IL TEMPO IN ARISTOTELE

Il trattatello sul tempo nella Physica di Aristotele libro IV parr. 10-14 comincia ponendo due problemi. Il tempo – sia quello infinito (quello della fisica, diremmo noi), sia quello afferrato (lambanomenos), cioè la durata psicologica – è divisibile e le sue parti, cioè il passato e il futuro, rispettivamente, o non sono più o non sono ancora; quindi il tempo non è. E il presente? verrebbe da chiedersi. Ma il nun – come lo chiama Aristotele – non è una parte del tempo, perché esso è un limite (peras) fra passato e futuro. E sappiamo che per Aristotele i limiti sono dei concetti e non degli oggetti reali. Ad esempio una lunghezza (megethos) non è composta di punti, poiché il punto è solo un’astrazione. Il secondo problema è questo: il nun o è sempre lo stesso, oppure è sempre diverso. Aristotele esamina prima questa seconda alternativa. Qui vale la pena seguire l’interpretazione di Sorabji, Time, creation and the continuum, 1983, p. 9. Se il nun è sempre diverso, allora esso di volta in volta deve dissolversi. Ma quando si dissolve? Non può certo dissolversi quando c’è ancora, né può dissolversi nell’istante successivo, dato che di un istante non c’è il successivo. Allora deve dissolversi un po’ dopo e quindi durare per gli infiniti istanti che ci sono fra esso e il momento in cui si dissolve, il che è impossibile. Ma il nun non può neanche essere sempre lo stesso, perché altrimenti adesso sarebbe presente il nun di 10.000 anni fa, il che è impossibile.

Prima di proseguire, bisogna fare attenzione alla distinzione fra l’uso del verbo essere temporale e quello atemporale. Se diciamo “il treno è in arrivo”, la copula ha un senso temporale, cioè essa significa qualcosa di diverso a seconda di quando proferiamo quella frase. Se, invece, diciamo “il treno è arrivato alle 10 e 30 del 22 dicembre 2009”, la copula qui ha un significato atemporale, cioè il valore di verità dell’enunciato non dipenderà dal contesto.
La stessa cosa si può dire del termine aristotelico “nun”, che può voler dire in senso temporale “adesso”, ma anche in senso atemporale “istante”.
Nella parte finale del paragrafo 10 Aristotele prende in considerazione la dottrina di altri sul tempo. Alcuni sosterrebbero che il tempo coincide con la sfera celeste. Questo sembra essere il punto di vista eleate, secondo cui tutto è nel presente. Aristotele lo considera talmente sbagliato, che neanche lo discute. Poi prende in considerazione la tesi secondo cui il tempo sarebbe il movimento della sfera celeste. Fin dall’antichità i commentatori hanno attribuito questa tesi a Platone. Se è così si tratta però di una caricatura, perché Platone nel Timeo dice che il tempo è l’immagine mobile dell’eternità. per cui il tempo non è solo il movimento, ma il movimento in relazione alla nozione ideale di eternità. Il punto di vista aristotelico, secondo cui il tempo è il numero del movimento, non è poi così diverso, salvo il fatto che per Aristotele il numero viene dall’anima di chi conta, mentre per Platone è qualcosa di oggettivo nel mondo delle idee. Aristotele propone diversi argomenti contro questa tesi: che il movimento può essere più o meno veloce, mentre il tempo no; che il movimento è diverso a seconda della sfera celeste che si sceglie mentre il tempo sarebbe unico. Questi argomenti, tuttavia, valgono anche contro la definizione aristotelica e, dopo Einstein, sappiamo che il tempo è proprio così. L’argomento decisivo, a mio avviso, contro l’identificazione di tempo e movimento è che mentre il movimento è solo nel punto dell’oggetto che si muove, il tempo vale dappertutto, per cui il tempo, pur essendo legato al movimento, deve avere qualcosa che gli consente questa generalità. E questo sarà appunto il numero.

