L’ALTRUISMO BIOLOGICO NON E’ MORALE

Oggi si fa un gran parlare dell’altruismo cablato biologicamente nel nostro sistema nervoso. I soliti Pinker e Dawkins ci hanno scritto sopra. Zone del piacere del cervello che si attivano quando facciamo una buona azione; comportamenti biologicamente favorevoli per la specie e non per l’individuo, come la gazzella che avverte il branco della presenza del leone, pur facendo così scoprire la propria posizione e andando incontro a morte quasi certa. Tutto ciò è molto interessante, ma ha poco a che fare con la moralità. Morale è una nostra deliberazione, cioè una nostra scelta ragionata, non certo un comportamento istintivo. Noi non sappiamo se la moralità esista o meno, perché non sappiamo fino a che punto siamo biologicamente determinati e se si possa parlare di autonomia individuale, tuttavia di certo questi comportamenti automatici non sono morali.

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5 commenti

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5 risposte a “L’ALTRUISMO BIOLOGICO NON E’ MORALE

  1. La mia conoscenza della filosofia è quasi nulla, ma della biologia so un po’ di più. E so che NON esistono comportamenti favorevoli alla specie e non all’individuo; e che nessuna antilope mette in guardia il branco dal predatore (basta leggere Il principio dell’handicap di Zahavi per avere una spiegazione coerente del comportamento d’allarme di alcune antilopi). Chi mette in guardia il branco dall’arrivo del predatore sono di solito animali imparentati fra di loro (suricati , scimmie). Il tentativo di scoprire le basi biologiche delle leggi morali dal comportamento animale (la categoria istinto è un filino fuori tempo e in mammiferi e uccelli i comportamenti totalmente “automatici” sono ben poco diffusi) è abbastanza recente, con i libri di Hauser e De Waal per esempio, e non mi sembra poi così peregrino. La scelta morale non deriva quindi solo da una scelta ragionata, ma ha basi ben precise nella nostra evoluzione. Tutto ovviamente sta anche a intendersi su cosa vogliamo dire quando parliamo di morale…

    Marco

  2. Caro Marco, innanzitutto complimenti per il tuo blog, che ho subito aggiunto fra i miei link. Non ho capito bene quello che dici. I comportamenti favorevoli alla specie più che all’individuo sono un fatto, direi, che poi viene spiegato con la comunanza del patrimonio genetico, cioè con la formula di Hamilton. Oltre a ciò alcuni sostengono addirittura la selezione di gruppo, come Wilson https://viverestphilosophari.wordpress.com/?s=wilson. Il mio punto è comunque che l’altruismo è una cosa e la morale è un’altra. Certo che sono estremamente interessanti gli studi sulle basi biologiche dell’altruismo.

  3. Ti ringrazio per i complimenti.
    Primo punto. I comportamenti favorevoli alla specie più che all’individuo sono un fatto, direi, che poi viene spiegato con la comunanza del patrimonio genetico, cioè con la formula di Hamilton.
    Come hai già spiegato tu, la formula di Hamilton br-c>0 dice proprio che se br (b è il numero di figli che può avere un “ricevitore” di un atto altruistico – r è il grado di parentela tra il ricevitore e l’altruista) è maggiore di c (il costo dell’altruismo per l’altruista, cioè il numero di figli che avrebbe potuto avere se non fosse stato altruista) allora gli alleli per l’altruismo passano più degli alleli per il non altruismo. E nota che maggiore è r, maggiore la probabilità di passare i geni. Significa che tra due animali non imparentati, che possiedono cioè in comune solo i geni “della specie”, la presenza di atti altruistici è molto poco probabile. Molti esempi sono a favore di questa formula, come la presenza di gruppi sociali imparentati (i leoni o i lupi, per esempio) e comportamenti come l’infanticidio (ancora nei leoni o nei langur). Per quanto riguarda Sober e Wilson (D.S. ma anche E. O. ultimamente) le condizioni che portano alla selezione di gruppo sono piuttosto critiche (gruppi compatti non imparentati e resistenti all’entrata dei cheater, cioè coloro che approfittano della situazione e ricevono solo atti altruistici senza “darne”) e non sempre si possono verificare. Se tu avessi detto favorevoli al gruppo e non all’individuo”, saresti andato più vicino all’interpretazione di Wilson, anche se, detta così, un evoluzionista non l’accetterebbe a cuor leggero. Qui c’è un’introduzione dell’ipotesi, che è stata però elaborata da allora fino a comprendere anche la spiegazione della religione (nel libro La cattedrale di Darwin).
    Sul tuo ultimo punto, e la mia è domanda tutt’altro che retorica, non credi sia solo una questione nominalistica? Che cioè io chiamo altruismo le basi biologiche di quello che tu chiami morale?

    Marco

  4. Caro Marco, la scienza moderna rifiuta le spiegazioni di tipo finalistico, perché si è visto che spesso siamo noi a sovrapporre un elemento teleologico là dove di fatto non c’è. Così nel famoso esempio di Paley dell’orologio nella brughiera, che Darwin ha mostrato essere con ogni probabilità frutto di leggi causali e non finalistiche. Al massimo la scienza può ammettere il caso, come in effetti fa in meccanica quantistica. Per queste ragioni il comportamento morale, così come lo si intende comunemente, non può essere studiato fino in fondo da un punto di vista scientifico, perché esso implica il concetto di responsabilità. Una nostra azione può essere giudicata da un punto di vista morale solo quando noi ne siamo responsabili, cioè la abbiamo deliberatamenmte causata. Per descrivere questa situazione abbiamo necessariamente bisogno di categorie teleologiche, quali “avere l’intenzione di”, “avere lo scopo di” ecc. La deliberazione è un comportamento che implica prima una riflessione e poi una scelta. Tu mi dirai, “ma forse noi siamo frutto del caso e della necessità, esattamente come capita nelle nostre teorie scientifiche, per cui la morale nel senso in cui ne parli tu non esiste!” Può essere che tu abbia ragione, però, per adesso, siamo ben lungi dall’aver spiegato tutto ciò che accade e soprattutto la cosa più complicata dell’universo (forse), cioè la soggettività umana, nei termini di caso e necessità. Inoltre noi abbiamo la testimonianaza interiore che spesso siamo liberi di scegliere. Certo potrebbe essere un’illusione, ma per un empirista, quale io sono, il dato va contrastato con un argomento convincente e per adesso non ci sono ragioni definitive che mostrano l’illusorietà della mia sensazione di libertà. Dunque se vogliamo parlare sensatamente di morale, dobbiamo assumere per buona questa sensazione di libertà che possediamo. Se ci pensi la complicata procedura del processo penale serve proprio a capire se il presunto colpevole non solo abbia commesso il fatto, ma se lo ha compiuto colposamente, volontariamente preterintenzionalmente, intenzionalmente o con premeditazione, cioè diversi gradi di deliberazione. Più il grado è alto e più è colpevole.

  5. Pingback: La particella fonda(mentale) SPS | realtà o fantasia ?!

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