ASCOLTARE

Prescindendo dalle sottili analisi di Max Scheler su questi temi, mi sembra di poter dire che ci sono almeno tre piani distinti di disponibilità verso l’altro. In primo luogo quello che potremmo chiamare della cortesia, nel quale cediamo il posto a una persona anziana sull’autobus, aiutiamo una persona cladudicante a portare il bagaglio, salutiamo quando entriamo in un negozio, diciamo subito il nostro nome quando iniziamo una chiamata telefonica, non insultiamo una persona benché maleducata, manteniamo la calma ecc. Questo tipo di disponibilità non è da sottovalutare, perchè facilita molto i rapporti con tutte quelle persone con le quali in prima istanza non abbiamo un rapporto intenso. I pericoli qui sono due: da un lato non usare cortesia nelle situazioni in cui è necessaria e dall’altro usarla quando invece il rapporto dovrebbe essere condotto su altri piani. Il secondo piano è quello delle azioni: aiutare un amico malato, fare i lavori di casa sollevando il proprio compagno/a, essere presente sul lavoro, dando disponibilità ecc. Tutto questo è molto più impegnativo del precedente, in quanto è una cortesia non occasionale, ma prolungata nel tempo e molto faticosa. Di nuovo, il rischio è duplice: essere egoisti e poco disponibili in casa e sul lavoro e con gli amici; oppure, limitare la propria interazione con le persone più vicine solo a questa disponibilità materiale. Il terzo piano è quello dell’ascolto: nella sofferenza, quando quel po’ di pratico che si può fare per alleviarla è stato fatto, abbiamo bisogno soprattutto di essere ascoltati. Ascoltati una prima volta quando poniamo un problema che ci riguarda e essere ascoltati altre mille volte quando ripetiamo sempre le stesse cose, facendo fatica a vedere una via d’uscita. E’ molto difficile ascoltare. E’ difficile ascoltare la prima volta, perché siamo tutti presi dalla nostra soggettività. E’ ancor più difficile ascoltare le altre volte, perché la noia e l’impazienza subentrano alla comprensione. In fondo preferisco una persona che sia scortese e poco disponibile, ma che sappia ascoltare. Credo sia la cosa più straordianria dell’uomo nel rapporto con l’altro uomo.

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6 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE

6 risposte a “ASCOLTARE

  1. lilo

    Quello che dici mi sembra del tutto ragionevole e corretto. In effetti la terza modalità della disponibilità verso gli altri e della generosità, cioè la capacità di un ascolto profondo, che non sia solo un prestare orecchio, ma un sapersi concentrare e comprendere con la mente ed il corpo, è la più complicata e rara. Sia perché spesso sono filtro potente al’ascolto, e obnubilante, le nostre cattive emozioni, i nostri interessi individuali, l’egoismo, sia perché a volte ci mancano i requisiti di competenza e conoscenza specifica dei problemi dell’altro. Ma è pur vero che un po’ di “buon senso” da parte altrui sarebbe in qualche caso sufficiente a farci sentire meno soli. Ma c’è un’ulteriore aspetto, a me pare. Alcuni di noi non sono capaci di ascoltare veramente l’altro. Chiusi come noci nel proprio guscio, molto depressi, superbi o poco abituati al dialogo. Sono i casi più difficili perché, io credo, con individui del genere alla fine non può funzionare nessuno dei tre tipi di generosità che hai elencato. Hanno, questi individui, un destino di solitudine.

  2. Sì è vero, però quegli individui se trovano uno che li ascolta possono goderne. Quelli che ascoltano spesso sono preda di quelli che non ascoltano e anche loro alla fine hanno un destino di solitudine.