Il paragrafo 11 inizia con un’inferenza dal percepibile all’esistente. Il ragionamento di Aristotele è il seguente: noi non possiamo percepire il tempo se non percepiamo il movimento, quindi il tempo non può esistere senza movimento. Aristotele non sta deducendo dal non percepito al non esistente, come farebbe Berkeley con il suo esse est percipi, ma dal non percepibile al non esistente. E’ chiaro che questa è un’istanza anti-platonica. Oggi in fisica matematica un’inferenza del genere non verrebbe facilmente accettata. Si pensi alla teoria delle stringhe! Credo invece che, se intendiamo “percepibile” nel senso naturalistico del termine, cioè che abbiamo una spiegazione scientifica di come potremmo percepire quegli oggetti, la percepibilità sia condizione necessaria ma non sufficiente affinché qualcosa esista. In altre parole ha ragione Aristotele ad affermare che se qualcosa non è percepibile, allora non esiste. Attenzione, da “se non percepiamo movimento non percepiamo tempo” possiamo dedurre “se percepiamo tempo, allora percepiamo movimento”, ma non “se percepiamo movimento, allora percepiamo tempo”. Infatti A. afferma che se percepiamo movimento e lo distinguiamo, allora percepiamo tempo.

Adesso viene il brano 219a 10-19 che è particolarmente difficile. Ricostruiamo così il ragionamento di Aristotele:

1. Ogni movimento va da un luogo A a un luogo B. (Limitiamo il discorso allo spostamento per semplicità). Definizione.

2. Ciò che vale per lo spazio, quindi vale anche per il movimento. Si deduce da 1.

3. Lo spazio (grandezza) è continuo. Premessa discussa altrove nella Fisica.

4. Quindi anche il movimento è continuo.

5. Ciò che vale per il movimento vale anche per il tempo. Dimostrato in precedenza.

6. Quindi anche il tempo è continuo.

Simplicio 712,1 divide proprio qui l’argomentazione di Aristotele. E Urmson non traduce neanche il “dE” con cui inizia la frase seguente. Simplicio infatti avverte che Aristotele qui inizia un nuovo discorso, che però è analogo al precedente, nel senso che prima abbiamo visto come la continuità viene trasferita dallo spazio al movimento e da quest’ultimo al tempo. Qui capita qualcosa di simile per il concetto di ordine. In effetti il nuovo argomento di Aristotele sembra il seguente:

1. Ciò che vale per lo spazio, vale anche per il movimento e ciò che vale per il movimento vale anche per il tempo. Questo lo abbiamo già visto.

2. Nello spazio c’è un ordine (proteron kai husteron, che viene di solito tradotto “prima e dopo”, ma è meglio tradurre “precedente e successivo”, dato che questa coppia non ha un significato solo temporale).

