ESSERE NELLE PROPRIE PAROLE

Come ha osservato Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche, il linguaggio muta profondamente la nostra esperienza, tanto che non si può parlare di un linguaggio privato capace di descrivere il nostro vissuto.  Imparando la nostra lingua madre apprendiamo a inserire le sensazioni mentali in una rete di nessi che travalicano ampiamente la nostra intimità e la trasformano rendendola pubblica. Di qui la perenne sensazione che ci accompagna di non riuscire a ritrovarci nelle parole che utilizziamo. Un discorso analogo vale a un livello successivo. Nella pratica quotidiana della comunicazione vengono rinforzati certi comportamenti verbali rispetto ad altri. Un po’ quello che Heidegger chiamava il “si”. Ovvero ognuno di noi dice le cose che si dicono. Su questi stereotipi spesso ironizzano i comici più graffianti. E molti chiamano questi comportamenti con un termine gergale, ma efficace “coatti“. Sono ben lontano dalla retorica heideggeriana dell’autenticità. Ovverosia non trovo nulla di male in queste frasi fatte che in tante situazione facilitano la comunicazione e la solidarietà, anche se in modo un po’ superficiale. Non si può essere sempre profondi! Però ci sono contesti dialogici nei quali bisognerebbe sforzarsi al massimo di abbandonare tutte le espressioni e gli argomenti che si affacciano d’acchito alla nostra mente. Sono momenti in cui proviamo a comunicare più intensamente con qualcun’altro. Certo, non riusciremo mai a superare la barriera che ci divide: io sono io e tu sei tu, ma occorre che ci sforziamo al massimo di essere presenti con tutti noi stessi nelle nostre parole. Non dobbiamo barare con noi stessi e con l’altro. Non dobbiamo utilizzare quegli argomenti che facilmente nasconderebbero l’importanza di quello che l’altro ci sta raccontando. Ogni tanto cerchiamo di essere nelle nostre parole.

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3 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, SOCIETA'

3 risposte a “ESSERE NELLE PROPRIE PAROLE

  1. lilo

    Il linguaggio è, per la maggior parte, un fatto di convenzione. Impariamo da piccoli a esprimere determinate sensazioni (fame sete eccetera) ed emozioni (gioia dolore stizza eccetera) dalle figure adulte di riferimento, che a loro volta lo hanno in grossa parte appreso nell’infanzia da altre figure eccetera. Questo, chiamiamolo, ‘patrimonio’ iniziale di ‘formule’ o espressioni attraverso le quali rendiamo esplicita al mondo la nostra intimità, almeno al suo livello di base, si arricchisce nel tempo, con il contributo della formazione scolastica e personale di letture e/o esperienze audiovisive di vario genere (televisione, cinema, teatro eccetera), e ciascuno riesce a sviluppare in modo diversamente avanzato e sofisticato un proprio personale archivio di espressioni, un personale vocabolario attraverso il quale descrivere con la maggiore esattezza possibile ciò che vede e ciò che sente. Si potrebbe anche aggiungere che, con l’evolversi delle proprie capacità linguistiche ed espressive, l’individuo sviluppa una sempre maggiore capacità di “leggere” se stesso e gli altri e il mondo. Ma l’esigenza di esattezza, a sua volta, mi pare sia varia in ciascuno di noi, perché varia è, mi sembra, la sua percezione. Intendo dire che, mi sembra, non in tutti l’esigenza di esattezza è parimenti elevata, forse perché anche l’esigere esattezza – nella comprensione di se stessi e nel linguaggio – è un fatto non del tutto naturale, ma piuttosto legato alla convenzione e alla formazione. Date queste premesse, e se ho compreso bene il senso della tua riflessione, credo non sia sempre semplice cogliere, almeno sul piano delle intenzioni, il grado di corrispondenza tra ciò che uno dice e ciò che uno intende effettivamente dire, se non è noto il suo grado di consapevolezza del problema. Esempio: se per esprimere fame un poppante si limita a spalancare la bocca piangendo, in quel momento il poppante (la sua emotività, i suoi desideri) “c’è” in ciò che sta esprimendo. Oppure: se un individuo qualunque per esprimere la propria solidarietà emotiva verso un altro individuo sofferente dice: “mi dispiace”, perché ha imparato a porre in relazione questa banale espressione con quel preciso stato d’animo, credo che, anche in questo caso, quell’individuo “ci sia” nelle sue parole. Resta che il linguaggio del poppante, come quello dell’individuo “mi dispiace”, può risultare deludente alla sensibilità di chi abbia raggiunto una più raffinata consapevolezza, e dunque padronanza, del linguaggio nel suo complesso rapporto con le emozioni, con i desideri, e in generale con la descrizione del sé e del mondo.

  2. Quello che dici vale per il poppante, ma non per la persona che dice “mi dispiace”. Come Leopold Bloom al funerale pensa scherzi deficienti perché non gli interessa delle persone che subiscono il lutto, così noi sappiamo che “mi dispiace” si dice in quelle occasioni e quindi in quelle parole per lo più non ci siamo. Chi vuole fare sentire all’altro la sua partecipazione veramente, anche se è poco letterato non userebbe mai solo l’espressione “mi dispiace”, che è del tutto convenzionale. Se lo vede lo abbraccerebbe, se lo potesse sentire solo per sms gli direbbe “cazzo che sfiga!”. Se gli potesse telefonare gli direbbe “lo sai io ci sono per qualsiasi cosa”. No Lilo, chi dice “mi dispiace” di fronte alla sofferenza dell’altro, per lo più non gliene frega nulla.

  3. sara

    A proposito di queste cose m’è venuta l’immagine costituita da due movimenti. Le volte che “siamo nelle nostre parole” il movimento parte da dentro e viene fuori. Secondo me addirittura può succedere che in questi casi le parole che ci escono dicano di più di quanto noi stessi in quel momento abbiamo razionalmente capito. Nel senso che se lasciamo che sia il cuore a parlare, c’è una sovrabbondanza della quale noi stessi non siamo del tutto consapevoli fin nei minimi particolari. Abbiamo bisogno di ritornare su quello che è uscito per capirlo meglio o più in profondità. Ma questo succede poche volte, mi sa. E coinvolge anche il corpo.
    Quando invece siamo nel “si” heideggeriano, possiamo limitarci a qualcosa di superficiale, che comunque qualcosa è, oppure fare lo sforzo di pronunciare quelle parole convenzionali o fare dei gesti altrettanto convenzionali con un minimo di consapevolezza, è come se le riportassimo un po’ dentro di noi per dargli un po’ di calore. Il movimento in questo caso parte da fuori e finisce dentro. Allora anche dire ” mi dispiace” può avere un significato.
    Altro è invece quando giochiamo con le parole, allora lì è un bel casino, bariamo e facciamo danni. Questa cosa purtroppo avviene più spesso di quello che pensiamo

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