NON-VIOLENZA E GUERRA GIUSTA

Sono d’accordo con i teorici di origine hegeliana che sostengono che la non-violenza non può essere un valore assoluto e che esiste anche una sorta di fondamentalismo non-violento spesso parecchio ipocrita. Quantomeno ci sono forme di resistenza armata di fronte a un oppressore che è difficile condannare, come nel caso della guerra partigiana in Italia o dei movimenti di liberazione in America latina. Ciò malgrado faccio molta fatica anche ad accettare la nozione di iustum bellum, cioè di guerra giusta, che ha avuto grande fortuna da Agostino fino a Walzer. Così come Bush e i suoi seguaci ritengono giusta la “liberazione” dell’Iraq, così Mao e i suoi seguaci considerano giusta la “liberazione del Tibet”. Fra le due ritengo la seconda ancor più grave della prima, ma comunque entrambe mi sembrano inaccettabili. Mi rendo conto che quello fra non-violenza e bellum iustum sembra un dilemma che non ammette terze vie, perché o la violenza non è mai giustificata, oppure in alcuni casi è giustificata. Per ovviare al problema, forse si potrebbe utilizzare il fatto che la nozione di “giustizia” ha dei gradi, per cui non ci sono solo azioni giuste o ingiuste, ma anche azioni più o meno ingiuste o  più o meno giuste e anche azioni che non sono né giuste né ingiuste. Si potrebbe allora dire che che alcuni usi della violenza sono non ingiusti, senza sbilanciarsi ad affermare che sono giusti.

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1 Commento

Archiviato in FILOSOFIA POLITICA

Una risposta a “NON-VIOLENZA E GUERRA GIUSTA

  1. aldo

    Caro Enzo,
    sono del tutto d’accordo con quanto affermi: la guerra partigiana o i movimenti di liberazione in America Latina non devono essere condannati. Ma se non devono essere condannati, come tu scrivi, possiamo dire che la violenza della lotta di liberazione dal nazifascismo era giustificata dalla necessità di fermare la barbarie e la violenza dei tedeschi e dei loro alleati fascisti? e che quindi la guerra partgiana era giusta? Non si tratta, io credo, di contrapporre la nonviolenza alla categoria della guerra giusta, come se la critica a quello che tu chiami il fondamentalismo talvolta ipocrita della nonviolenza assoluta (valutazione che potrei anche sottoscrivere se il tono fosse meno aspro, vale a dire se non ci fosse la parola ipocrita) presupponga inesorabilmente l’accettazione altrettanto fondamentalista della categoria della guerra giusta. Come ho cercato di dirti per quanto mi riguarda la critica all’ideale della nonviolenza non vuole approdare sulle sponde della celebrazione della violenza purificatrice, al contrario è fatta proprio in funzione di una prospettiva di limitazione della violenza nel mondo umano. Credo insomma, che ognuno dei due termini, violenza-nonviolenza, vada pensato, valutato, ed eventualmente giudicato, sempre in relazione alle condizioni oggettive e ai significati concreti che essi assumono nella realtà storica, e pertanto concludo dicendoti che non ritengo minimamente assimilabili l’invasione all’Iraq e l’invasione del Tibet. Ma di questo ne parliamo prossimamente. Mi scuso per la brevità della mia risposta, ma la nonviolenza mi chiama. A presto

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