3. Quindi anche nel movimento c’è un precedente e successivo.

4. Quindi anche nel tempo c’è un precedente e un successivo.

Denis Corish in un bell’articolo comparso su Phronesis, 21, 1976, pp. 241-251, dal titolo “Aristotle’s attempted derivation of temporal order from that of movement and space”, osserva che in questa derivazione c’è un elemento di circolarità. Per Aristotele lo spazio è anisotropo, per cui non è difficile accettare che in esso ci sia un ordine. Prendiamo un segmento fra A e B posto su una retta che punta verso il centro della Terra: in esso tutti i luoghi sono ordinati dalla relazione più vicino al centro della Terra. Infatti tale relazione è totale, antisimmetrica e transitiva. Ipotizziamo che B sia più in basso. Allora un sasso va naturalmente da A a B. L’obbiezione di Corish si può così formulare: il moto del sasso da A a B non può ereditare l’ordine spaziale senza un contributo del tempo, perché il sasso potrebbe andare da A a B anche 100 volte, se non aggiungessimo la clausola che il sasso transita una sola volta in ogni luogo. Secondo Corish l’espressione “una sola volta” è temporale. Non mi sembra convincente, perché il movimento da A a B è uno e questo non è una questione temporale, ma solo una corrispondenza biunivoca fra luoghi e movimenti. In pratica noi consideriamo un solo movimento da A a B. forse quello che confonde Corish è l’uso della nozione di punto; ma per Aristotele il movimento da A a B non è il passaggio per un insieme infinito di punti. Tommaso, nel suo commento alla Fisica, lo aveva capito bene. Al riguardo a me viene un dubbio simile a quello di Corish, ma diverso. Secondo Aristotele i luoghi hanno una destra e una sinistra, un alto e un basso e un avanti e dietro assoluti. Però questo non significa ancora che possiedano un ordine. Vuol dire invece che possono essere ordinati. Ad esempio, prendiamo l’insieme degli uomini, esso può essere ordinato sulla base dell’altezza, ma quale è la relazione d’ordine “più alto di” o “più basso di”? Analogamente lo spazio può essere ordinato, per cui presi due luoghi A e B, possiamo ordinarli in base alla loro posizione, ma sia A che B possono stare al primo posto. Questo significa che l’ordine che eredita il movimento e quindi il tempo è del tutto simmetrico. In effetti la quantità di tempo impiegata per un moto, che sia misurata da A a B o viceversa è la stessa. Più avanti ci sono un paio di brani di Aristotele sulla direzione del tempo che vanno esaminati alla luce di questo punto.

Subito dopo compare il passo con l’acerrima espressione “ho men pote on“, che la Coope traduce così “il precedente e il successivo nel cambiamento è ciò, qualsiasi cosa esso sia, mediante il cui essere un cambiamento è, ma il suo essere è diverso e non è il cambiamento.” (p. 175) Non so se è giusto, ma il senso mi sembra abbastanza chiaro: il precedente e il successivo fanno parte del cambiamento, ma non sono essenziali a esso. Gli derivano infatti dall’ordine spaziale. Simplicio, 712, 17 e 721, 30, spiega che ho pote en significa “substrato” (hypokeimenon). Su questa linea si trova anche Ross. Il substrato è ciò che resta uguale nel cambiamento. Allora A. dice che il precedente e il successivo ineriscono al cambiamento inteso come loro substrato ma non fanno parte dell’essenza (to einai) del cambiamento. Per Aristotele l’essenza e il substrato dal punto di vista estensionale (cioè del riferimento) sono la stessa cosa. Ad esempio il sostrato dell’albero è ciò che resta uguale nel cambamento fino a quando l’albero viene distrutto. E questa è anche l’essenza dell’albero. Egli ci sta dicendo che il cambiamento è il substrato del precedente e del successivo, ma che questi non fanno parte dell’essenza del cambiamento. Il fatto che un albero sia un pino è una caratteristica che inerisce all’albero come substrato, ma non è essenziale all’albero.

Aristotele prosegue notando che la mera percezione del movimento non è ancora tempo. Per avere tempo dobbiamo distinguere il precedente e il successivo nel movimento. In pratica il movimento di per sé non è tempo; diventa tale solo se la mente distingue due nun, cioè due istanti, separati da qualcosa lì in mezzo.

