INTERDISCIPLINARIETA’

Kant soleva dire che confondere i limiti fra le discipline crea più confusione che frutti. E credo che tutto sommato non avesse torto. In effetti, mentre si sta dimostrando un teorema di geometria differenziale non è molto importante discutere della situazione politica in cui avviene la prova, né mentre si analizza la metrica di uno stasimo di Sofocle è molto rilevante chiedersi il gruppo sanguigno dell’autore! Ma se le discipline di norma non vanno confuse e ogni oggetto di studio ha un metodo che gli è proprio, lo stesso non vale per le persone che studiano.
Come tutti sappiamo una delle caratteristiche più rilevanti della Rivoluzione industriale, all’interno della quale è ancora collocabile la nostra prospettiva, è la divisione del lavoro, sia quella orizzontale dei diversi segmenti della produzione, sia quella verticale dei saperi tecnici. Questo vale sempre di più anche nell’ambito della ricerca. Se un ricercatore studia per molti anni un argomento estremamente specialistico, raggiungendo al riguardo competenze molto dettagliate, è in grado di produrre piccoli avanzamenti nella conoscenza di quel soggetto. A quel punto il sistema delle carriere e dell’attribuzione dei finanziamenti fa sì che per lui sia poco conveniente cambiare settore di ricerca. Perché con uno sforzo minimo può continuare a pubblicare a livelli buoni in quell’ambito, mentre cambiare anche di poco gli costerebbe grande sforzo e difficoltà a raggiungere livelli adeguati. Per cui molto spesso egli continua a lavorare sullo stesso argomento magari svogliatamente. Oppure trasforma quel dettaglio nella ragione della sua vita. Entrambe sono soluzioni dannose: la prima porta con sé frustrazione, la seconda alienazione.
Un discorso analogo vale per la formazione dei giovani e per la sempre maggiore professionalizzazione a discapito della formazione che caratterizza i nostri sistemi educativi.
Non è facile dare risposte a questi problemi. Va però notato che l’enciclopedia del sapere è una sola e tutte le ricerche si collocano in luoghi speciali di un unico sistema, che, benché in evoluzione e indeterminato nei dettagli, ha una morfologia generale abbastanza ben delineata. Inoltre, la persona, pur dando spesso un contributo solo in una piccola nicchia di tale enciclopedia, vive e ha bisogno di vivere all’interno essa nella sua globalità. Un discorso analogo vale poi per il discente che, benché impegnato ad apprendere saperi professionalizzanti, necessita anche di collocarli nella giusta dimensione complessiva. E questo per almeno due ragioni: primo perché ancor prima di essere un professionista sarà comunque un uomo; e secondo, perché all’interno della sua professione dovrà senz’altro apprendere sempre nuovi saperi, per cui dovrà possedere l’elasticità mentale necessaria.
A partire da queste brevi considerazioni mi sembra che si possa dire che interdisciplinarietà non significa mettere assieme pezzi diversi del sapere, ma collocare ogni singolo dettaglio nel sistema globale delle conoscenze. Non solo, significa anche dedicare una parte non trascurabile, anche se ovviamente minoritaria, del proprio tempo di lavoro di ricercatori e di studenti, a mantenere viva la curiosità e l’apertura nei confronti delle discipline diverse rispetto a quella che occupa i nostri interessi dominanti. Questo piccolo impegno da sottrarre a quello principale non solo farà sentire ognuno di noi persone oltre che ricercatori specializzati o professionisti in formazione, ma contribuirà a migliorare anche il rendimento nella ricerca e nella professione. Per fare un esempio, una persona che dedica 100 ore ad affrontare un certo tipo di problemi è molto probabile che renda meno di una persona che se ne occupi per 90 ore su 100 e dedichi le 10 restanti a qualche altra tematica limitrofa o periferica. Questo penso valga sia nella ricerca sia nella didattica.
Accanto a questo tipo di discorso, che ha più una valenza generale, non va dimenticata anche una considerazione più specifica. Sarebbe possibile oggi fare storia senza tenere conto dei risultati delle altre scienze umane, dopo il fondamentale contributo metodologico della scuola delle Annales? Sarebbe possibile oggi studiare filosofia antica senza la collaborazione fra un filosofo e un filologo? Sarebbe possibile studiare i farmaci senza la collaborazione fra il chimico organico, il biologo e lo statistico? E fare microbiologia senza il microscopista e il biologo o l’istologo o l’anatomista? E fare il fisico senza il matematico? E fare il sociologo senza i metodi statistici? E di questi esempi se ne possono trovare a bizzeffe.
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3 commenti

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3 risposte a “INTERDISCIPLINARIETA’

  1. Concordo in pieno. Tenere la mente allenata interessandosi di argomenti apparentmente distinti è utile al miglioramento del nostro lavoro e della nostra qulità di vita.

  2. lilo

    Il sapere è unitario, e le discipline cosiddette scientifiche e le discipline cosiddette umanistiche hanno sempre comuni, al fondo, lo scopo, che è quello di comprendere l’uomo e il suo contesto naturale, e il metodo, il percorso di ricerca, che nel corso del tempo è divenuto via via più affine. E la separazione dei saperi, se da una parte ha, certo, contribuito a un più solerte progredire delle singole scienze, ciascuna verso il proprio obiettivo specifico, consentendo a noi tutti di apprezzare, e spesso di usufruire in modo diretto, dei risultati a volte straordinari della ricerca iper-specializzata, dall’altra ha allontanato i ricercatori, sempre più simili a tecnici che a veri filo-sofi, “aspiranti-al-sapere”, dalla consapevolezza di quella unità, che è all’origine. Aristotele, che ne era perfettamente consapevole, inquadrava e comprendeva il reale a partire da una concezione unitaria, quando si avventurava nello studio, meticoloso da commuovere, dei singoli aspetti del mondo, naturale, psicologico, morale, politico. Oggi la sfida è quella opposta: recuperare l’unità a partire dalle differenze, dalla distanza che separa le tecniche e le scienze specialistiche. Mi sembra un progetto bellissimo, che alla fine, col ricollocare ogni nostro minuscolo, per quanto sofisticato, frammento di sapere nell’insieme più ampio della Scienza dell’uomo e della natura, riporta noi alla consapevolezza della nostra profonda ignoranza di tutte le altre (o di molte altre) scienze, e dunque alla conclusione profonda, che fu già di Socrate, che l’unico vero sapere è quello che può insegnarci la filosofia.

  3. E così Lilo, Aristotele è uno dei pochi filosofi che mi fa commuovere fino alle lacrime.

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