CANFORA SUL POTERE

Ho letto “La natura del potere” di Luciano Canfora, Bari, Laterza, 2009. Un breve testo che in mezzo alle erudite citazioni dello storico dell’antichità, esprime bene il suo punto di vista politico, che a me pare sostanzialmente sbagliato. E’ interessante discuterlo brevemente, perché credo che esso sia paradigmatico per molti intellettuali italiani. Si comincia (cap. II) con la classica interpretazione marxista di Lucrezio come autore sommamente eversivo. Cosa che non riesco proprio a vedere. Canfora cita il verso III, 998 “Imperium quod inane est, nec datur unquam”, l’imperio che è illusorio e non è mai dato. Qui ci sarebbe il progetto del socialismo utopistico, cioè di un ordine nuovo! In realtà il pezzo è inserito nella tesi epicurea secondo cui viviamo le pene dell’Ade in questo mondo e non nell’altro, che non esiste. Ad esempio, vediamo Sisifo in quelli che ambiscono al potere e mai lo ottengono. Semplicemente Lucrezio ci sta avvisando dell’inutilità da parte del singolo della ricerca del potere. La sua è chiaramente una visione sostanzialmente impolitica. Ancora più paradossale l’interpretazione della fine del libro V, 1130, dove Lucrezio dice che è più tranquillo obbedire che comandare; chiaramente un invito a tenersi lontano dalla politica, senza alcuna valenza rivoluzionaria.
Nel cap. III si passa a un altro mito comunista, cioè alla distinzione gramsciana fra cesarismo progressivo e cesarismo regressivo. Alcuni, come Napoleone I e Lenin sarebbero dei dittatori, ma che portano innovazione, altri, come Napoleone III e Ahmadinejad sarebbero dei dittatori, che vanno nella direzione sbagliata. E’ chiaro che il dispotismo illuminato è la miglior forma di governo. Cioè se un dittatore agisce in coscienza è la cosa migliore, perché realizza dei miglioramenti in modo molto più efficace che qualsiasi democrazia. Il problema è che il dispotismo nove volte su dieci è “cupo” e non illuminato, per cui occorre sempre tendere verso la democrazia, che, pur non essendo così efficace come il dispotismo illuminato, è comunque in media meglio. Il cesarismo, anche se progressivo, è in realtà regressivo per quello che comporterà in seguito. Ammesso che la dittatura di Lenin sia stata un bene per l’URSS, è durata cinque anni e a lui sono succeduti Stalin, Kruscev, Breznev, che per settanta anni hanno combinato danni incalcolabili.
Nel capitolo V troviamo una circostanziata accusa nei confronti della democrazia ateniese del VI secolo a.C. (il pensiero comunista è sempre anti-democratico), che per legittimarsi ha utilizzato falsi miti fondativi. E’ chiaro che la democrazia non è mai priva di difetti e certamente le balle che raccontano quelli che la instaurano non sono un aspetto particolarmente edificante. Tuttavia la democrazia non è solo questo, ma il sistema che nelle poche volte che è stato realizzato almeno parzialmente nella storia dell’uomo ha garantito in media la massima libertà ai cittadini, libertà che è il bene più importante per l’uomo.
Il capitolo VI prende le mosse dall’idea che lo stato si fonda sempre sulla forza. A favore di questa tesi Canfora riporta Weber. In realtà Weber in La politica come professione sta dicendo un’altra cosa, cioè che lo stato è l’unico detentore legittimo degli strumenti di coercizione. La forza è una delle tante forme di potere, come ben sa chi si occupa di queste cose. Weber ad esempio distingue diverse forme di potere, da quello ierocratico a quello economico. Poi Canfora critica l’idea della divisione dei poteri dicendo che le oligarchie, che sempre detengono il potere, quando sono più sicure di se stesse concedono spazio ai poteri alternativi, quando invece sono in pericolo si trasformano in dittature. E’ una lettura semplicistica e abnorme della storia. E’ vero che alcuni tentano sempre di controllare le risorse disponibili a proprio favore e a danno degli altri, ma questo non dipende, come Canfora sembra credere, dalla struttura del sistema sociale, ma dalla natura umana. E il sistema sociale non può che tentare di arginare il più possibile questi effetti. Canfora cita con soddisfazione la massima di Napoleone secondo cui le aristocrazie si riformano sempre, dopo ogni tentativo di democratizzare la politica. Su questo ci sono pochi dubbi: bisogna infatti vigilare sempre per evitare che le oligarchie prendano il potere (come ad esempio l’oligarchia della famiglia Canfora dentro l’Università di Bari!). Non è che c’è una soluzione definitiva e palingenetica a questi cronici mali di ogni società umana.
Buona l’analisi dei mali dell’Italia, cioè di come la gente si identifichi in Berlusconi, furbo e arricchito. E anche come sostengono il suo regime più i programmi di intrattenimento che quelli di informazione.
Nel capitolo IX si spara contro i regimi parlamentari, perché in realtà sono dominati dalle élites. Va bene, ma quale sarebbe l’alternativa migliore? La canforacrazia forse?
Il libro si conclude con una sparata contro l’America. Impero che come ogni altro, prima o poi crollerà. Sta di fatto che gli Stati Uniti hanno appena saputo esprimere un’innovazione profonda, come l’avvento di Obama al potere, mentre noi abbiamo votato un’altra volta Berlusconi!

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