Sorabji, op. cit. p. 8 nota che Aristotele usa il termine “nun” in modo ambiguo, a volte con il significato di “istante” e a volte con quello di “presente“. Altrove sostiene che Aristotele non aveva capito la differenza, p. 48. Invece proprio qui 219b 13-29 arriva la distinzione fra il substrato (pote on) del nun, che è sempre lo stesso, l’istante, e il nun che cambia sempre e non fa parte dell’essenza del nun, cioè il presente. Per spiegare meglio la questione Aristotele riprende l’analogia fra spazio, movimento e tempo e osserva che il nun è come il punto nello spazio e la cosa spostata nel movimento. Presi due punti nello spazio il substrato è lo stesso, anche se il discorso (logos) è diverso. Cioè l’ordine nello spazio non è essenziale al punto. Così il sasso che si sposta quanto a substrato (pote on) è lo stesso, ma quanto a luogo è diverso. Attenzione c’è un solo presente e tanti istanti, ma gli istanti sono tutti uguali e il presente è sempre diverso. Passando da un istante all’altro il substrato di essere-istante resta sempre lo stesso, mentre il presente cambia sempre. Ogni istante ha un presente diverso, anche se come istamte è uguale agli altri. In altre parole, l’einai del precedente e del successivo o del presente non fa parte del movimento o del substrato del nun. Sorabji si rende conto di quale è la soluzione aristotelica, ma la considera macchinosa e dovuta al fatto che lo stagirita non sarebbe riuscito a distinguere fra istante e presente. Il problema è che Sorabji è condizionato dalla visione moderna del tempo, esplicitata da Weyl, Einstein, Grunbaum e altri teorici-B – dopo l’avvento della relatività –  in accordo con la quale le relazioni temporali del prima e del dopo sono già date e il presente è semplicemente l’entrare nella nostra coscienza dei diversi istanti. Questa concezione del tempo porta con sé una visione del tutto statica dell’universo, che però sembra ben adattrsi alla struttura dello spazio-tempo di Minkowski. Aristotele, invece, sostiene un punto di vista molto più ragionevole: gli istanti non esistono prima di arrivare nel presente; è il presente, sempre diverso che di volta in volta individua gli istanti, che come sostrato sarebbero tutti uguali. Dopo di che essi sprofondano nel passato diversificati dall’essere stati presenti. Il punto di vista modernao è come una locomotiva (il presente dato dalla coscienza) che corre lungo un binario già strutturato, la prospettiva di Aristotele è invece quella di un insieme di istanti tutti uguali – come i bosoni- che diventando presenti acquisiscono un ordine.

McTaggart nel 1908 aveva notato che ci sono due modi diversi di parlare del tempo: la serie A basata sulla distinzione fra passato, presente e futuro e la serie B basata su precedente, simultaneo e successivo. La prima è dinamica, mentre la seconda è statica. Le affermazioni basate sulla terminologia della prima non sono sempre vere, mentre quelle basate sulla terminologia della seconda sono sempre vere. Ad esempio, se affermiamo “oggi piove” questo enunciato adesso magari è vero e domani sarà (speriamo) falso. Invece se affermiamo “il 13 dicembre 2009 a Bologna piove” sarà sempre vero.

Ci sono due motivi per cui oggi la maggior parte dei filosofi sono dei teorici B, cioè sostengono che, benché la terminologia A sia ineliminabile dalla nostra descrizione del mondo, essa di fatto è del tutto priva di realtà e si riferisce solo alla nostra soggettività. Dopo l’avvento della relatività di Einstein il tempo viene trattato alla stessa stregua dello spazio, cioè come un’entità che non scorre, si parla infatti dello spazio-tempo di Minkowski, che è una varieta geometrica esattamente come lo spazio euclideo a 3 dimensioni della vecchia fisica classica. In secondo luogo in relatività ristretta la simultaneità è relativa, cioè dipende dallo stato di moto dell’osservatore. Per cui, per due osservatori diversi lo stesso evento può essere simultaneo per uno, ma non per l’altro. Questo fa si che non si possa parlare dell’universo a un singolo istante. Per queste ragioni molti autori, come Einstein stesso, Weyl e altri sostengono che il tempo non è altro che la quarta dimensione dello spazio e che il presente, il passato e il futuro – cioè le determinazioni A – dipendono solo dal nostro scorrere lungo una linea d’universo nello spazio-tempo. In pratica oggettivamente ci sarebbero solo le relazioni precedente, successivo e simultaneo e queste varrebbero solo all’interno del cono luce passato e futuro degli eventi. Essendo, infatti, la velocità della luce una velocità limite, ogni evento può essere connesso causalmente solo con gli eventi che nello spazio-tempo sono raggiugibili viaggiando al massimo a 300.000 km al secondo. Ad esempio, ciò che capita sulla Terra e ciò che capita sul Sole dopo 1 secondo non sono causalmente connettibili, perché la luce impiega circa 8 minuti ad andare dalla Terra al Sole. Dunque questi due eventi non stanno in una possibile relazione causale e quindi non possono essere ordinati temporalmente neanche mediante le relazioni B. Per contro un raggio di Sole che parte dalla stella del nostro sistema solare e l’arrivo dopo 8 minuti dello stesso raggio qui sulla Terra sono causalmente connessi e quindi si può dire che la partenza dal Sole è precedente all’arrivo sulla Terra.

