INVIDIA E RICONOSCIMENTO

Quando si tratta del concetto di invidia bisogna porre attenzione a un’importante distinzione. Nel suo bel libro La vita in comune Todorov nota che abbiamo bisogno del riconoscimento da parte degli altri come dell’aria che respiriamo. Riconoscimento vuol dire che gli altri parlino bene di noi. Spesso ci dà più piacere che qualcuno dica che viviamo in una bella casa, piuttosto che vivere in una bella casa. Questo dipende dal fatto messo in luce da Gehlen che la nostra formazione del sé passa attraverso un continuo confronto con gli altri fin dai primi anni di vita. Detto questo, ci sono due forme di invidia: quella del piacere, che proviamo di fronte a qualcuno che ha accesso a un piacere che in quel momento è per noi precluso, e quella del riconoscimento, che è legata alla vista di un riconoscimento a qualcuno che a noi è precluso. Anche l’invidia del riconoscimento è un’invidia per il piacere di qualcun altro, ma per un piacere mediato dal riconoscimento. In generale l’invida per il piacere diretto è abbastanza naturale e innocua, perché può portare a forme di aggressione nei confronti di chi viene invidiato, ma si tratta di attacchi diretti abbastanza facili da smascherare. Per contro, l’invidia del riconoscimento è subdola perché agisce nell’ombra. Si pensi a Danglars che, assieme a Fernand, denuncia Edmond Dantés come agente bonapartista, facendolo finire per quattordici anni nella prigione del castello d’If. Edmond evaderà e poi con l’aiuto del tesoro di Montecristo rivelatogli dall’abate Faria si vendicherà in modo sottile e tremendo dei suoi delatori. Danglars invidia soprattutto il riconoscimento che Edmond sta per ottenere quale futuro capitano del Faraone.
Ampliando il discorso al romanzo di Dumas padre, notiamo come in un mondo ottocentesco secolarizzato lo scrittore francese cerca una sorta di redenzione in Terra. Il Conte di Montecristo si sente inviato dalla Provvidenza a vendicare chi ha fatto del male a Edmond e a premiare chi gli ha fatto del bene. Sarà nel dialogo con la ex fidanzata Mercedés, che il Conte comincerà a rendersi conto della follia del suo progetto. Lei gli dirà che non può sostituirsi a Dio, perché quest’ultimo ha il tempo e l’eternità, che mancano agli uomini (p. 139, II vol. Hachette, Paris, 1938).

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1 Commento

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, SOCIETA'

Una risposta a “INVIDIA E RICONOSCIMENTO

  1. sara

    La distinzione e le precisazioni che fai sono ragionevoli anche per me. Andando avanti, o forse andando un po’ per vie traverse, il discorso iniziale sul riconoscimento mi ha fatto venire in mente questa cosa: ci sono degli uomini che per amore della Verità, almeno quella che al loro cuore, il leb biblico, che è anche intelligenza, con forza appare tale, devono sopportare di non essere riconosciuti. In questi casi possono appellarsi solo al loro profondo e personale sguardo riconoscente. Qui non c’è posto per l’invidia ma per il rigetto, il rifiuto. Ma è solo questione di tempo. Ho trovato queste parole di Ionesco che dicono che prima o poi il cerchio si chiude. “Ma si è veramente sinceri quando non si è nello stesso tempo originali e universali? E’ poi così facile essere sincero? La sincerità è profonda, ed è in se stessi che si trova l’originalità della propria sincerità, non negli altri. Tuttavia, essa deve essere riconosciuta dagli altri che si identificano in essa. L’opera d’arte non può essere né espressione di un caso troppo particolare, né una ripetizione, né imitazione. Questa è la sua legge paradossale, questo è il paradosso del criterio artistico. Soltanto in noi stessi si trova quello che è profondamente personale e quello che è universale.”

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