: ma resta all’io, contro voglia,
legato a cui non si sfugge: e, com’è logico, l’odia,
perché non vede il malato qual è la causa del male.
Se la vedesse, ciascuno, lasciata ogni altra faccenda,
si sforzerebbe, anzitutto, di penetrar la natura,
perché v’è in gioco lo stato del tempo eterno, non quello
d’un’ora sola, e la sorte in cui dovranno trovarsi,
pel tempo eterno che avanza dopo la morte, i mortali.
Questi versi esprimono forse il senso etico più profondo del poema. Dedicando la propria vita a comprendere come è fatto ilo mondo ci si avvicina un poco all’immortalità, perché il mondo sarà sempre fatto così. Qui legge male il commentatore che vede un richiamo alla mortalità dell’anima contro i platonici. Invece lo studio della natura porta il piacere non solo perché distoglie dalle paure, ma soprattutto perché si occupa degli atomi e delle loro leggi che sono eterne.
IV, 460ss. Lucrezio dà credito ai sensi, ma in questo non si rende conto che sbaglia poi con gli atomi che non hanno proprietà sensibili.
IV, 823ss. Gli occhi non sono fatti per vedere. Lucrezio è contro le spiegazioni finalistiche.
IV, 1060ss. Bisogna evitare di innamorarsi e di desiderare sempre lo stesso corpo, perché questo è fonte di infelicità. Occorre distogliere lo sguardo da quello e scaricare l’umore accumulato in un corpo qualsiasi.
IV, 1145ss. La donna di cui ci si innamora viene inopinatamente idealizzata.
V, 146ss. Ci sono gli dei, ma non sappiamo come sono fatti, né essi si curano degli uomini. Certo non si può pensare che questa vita sia stata fatta apposta da loro per l’uomo, perché questa sarebbe una bestemmia. Per noi che male sarebbe stato non nascere? Certo dopo che si è nati si desidera la vita. (Qui si rivela questo filone della filosofia, che arriverà fino a Schopenhauer e Heidegger, che è contro l’amore per la vita).
V, 714 Parlando della luna, Lucrezio cerca una spiegazione delle fasi e dice che “può darsi…”. Secondo Ernout nella fisica epicurea è fondamentale il principio della pluralità delle spiegazioni possibili. (non so per Epicureo, ma per Lucrezio, considerando VI, 705ss., dove si dice che solo per alcuni fenomeni dobbiamo dire molteplici cause di cui una sarà vera, mi fa capire che questo carattere ipotetico vale solo in alcuni casi difficili. Direi che la fisica di Lucrezio più che a un metodo ipotetico-deduttivo, come si auspica da Einstein in poi, è caratterizzata da un metodo tetico-deduttivo. Cioè è vero che egli salava le apparenze con ipotesi ardite, ma tali ipotesi le considera per lo più assolutamente assodate. In questo non è più moderno di altri autori. Forse è anche più dogmatico di Aristotele e Platone e quindi più arcaico.)
V, 840ss. Un abbozzo di visione evoluzionistica della natura e di sopravvivenza del più adatto.
V, 1130 Procura tranquillità l’obbedire è quindi da preferire al comandare (non mi sembra molto sovversivo questo principio!)
VI, 390ss. Come possono i fulmini essere inviati da Giove se spesso colpiscono l’innocente e risparmiano il colpevole?

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3 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA

3 risposte a “IL “DE RERUM NATURA” DI LUCREZIO

  1. eugenio

    “Ogni fenomeno ha una causa naturale, che gli uomini non devono temere, ma conoscere.” Appunto per questo l’uomo ha paura della morte, con buona pace dell’argomento contro la paura della morte!

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