In un certo senso, dopo l’avvento della meccanica quantistica, ci siamo resi conto che esistono almeno tre tipi ontologici di particelle. Noi siamo abituati che due particelle possono essere uguali in tutte le proprietà salvo che nella loro localizzazione spazio-temporale. Invece i fermioni sono particelle che non possono avere tutte le stesse proprietà neanche se stanno in luoghi e tempi diversi. I bosoni invece che anche se hanno tutte le stesse proprietà, compreso lo spazio-tempo, possono essere comunque diverse. Cioè i bosoni sono tante particelle, ma del tutto uguali, mentre i fermioni per avere due particelle, qualcosa deve necessariamente essere diverso.

Dobbiamo a questo punto porci la questione: l’analisi del tempo di Aristotele che rapporto ha con queste considerazioni sulla relatività?

Per comprendere meglio la teoria aristotelica del tempo proviamo a indagare come lo stagirita avrebbe risolto il celebre paradosso di McTaggart. Indichiamo cone le lettere p e q due eventi, come ad esempio “Giacomo beve una birra” e “Lorenzo scrive una lettera”. Essi sono degli universali, che possono capitare in dversi momenti del tempo. Indichiamo con Np, Pp e Fp rispettivamente gli enunciati “p è presente”, “p è passato” e “p è futuro”, dove la copula va intesa in senso atemporale. Questi sono tre fatti, non più eventi, perché hanno una deteminazione temporale. In realtà, a rigore, solo Np è un fatto, perché Pp e Fp lasciano indeterminato l’esatto momento passato e futuro in cui capitano.  Indichiamo con Np, Pp e Fp, rispettivamente il presente di p, il passato di p e il futuro di p. Prendiamo un evento che siamo sicuri avvenga, chiamiamolo p, allora possiamo affermare che tutti e tre gli enunciati incompatibili Np,Pp e Fp sono veri. Come risolvere il problema? Si potrebbe dire che i tre suddetti enunciati sono veri in istanti diversi del tempo. Ma se si risponde così si trova sì una soluzione al paradosso, però si accetta che in fin dei conti le determinazioni temporali di tipo A, cioè presente, passato e futuro, sono contraddittorie. Allora, come salvare la serie A del tempo? Si potrebbe provare a sostenere che NNp, PFp e FPp, cioè che “p è presente nel presente di p”, “p è futuro nel passato di p” e “p è passato nel futuro di p”. Questi tre enunciati sono compatibili. Prendiamo però NNp, cioè che “p è presente nel presente di p”. Questo enunciato esprime un fatto. Ogni fatto è passato, presente e futuro. Quindi ci troviamo con i tre enunciati incompatibili NNNp, PNNp e FNNp. Dunque anche questa strada è preclusa. Sembra proprio che le determinazioni A del tempo siano contraddittorie.

