IL MOVIMENTO SECONDO ARISTOTELE

Nel libro III della Physica Aristotele fornisce una definizione di movimento molto difficile da capire, ma che merita la nostra attenzione. Egli dice che movimento è l’atto di ciò che è in potenza in quanto in potenza. Che il movimento sia l’atto di ciò che è in potenza è ragionevole. Si pensi a un blocco di bronzo che lavorato può diventare una statua. Il blocco di bronzo è quindi in potenza una statua. Dunque il diventare una statua del blocco di bronzo, cioè l’atto, è il movimento. Ma Aristotele aggiunge “in quanto in potenza”, che è stato variamente interpretato. Sulla base del passo 201a 30ss la maggior parte degli interpreti, cioè Coope, Hussey, Kosman e Broadie sostengono che il senso è il seguente. Chiamiamo C il corpo che si muove e c la proprietà che resta invariata durante il movimento, mentre a e b sono rispettivamente la propreità che C perde e quella che C acquista. Allora questi autori sostengono che il movimento non è il passaggio da Cca a Ccb, ma il pasaggio da CcPb a Ccb, dove con Pb indichiamo la potenza di essere b. In realtà questa interpretazione non va d’accordo con quanto Aristotele dice subito dopo del movimento della costruzione e ancora del fatto che il movimento è un atto incompleto. C’è anche un’altra strana interpretazione, dovuta a Heinamann, secondo cui il movimento sarebbe il passaggio da CcPm a Ccb, dove Pm sarebbe la potenzialità di muoversi. A questo si riferirebbe la postilla “in quanto in potenza”. Più ragionevole sembra essere l’interpretazione di Brentano, presente anche in Ross e forse in Kostman, secondo cui quella postilla significa solo che il movimento è sì il passaggio da Cca a Ccb ma solo nella misura in cui non è concluso, cioè nella misura in cui C non è ancora b, perché, come dice Bergson, altrimenti non si tratterebbe di movimento, ma di già mosso.

La definizione aristotelica, pur riuscendo almeno in parte a rendere la nozione di movimento (in Phys. 201b 30 Aristotele afferma che è arduo definire che cosa sia il movimento), utilizza la nozione di “potenza”, che per la scienza naturale moderna è tabù. Si è imposta infatti, a partire almeno da Occam e passando per Newton, fino ai Principi della matematica di Russell, quella che viene chiamata “la teoria at-at del movimento”. Si potrebbe dire, ad esempio, che un oggetto materiale si è mosso quando un enunciato che lo riguarda in due istanti diversi di tempo ha diversi valori di verità. Nell’ambito del moto, ad esempio, un corpo si è mosso quando in istanti diversi di tempo si trova in luoghi diversi. Questa definizione contiene un elemento molto controintuitivo, poichè non coglie il fatto che il moto deve possedere una qualche continuità. Se ad esempio Gioia all’istante t1 avesse i capelli gialli e all’istante t2 avesse i capelli verdi senza che fra t1 e t2 accada nulla che metta in contatto questi due stati, intuitivamente non parleremmo di movimento, ma di apparizione o miracolo. Per questo Russell fornisce gli elementi per una definizioone diversa e migliore. Un corpo è in moto in un intervallo di tempo Δt se presi due istanti t1 e t2 appartenenti a Δt e vicini quanto si vuole il corpo si trova in luoghi diversi al tempo t1 e t2. Si può a questo punto definire anche il movimento in un istante: un corpo in un istante t1 si muove se t1 appartiene a un intervallo Δt in cui il corpo si muove.

Questa definizione è il meglio che siamo riusciti a fare in questo campo fino a oggi. Essa però coglie, come afferma Bergson, il già mosso, e non il muoversi. Tanto che Russell afferma in più luoghi che in fondo abbiamo capito che il mondo è immobile.

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