VATTIMO E LA PISTOLA

Il filosofo torinese Gianni Vattimo ha affermato che, quando sente qualcuno che parla di verità, mette mano alla pistola! Io direi piuttosto che, quando sento qualcuno che dice di essere in possesso della verità (e vuole difenderla con la pistola?), allora scappo via. Quando incontro qualcuno che afferma con forza (con la pistola?) che non esiste verità, allora di nuovo scappo via. E quando mi imbatto in uno che dice che la verità esiste, ma non è chiaro quale sia e lui la sta cercando, allora ho trovato un amico. Lo stesso discorso si può fare sostituendo la parola “verità” con la parola “etica”.

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6 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE

6 risposte a “VATTIMO E LA PISTOLA

  1. Mi sembra chiaro che la sua è un’etica della nonviolenza e che lei è per una nonviolenza dell’etica. Per la verità quindi rientriamo in un’ottica socratica di confronto e dialogo.
    Sinceramente, invece, a me il discorso della pistola di Vattimo era piaciuto (io l’ho sentito in Urbino l’anno scorso, non so se questo post allude a quell’affermazione); non tanto per l’aggressività della reazione, quanto per la rinuncia ad una Verità assoluta. Credo che chiunque parli di Verità vada osteggiato, anche se magari non proprio con una calibro 22 – laddove con “parlare di verità” non alludo ad una ricerca in atto, come lei ha interpretato la frase, ma come una convinzione manifesta e coercitiva, come penso intendesse Vattimo.
    C’è poco da fare con chi è convinto di essere sempre buono e di agire sempre secondo verità – oltre a fargli capire che sta agendo per il suo bene e per la sua verità. Ecco, questa è la pistola.

  2. No Luca credo che in Vattimo ci sia una sorta di intolleranza nei confronti di chiunque pensi che si possano trovare almeno dei brandelli di verità: il pensiero debole!

    • renato

      Condivido. Il pensiero debole vorrebbe essere un pensiero aperto che guarda con sospetto tutte le forme del potere ma anche della ricerca di fondamenti ma in realtà è più violento di quanto si immagini. lo steso Vattimo ha affermato che tra verità ed autoritarismo ci sarebbe una identificazione. Non so ma chi dice di voler prendere una pistola mi pare più che autoritario, più che violento più che oltranzista in una:intollerante.

  3. Che il “pensiero debole” contenga un rifiuto alla Verità è indubbio, io più che come un’intolleranza tout-court l’ho sentita come un manifesto del relativismo, almeno in quel frangente. Insomma, più che una questione di “vietato mostrare brandelli” l’avevo intesa come “vietato imporre mattoni” – e da lì ha iniziato la solita carica contro le pretese della metafisica e della scienza sulle quali io, da scientista cattivo, non ho potuto che dissentire.

  4. sara

    Mi son piaciute sia le vostre considerazioni che queste di Enzo Bianchi

    Può apparire paradossale, ma la tentazione dell’ateismo, del nulla è costantemente in agguato anche, e forse soprattutto, per gli uomini e le donne di preghiera, per quanti vivono nella fede e nella salda adesione al Signore: anche loro possono giungere a lamentarsi del silenzio di Dio, a piangerne l’assenza e a invocarne una parola. Perché questo intrecciarsi della fede con il dubbio, perché sperimentiamo a volte la sterilità della fede e la fecondità del dubbio?
    Non dovremmo dimenticare che parlare della fede non significa parlare di Dio: altro è Dio, altra è la fede in Dio. La fede è atto umano che suppone una determinata comprensione di Dio, delle immagini del Dio a cui ci si affida. Dio, infatti, non è circoscrivibile dai nostri concetti, dai nostri pensieri e dalle nostre parole. Le stesse definizioni dogmatiche fissate dalla chiesa, le “verità di fede” ritenute tali “sempre, da tutti e in ogni luogo” non possono essere assolutizzate e confuse con Dio perché le definizioni linguistiche della verità non sono la verità stessa, ma restano nell’ambito della ricerca della verità e non possono essere considerate che accostamenti, avvicinamenti, approssimazioni (alla verità, ma non esauriscono né la verità, né Dio.

    Potremmo definire “umiltà” questa dimensione della fede cristiana – troppo spesso dimenticata nella storia cristiana e lasciata alla sua dimensione individuale – che mi pare costitutiva della fede nel Dio che si è rivelato nell’incarnazione e nell’abbassamento fino alla morte e, come specifica san Paolo, non una morte qualsiasi, ma l’infamante “morte di croce” . Questa umiltà traduce il paradosso che è al cuore del cristianesimo, paradosso di cui il credente dovrebbe essere sempre consapevole. La fede cristiana chiede di amare il non amabile (il nemico), di sperare contro ogni speranza (la morte non ha l’ultima parola), di credere l’incredibile (Dio invisibile o addirittura Dio fatto uomo). Questa dimensione di umiltà costitutiva della fede non riguarda solo il suo contenuto, ma anche la sua espressione, la sua forma, dunque il soggetto credente e lo stile della sua presenza nel mondo.
    Emerge qui un altro aspetto della fede cristiana, non sempre colto e messo in luce: la fede cristiana è un rischio.. Che a volte la fede cristiana sia stata o venga colta come “rassicurante” oppure sia stata o venga vissuta come riserva di certezze e come “assicurazione”, fino al punto da esser declinata come arroganza, pretesa e perfino come violenza, questo non toglie che la sua configurazione autentica, che trova nella fede di Gesù stesso il suo paradigma e il suo fondamento, è una fede non identificabile con una bacchetta magica e totalmente estranea a una sicurezza che toglie il dubbio o esime dalla ricerca. Anche Gesù, sulla croce, non ha visto rimossa da sé una dimensione di enigma, di incomprensibile. Un drammatico “perché?” ha traversato la sua relazione con Dio: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È indubbio che la fede suscita una sicurezza, una convinzione, ma questa non è dello stesso ordine della certezza razionale: mai si tratterà di una sicurezza acquisita a partire da se stessi o al termine dei propri ragionamenti, ma di una fiducia che si pone in un altro da sé, anzi, nella sua promessa. L’espressione di san Paolo “io so in chi ho messo la mia fiducia” (2 Timoteo 1,12), mostra che la “convinzione” della fede è tutta interna al rischio della fede, al suo movimento di uscita da sé per affidarsi a Dio.

    Così il credente troverà la sua stabilità in tale movimento, che è rischio mortale: “Se non crederete non avrete stabilità” (Isaia 7,9), ma che è anche il “bel rischio” di cui parla Clemente di Alessandria (Protrettico X,39). E anche qui la bellezza di questo rischio trova la sua attestazione degna di fiducia nel rischio che Gesù stesso ha vissuto, secondo i vangeli, giocando la totalità della sua esistenza nella dedizione a Dio e agli uomini. È la bellezza del rischio mortale della fede che echeggia le parole evangeliche: “Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà” (Luca 17,33). Senza questa dimensione, la fede viene soffocata in una sorta di “sistema assicurativo” e perde la propria vitalità, il proprio carattere di avventura e di novità, precisamente perché troppo ingessata nelle proprie certezze da difendere o da imporre a ogni costo. Senza una reale dimensione di rischio, di provvisorietà, di precarietà (parola da cui non a caso deriva “preghiera”), fidarsi di Dio diventerebbe solamente un gioco di parole.
    Enzo Bianchi

  5. comprendo bene la reazione di vattimo. mi accade di averla tutte le volte che lo sento nominare 🙂

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