Aristotele, forse, avrebbe affrontato così il problema. Ogni evento ha un suo esser presente, che indichiamo con Np. Questo è un po’ come la pietra che si sposta che è sempre la stessa pietra. Passato e futuro non sono determinazioni effettive degli oggetti, cioè solo il presente  fra le determinazioni A del tempo è reale. Allora ci chiediamo: che cosa sono il passato e il futuro di A? Il presente di p si immerge in un ordine (di tipo B, diremmo noi) grazie all’ordine spaziale che il movimento trasmette al tempo. Per cui ogni Np è ha una posizione nella serie B. Allora possiamo dire che Pp=Nq e (Np precede Nq) mentre Fp=Nq e (Np segue Nq). In pratica abbiamo definito le altre determinazioni A mediante le determinazioni B che si sono aggiunte al presente.

Rimane da chiederci se dopo la relatività ristretta ha senso parlare di presente, come fa Aristotele. Certamente in relatività la simultaneità è relativa. Però mediante il principio di Weyl finora è stato possibile in cosmologia foliare lo spazio-tempo dell’universo in iperpiani solo spaziali di simultaneità, per cui cosmologicamente, cioè a livello di agglomerati di galassie, si può parlare di presente. Altrimenti che senso avrebbe quando i cosmologi ci dicono che l’universo ha 13,7 miliardi di anni?

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7 commenti

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7 risposte a “IL TEMPO IN ARISTOTELE

  1. Quindi, se ho ben capito, per Aristotele il presente non esiste, in quanto ente reale almeno. Ma allora noi dove viviamo? Nel tempo soggettivo percepiamo un momento presente, più o meno dilatato. La consecutio temporum inglese specifica abbastanza bene questo fatto, fateci caso.

    Forse guardiamo al tempo sempre nel modo sbagliato. Per tutti, me compreso se non ci penso, noi ci stiamo muovendo lungo una direttrice temporale rispetto ad un sistema di riferimento fisso, il Tempo. Questo comporta, relativamente ad uno specifico istante, il sorgere di un passato, un presente (di pur breve, istantanea durata) ed un futuro. Invece potremmo cambiare la visione e porci in un sistema di riferimento “non inerziale”, per cui il tempo non è più un riferimento valido. Dinamicamente saremmo equiparabili ad un corpo in moto uniformemente accellerato, dove l’accelerazione è il tempo stesso. In un sistema simile vivrei in un eterno presente (concordate?): passato e futuro non avrebbero senso se non riferiti alla compiutezza dele azioni. L’azione è concusa=passato. L’azione è in corso=presente. L’azione deve ancora avvenire=futuro, o sua sfumatura.

  2. Kara questo post è in costruzione. Aspetta il seguito.

  3. nisargadatta

    “Visitatore: Ricordo di aver letto da qualche parte che la causa della propria schiavitù è la combinazione dello spazio e del tempo. Sin d’allora mi sono chiesto in che modo lo spazio e il tempo possano risultare nella schiavitù.

    Maharaj: Chiariamo ciò di cui stiamo parlando. Che cosa intendi per “schiavitù” e schiavitù per chi? Se sei soddisfatto di questo mondo che consideri reale e del modo in cui ti ha trattato, dov’è la schiavitù per te?

    V: Riconosco che per me il mondo sembra sufficientemente reale, ma non è un fatto che io sia soddisfatto del mio ruolo in esso. Mi sento profondamente convinto che ci deve essere qualche cosa di più nella vita che il semplice viverla come la maggior parte di noi fa – senza alcuno scopo definito, semplicemente come un’ abitudine. Da questo punto di vista penso che la vita stessa è schiavitù.

    M: Quando usi la parola “lo” quale esatta immagine hai di te stesso? Quando eri un bambino non ti consideravi altro che un bambino ed eri felice di giocare con i giocattoli. Più tardi, eri un giovane uomo con abbastanza forza nelle tue braccia da affrontare una paio di elefanti e pensavi di poter fronteggiare qualunque cosa o chiunque in questo mondo. Ora sei nella tua mezza età, un po’ più addolcito, ma tuttavia lì a gioire la vita ed i suoi piaceri, pensando di essere un uomo felice e di successo, benedetto con una bella famiglia. Attualmente hai un’immagine di te stesso molto diversa
    da quelle che avevi in precedenza. Immaginati fra dieci anni ed ancora più in là, fra venti anni. L’immagine che allora avrai di te stesso sarà differente da tutte quelle precedenti. Quale di queste immagini è il vero “tu”? Ci hai pensato? C’è qualche particolare identità che definisci specialmente tua e che è rimasta con te sempre immutata ed immutabile?

