L’ELEGANZA DEL RICCIO

Ricevo da lilo questa bella recensione.
Muriel Barbery, L’eleganza del Riccio, edizioni e/o, Roma 2008

Renée, 54 anni, da 27 portinaia al numero 7 di Rue de Grenelle, “in un bel palazzo privato con cortile e giardino interni”, vedova, bassa, brutta, grassottella, con i calli ai piedi e l’alito di un mammut. Non ha studiato. È sempre stata povera, discreta e insignificante. Vive sola col gatto e né lei né lui fanno molti sforzi per integrarsi nella cerchia dei propri simili. Gli umani del condominio, c’è da dire, non amano Renée che, pur sempre educata, non è mai gentile. La tollerano, perché corrisponde esattamente al “paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire”.
Paloma, 12 anni, al medesimo numero della medesima strada, vive in un appartamento da ricchi perché i genitori sono ricchi, la sua famiglia è ricca e, “di conseguenza” sua sorella e lei sono “virtualmente ricche”. Convive con il padre, deputato con un passato da ministro e un futuro da presidente della camera, con la madre dottoressa in Lettere (“scrive gli inviti a cena senza errori e non la smette di scocciare con i suoi riferimenti letterari”), in analisi da anni (inutilmente); con la sorella (“la sorella più insopportabile dell’universo”), Colombe, dottoranda in filosofia, che lavora su Guglielmo Occam e da anni “rompe le scatole con il kairos, un concetto greco che significa più o meno il ‘momento propizio’, quella cosa che secondo lei Napoleone sapeva cogliere – perché chiaramente mia sorella è una specialista di strategia militare”.
Sono le voci narranti del romanzo L’eleganza del riccio, Gallimard, Paris 2006, scritto da Muriel Barbery, docente di filosofia all’IUFM di Saint-Lô, tradotto in Italia nel 2007 e giunto, nel 2008, alla ventinovesima ristampa.
Sono due voci all’apparenza tra loro distanti, quella di Renée (madame Michel, per tutti), che dietro alla guardiola osserva criticamente un mondo che le è così alieno, e quella di Paloma che, così giovane, dall’altra parte del vetro, di tanto in tanto la incrocia con gli occhi forse senza vederla. Ma, vuole istruirci Muriel Barbery, l’apparenza inganna e a ben saper guardare e, soprattutto, ‘vedere’, ‘percepire’, tra loro può sussistere una profonda affinità. Perché dietro l’abito di portinaia insensibile e rozza, oltre la facciata, proprio là dove nessuno solitamente si spinge con lo sguardo (degli occhi, della mente), Renée è un essere umano di straordinaria sensibilità: all’insaputa di tutti è “autodidatta proletaria”, come ha a definirsi, culturalmente eclettica, perché ha trascorso ogni istante della vita che ha potuto sottrarre al suo lavoro a leggere, a guardare film (con una predilezione per il cinema giapponese), ad ascoltare musica anche se, “come tutti gli autodidatti”, non è mai sicura di quello che ha capito. Legge letteratura russa (un amore particolare è per Tolstoj) e romanzi polizieschi, ma anche libri difficili che non la scoraggiano, Cartesio, Kant, le Meditazioni cartesiane, correndo – certo – il rischio di qualche banalizzazione interpretativa che non mancherà, comunque, di trovare seguaci (“Ecco l’idealismo kantiano. Del mondo noi conosciamo solo l’idea che se ne forma la nostra coscienza. Ma esiste una teoria ancor più deprimente di questa, una teoria che apre prospettive ancor più spaventose dell’accarezzare senza rendersene conto un pezzo di bava verde o, al mattino, cacciare in una cavità pustolosa i toast che noi pensavamo destinati al tostapane. Esiste l’idealismo di Edmund Husserl”). Renée è anche capace di valutazioni fini in numerosi altri campi del sapere, dal cinema (dove confessa d’essere di gusti illimitatamente eclettici), alla letteratura, alla storia dell’arte e quel che in lei più colpisce – nella lei che si nasconde a una società vanesia che s’accontenta di sguardi stereotipi, è la curiosità a tutto tondo, aspecifica. È una sottile, arguta scrutatrice degli abitatori del palazzo, e ciascuno le ispira un pensiero, e un confronto. È rassegnata all’idea di dover preservare intatta la propria vita a due facce (essere umano per sé, portinaia per gli altri), tristemente docile al destino che l’imprigiona alla sua condizione di umile.