  3. sara

    Mi va bene quello che fin qui avete detto. Vado avanti un pezzetto concentrandomi solo sull’ultimo aspetto, anche se in realtà, secondo me alleggerire e essere alleggeriti dalle faccende quotidiane è esso pure un modo di ascoltare la vita degli altri.
    1. ascoltare è la cosa che sta alla base del nostro vivere nel mondo, nella realtà, perchè significa in primo luogo accorgersi che c’è un mondo fuori di noi e che anche noi stessi siamo un mondo da ascoltare. Credo anche che per riuscire a vivere dobbiamo necessariamente fare questa esperienza.
    2. Lo zim zum ebraico si applica bene a questo contesto. Infatti quando ascolto qualcuno che mi racconta un pezzo della sua vita o del suo cuore, devo fargli spazio, devo ritirarmi, concentrarmi per creare spazio per lui, sennò le sue parole vagano nell’aria e non arrivano a destinazione, semplicemente perchè non trovano un luogo dove riposare.
    3. Per ascoltare gli altri mi sono accorta che devo imparare anche ad ascoltare me stessa, a guardare le mie cose, il mio cuore e a contenermi, e dunque imparare almeno un po’, a distinguere le mie cose da quelle degli altri
    4. A volte può succedere che l’ascolto diventi patologico e quindi bisogna avere il coraggio e la forza per spezzare questo ponte malato che non porta da nessuna parte. Mi spiego: una persona vive delle sofferenze o ha dei problemi e trova un amico che lo ascolta, ogni volta è sfogo per il primo e peso da portare per il secondo. Ma la realtà non cambia mai, anzi, questi momenti di ascolto e di sfogo diventano proprio un alibi per non prendersi mai in mano e cambiare. Credo sia necessario in questi casi arrivare all’abbandono perchè l’ascolto qui è diventato il luogo dove fuggire per non guardare bene in faccia la realtà. Solo che chi si sfoga è già in difficoltà di suo e non ce la fa a spezzare il legame. Chi ascolta invece, potrebbe sentirsi gratificato dal fatto di essere utile e per questo non riuscire a trovare l’onestà e il coraggio per troncare e smascherare questo circolo vizioso. Io credo che l’ascolto sia efficace quando, se protratto nel tempo, non crea dipendenza ma rimette in circolo le potenzialità di chi soffre e lo aiuta a ritrovare da sè le proprie capacità per vivere. Credo anche che a volte chi ascolta debba avere il coraggio di lasciare l’amico nella sua solitudine, credo sia questa una forma di rispetto molto alta. Il problema semmai sta nel capire quando è il momento giusto per farlo. C’è un tempo per ogni cosa dice Qoelet. E discernere il Kairos non è proprio così facile.
    5. C’è un ascolto quotidiano che è fatto di attenzione ai particolari e capacità di acchiappare al volo la chiave che l’altro ci offre per creare un ponte, penso soprattutto alle relazione educative, figli e allievi, ci metterei anche i mariti, va. A questo proposito mi sono successe delle cose davvero belle, quasi sacre, nel senso che quando una persona ti offre la chiave per entrare nel suo mondo, anche per poca che sia la comunicazione, si tratta sempre di una cosa sacra.
    6. C’è anche una componente di alto valore conoscitivo quando si ascolta. Entrando nella vita, nelle emozioni, nei pensieri, nei desideri, nei dolori, nelle contraddizioni, ecc… di Marco, Giovanna, Dario ecc…, forse abbiamo uno strumento in più per capire qualcosa di questo “nostro mestiere di vivere”.
    E’ estremamente faticoso predisporsi all’ascolto, ci si sente quasi più un mezzo, uno strumento che altro, però credo che seppure si tocchino o si incontrino storie dolorose, o semplicemente vissute in modo doloroso, l’intensità che attraversa questi momenti e i ponti che si creano con gli altri mi fanno essere felice di vivere.

    C’è infine (infine per le mie riflessione che non vogliono essere esaustive) un ascolto altamente virtuoso. Due amici, o due persone che si stimano e riescono a fare di questa modalità uno strumento per riappropriarsi di sè e fare maggiore unità dentro di sè. Sapere che la mia amica Emi, nonostante sia lontana, ha nel suo cuore tante parti della mia vita e del mio cuore, e le custodisce, le pensa, le ripensa, mi dà gioia, mi può salvare anche dalla disperazione, credo. Mi aiuta a fare ordine a riguardare la mia vita con meno paura e più speranza, con meno giudizio e più misericordia. Ma questa ultima esperienza è davvero molto rara perchè sono poche le persone disposte a mettersi in gioco a livelli profondi.

  4. sara

    Ho cominciato molto tempo fa ad “occuparmi” di ascolto, forse perchè andavo alla ricerca di questa bella esperienza che ci aiuta a plasmare la nostra identità e a “sentirci”. E da allora è una cosa che mi ha tenuto molto occupata, sia concretamente, appunto nel tentare di accogliere, sia nella riflessione.
    Ho fatto anche esperienze di ascolto in gruppo e alla luce di tutto ciò, mi pare di poter fare anche queste altre considerazioni. C’è un ascolto che chiede di essere accompagnato anche da un consiglio, da un aiuto a capire eccc. e c’è un ascolto che non chiede nulla se non un luogo dove stare, come un abbraccio.
    Io credo di aver bisogno soprattutto del secondo, ma mi sembra che non sia solo una mia esigenza. Mentre nel primo caso c’è spazio per la parola reciproca, per lo scambio, per il consiglio, eccc. e l’ascoltatore si sente anche chiamato in causa, attivo e utile, la seconda modalità esige la passività più completa: aggiungere, togliere, smussare, interpretare, consigliare non sono ospiti graditi, anzi vanno proprio banditi.
    Del resto quando racconto un pezzo della mia vita, del mio cuore, o quando parlo di un problema, di una gioia , di un desiderio eccc. cosa possono aggiungere o togliere o smussare gli altri? E’ completamnete roba mia quella lì. Si può intervenire sulla vita e sul cuore degli altri? M’è capitato molte volte di vedere invece tutto questo affannarsi a interpretare, a smussare, a togliere o aggiungere, è di una tristezza inaudita, ma anche ridicolo, profondamente ridicolo. Qui noi non facciamo altro che difenderci dal fatto che la vita dell’altro ci ha toccato dentro e, siccome è più facile sistemare le cose agli altri, non ci accorgiamo che tutto questo lavorio di togliere e aggiungere lo dovremmo fare più onestamente con noi stessi.
    L’ascolto che mi sta più a cuore esige molta disciplina e una grande libertà. Forse è per questo che è un’esperienza rara.
    Credo anche che il secondo sia più salvifico del primo. Indubbiamente mi sento più adatta per il secondo.

  5. sara

    arriva un momento nella vita nel quale l’ascolto lo dobbiamo avere nei confronti di noi stessi. Mi riferisco però ad una situazione particolare e cioè quando nessuno è in grado di accogliere e custodire tutto il nostro cuore. Le nostre gioie e i nostri dolori. Ho l’impressione che quando accediamo a questo tipo di ascolto stiamo facendo un’esperienza così intima con noi stessi che possiamo chiamarla esperienza profondamente religiosa

    • pietro

      La cortesia e le buone azioni di per sé sono facili: costano poco e rendono molto.
      L’ascolto invece è molto difficle, forse perchè rende poco e costa molto.
      Attenzione a tutto ciò che non è spontaneo.

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