    V: Ora che ne parli, ammetto che quando uso la parola “lo”, non ho una particolare idea di me stesso e sono d’accordo che qualunque idea abbia avuto su di me sia cambiata negli anni.

    M: Bene, c’è qualcosa che è rimasto immutato in tutti questi anni mentre ogni altra cosa è cambiata. E questo è il costante senso di presenza, il senso che tu esisti. Questo senso o sentimento “lo sono”, non è mai cambiato. Questa è la tua costante immagine. Sei seduto di fronte a me. Lo sai al di là di ogni dubbio, senza alcun bisogno di conferma da parte di nessuno. Allo stesso modo tu sai che sei, che esisti. Dimmi, in assenza di che cosa saresti incapace di affermare la tua esistenza?

    V: Se fossi dormiente o inconscio non saprei di esistere.

    M: Esattamente. Ma andiamo oltre. Al mattino, nel primo momento in cui ti risvegli e la tua coscienza appare, non senti forse la tua conscia presenza, la tua esistenza, “lo sono”, non come una persona individuale ma come presenza in se stessa?

    V: Si, è vero. Direi che la mia personalità individuale sorge quando vedo il mio corpo e gli altri oggetti intorno.

    M: Quando dici che vedi un oggetto, quello che in realtà accade è che i tuoi sensi hanno reagito ad uno stimolo proveniente da una sorgente esterna, esterna al tuo apparato corporeo. E ciò che i tuoi sensi hanno percepito e la tua mente interpretato, non è null’altro che un’apparizione nella tua coscienza. Questa apparizione nella tua coscienza è costruita come un evento, esteso nello spazio e nella durata. Tutta la manifestazione dipende da una combinazione dei due veicoli strettamente uniti, chiamati spazio e tempo. In altre parole, in assenza della combinazione spazio-tempo, nessuna manifestazione potrebbe sorgere nella coscienza. Mi stai seguendo?

    V: Sì, comprendo ciò che hai detto. Ma in questo processo da dove entro io come individuo?

    M: Questo è esattamente il punto del problema. Tutta l’ “esistenza” è un continuo processo di oggettivazione. Noi esistiamo solamente come gli oggetti di un altro e, come tali, soltanto nella coscienza che ci viene a conoscere. Quando cessa l’ oggettivazione, come nel sonno profondo, l’universo oggettivo scompare. Fino a che uno immagina se stesso come un’entità separata, una persona, non può vedere l’immagine totale della
    realtà personale. E l’idea di una personalità separata è dovuta all’illusione dello spazio e del tempo che, in se stessi, non hanno esistenza indipendente poiché sono soltanto strumenti, semplici mezzi per rendere la manifestazione conoscibile.
    In qualunque momento, soltanto un pensiero, sentimento o percezione può essere riflesso nella coscienza, ma i pensieri, sentimenti e percezioni si muovono in successione dando l’illusione della durata. E la personalità viene ad essere, semplicemente a causa della memoria – identificando il presente con il passato e proiettandolo nel futuro.
    Pensa a te stesso come momentaneo, senza un passato o un futuro, allora dov’ è la personalità? Prova questo e scoprilo da te stesso.
    Nella memoria e nell’anticipazione, cioè nel passato e nel futuro, c’è la chiara sensazione di uno stato mentale sotto osservazione, laddove in effetti la sensazione è primariamente dell’ essere svegli e presenti, qui ed ora.

    V: Penso di comprendere. Devo sedere quietamente e cercare di assorbire questo modo totalmente nuovo di pensare.