Anche Paloma è una bambina che nasconde molto dietro alla faccia e al corpo adolescenti. È capace anche lei di dar colpi di sonda nella realtà. È osservatrice polemica, senza quella pietà che è dotazione dell’età matura, della propria famiglia che è per lei il mondo. Anche Paloma ama il Giappone, legge i manga (il suo preferito è Taniguchi) e gli hokku. Vive con sofferenza il contrasto sociale tra la miseria dei molti e l’abbondanza, che sente ingannevole, della quale pur si trova a usufruire (“E vi pare normale che 4 persone vivano in 400 metri quadrati mentre chissà quante altre … non hanno nemmeno un alloggio decente?”). Paloma è un osservatrice non convenzionale, riesce a guardare anche fuori dalla propria forma sociale d’origine, e l’Altro gli serve non per l’autocompiacimento narcisistico, quanto piuttosto per trarne informazioni critiche sul sé. Ha deciso di togliersi la vita, a meno che non trovi qualcosa di veramente forte che la convinca che valga la pena di restare al mondo. Nel romanzo si esprime attraverso un diario, nel quale alternativamente illustra “pensieri profondi”, come lei li chiama, e “movimenti del mondo”.
Renée e Paloma sono le lenti (sufficientemente deformanti) attraverso le quali Barbery racconta: non tanto una storia che, viene da dire, è costruita in maniera assai esile, senza che se ne colga un vero e proprio intreccio, se non, vagamente, nelle ultime pagine. Racconta piuttosto una galleria di caratteri e, soprattutto, un suo personale zibaldone di riflessioni di varia umanità: i propri pensieri sul reale, senza curarsi troppo del “verosimile”, che nell’“arte poetica” era secondo Aristotele l’elemento essenziale. “A cosa serve la grammatica? – fa chiedere alla piccola Paloma durante una lezione di lingua francese – “Serve per parlare e scrivere bene” è la prevedibile risposta. Ma – e qui viene la parte inverosimile della riflessione della giovane allieva (e pensiamo subito ai nostri figli, suoi coetanei) – “io credo che la grammatica sia una via di accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!” […] Solo il fatto di sapere che esistono diversi tipi di parole e che bisogna conoscerli per definirne l’utilizzo e i possibili abbinamenti è una cosa esaltante. Stupendo, vero? I sostantivi, i verbi …”.
Renée Paloma l’ha vista nascere. Si sono incrociate molte volte, ma il loro vero incontro, quello dal quale due esseri umani vengon fuori diversi rispetto a un prima, avviene troppo tardi, e per merito di un condomino nuovo, un colto regista giapponese (l’avreste detto…?) che prende amicizia con le due. L’incontro basta tuttavia alla piccola per capire che, se esistono umani diversi da quelli anestetizzati e privi di emozioni che le stanno attorno, se ci sono persone in giro a lei così simili, e vicine, allora, ecco, trovarle rende importante il vivere. Rinuncia ai pensieri di morte. Intanto Renée, sotto il giogo del suo destino sociale di reietta, che la deve tenere lontana dai gradi superiori della scala, nell’unico momento della vita in cui intravede la possibilità di un riscatto della propria solitaria vicenda, è punita. Muore, come lo scandaloso colpevole in un feuilleton ottocentesco, investita da un furgone a pochi metri dalla portineria.
Qual è ora la ‘morale’ della storia? Vediamo. Ce n’è più d’una. Io inizio a evidenziare queste:
1. Il senso della vita è per gli esseri umani nell’incontro, quello vero che affonda nelle esistenze di ciascuno e può essere determinante per la vita o la morte.
2. Sebbene chi studia filosofia non sempre ha un’autentica propensione filosofica, tuttavia il vero pensatore/filosofo si nasconde ovunque, anche negli animi più insospettabili. Anche nei semplici nasce questo desiderio di andare al cuore delle cose. Non dobbiamo, dunque, disperare.
3. Barbery avverte che l’amore non è senza confini. Ovvero, lo sarebbe. Ma non può. Ha confini sociali netti che non vanno travalicati. “Nessuno ardisca sposare gli dèi”, cantavano i poeti nella Grecia arcaica. Vale anche oggi?

In conclusione. La scrittura del libro è elegante, divertente, interessante e persino istruttiva. Di Tolstoj c’è, in questa vetrina di caratteri e pensieri ispirati a un certo pessimistico determinismo sull’uomo e sul mondo, forse una lontana eco. Ma siamo lontanissimi dall’arte del racconto che fu propria dei grandi maestri russi. Come dire che non sempre il lettore insaziabile può far proprie le armi letterarie del modello. Anche nelle vocazioni c’è un destino …

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1 Commento

Archiviato in LETTERATURA

Una risposta a “L’ELEGANZA DEL RICCIO

  1. sara

    davvero bella questa recensione.
    Tanto da farmi prendere in mano “l’eleganza del riccio” che stava da tempo ormai in compagnia degli altri libri di casa mia.
    Non era stato sufficiente il fatto che una mia cara amica me l’avesse regalato con calore e pensando che mi sarebbe piaciuto. Ci voleva Lilo.

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