    M: Ora vedi come lo spazio ed il tempo, che vengono con la coscienza e rendono percepibile la manifestazione, sono i colpevoli? Tutto ciò che veramente si può dire è: “lo sono” (ciò che è, è). Nel momento in cui c’è un pensiero di “me” come personalità separata, c’è quella che viene definita “schiavitù”.
    Realizzare questo è il fine di ogni ricerca. Quando percepisci che qualunque cosa pensi di essere è basata soltanto sulla memoria e
    sull’ anticipazione, la ricerca termina e tu ti ergi in piena consapevolezza del falso come falso.”

    Da : “Pointers from Nisargadatta Maharaj” – “Nessuno nasce, nessuno muore”

  4. “In un sistema simile vivrei in un eterno presente (concordate?): passato e futuro non avrebbero senso se non riferiti alla compiutezza delle azioni. L’azione è conclusa=passato. L’azione è in corso=presente. L’azione deve ancora avvenire=futuro, o sua sfumatura.”
    Mi piace questo pensiero di Kara. Il presente ci dà l’opportunità di riscontrare la compiutezza delle nostre azioni e rappresenta la proiezione della coscienza nel futuro. Quindi, il presente esiste se c’è l’opportunità di fare oggettivamente qualcosa.
    ——
    Ieri sera ho interrotto la lettura di questo post e sono andato a dormire con l’intenzione (impulso) di spendere, oggi, le mie energie per dire cosa penso di un presente continuo con pause di discontinuità (sonno, temporale, bomba o altri fatti esogeni prevedibili o imprevisti come così bene esposto da Nisargadatta).
    Alcune domande per valutare il tema sotto il profilo sociologico.
    1. Mentre dormivo, ero sospeso nel presente, oppure nel futuro? E il presente corrisponde all’istante della pressione del tasto invio, dopo la redazione di questa mia risposta?
    Provo a rispondere. Le nostre azioni sono determinate da intenzioni volte ad esercitare forze (agire) di impulso (la mia risposta) e forze neutralizzanti (eventuali obiezioni attese dai destinatari). Peraltro, non sono le persone singole che determinano un risultato, ma sono esse stesse con altre che potranno trarre motivo di ulteriori opportunità per dire la loro sul tema.
    La gestibilità delle ulteriori azioni sarà possibile solo se si suppone l’esistenza di un attimo presente (nel quale schiacciare il bottone invio o infilare la busta nella buca delle lettere) per ogni fatto oggettivo, senza i quali passato e futuro non potrebbero esistere.
    2. Come e quando c’è l’attimo di presenza?
    Provo a rispondere. Solo se si schiaccia il tasto invio o se si infila la lettera nella buca! I contenuti delle cose inviate scivoleranno nella storia scatenando effetti più o meno prevedibili che costituiranno tanti nuovi presenti quante saranno le reazioni, anch’esse, più o meno prevedibili all’azione originaria espressa dal mio essere continuamente proiettato nel futuro con il convincimento di chi crede (ma non è mai sicuro) di saper (ma ancora non sa) fare qualcosa di utile.

  5. Devo stampae il pot per leggerlo con calma. Ma quanto hai scritto?!

  6. Posso suggerire di vedere il tempo come conseguenza di una differenza di potenziale? Come l’elettricità, la propagazione del calore, il fuire dell’acqua. Non saprei però dire tra cosa e cosa.

  7. alfredo

    Io dico che i nostri sensi percepiscono solo due dimensioni, sostanzialmente viviamo in un mondo piatto, basta considerare l’immagine che viene impressa nei nostri occhi o ciò che realmente sentono le nostre mani. La terza dimensione ce la dà il tempo, ossia il perdurare dell’osservazione delle cose del mondo così come elaborate e ricordate dalla nostra mente. Se non ci fosse il tempo, non ci sarebbe neppure questa illusione di spazio volumentrico.

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