PASCALE, SCIENZA E SENTIMENTO

L’amico Carlo mi ha regalato un libro veramente bello: Antonio Pascale, Scienza e sentimento, Einaudi, 2008. L’autore, agronomo e scrittore di successo, racconta in modo brillante e informato come la retorica del biologico e del naturale stia falsando un dibattito estremamente importante per tutti noi.  Pascale è un convinto ecologista, ma, come tutte le persone serie, è convinto che per fare bene l’ecologia ci vuole più chimica e non meno, come quasi tutti sostengono. In un certo senso, noi rubiamo il frutto dall’albero della conoscenza senza sapere se Dio sia o meno d’accordo. Per capirlo abbiamo a disposizione solo la ricerca di una maggiore conoscenza, affiancata a una certa cautela. Divertente la presa in giro di Pietro Citati, che si lamenta dei pomodori che non sarebbero più quelli di una volta, quando, dati alla mano, nessuna epoca dell’uomo ha mai prodotto pomodori buoni come quelli che si coltivano oggi. L’ironia di Pascale si concentra soprattutto contro il letterato puro, disinteressato alla conoscenza scientifica, che spara cavolate in libertà sull’onda del suo dogmatico sentimentalismo. Il libro, in questo senso, è anche un lavoro sulle due culture. A pag. 34 si impara che il basilico contiene una gran quantità di estragolo, che è un antiparassitario “naturale” alquanto velenoso. Sembra che in generale gli antiparassitari naturali di cui tutte le piante sono dotate per ovvie ragioni adattative, non supererebbero le norme europee sull’alimentazione. Fra l’altro i prodotti biologici, ai quali questi antiparassitari non vengono aggiunti, ne producono di più, come il famoso caso della solanina nelle patatate biodinamiche.

Pascale attacca anche tutti i puristi in fatto di morale. Molti ritengono che da giovani si è veramente coerenti, mentre con l’avanzare dell’età si diventa aperti al compromesso. E’ esattamente il contrario: da giovani si portano avanti idee unilaterali e dogmatiche, mentre da adulti, spesso, si comprende la complessità delle situazioni e si cerca di trovare soluzioni più equilibrate. Dunque stiamo alla larga da chi cerca la purezza!

Dal libro si impara anche che i centri che devono certificare la biologicità dei prodotti vengono finanziati dai produttori biologici. Il che non depone molto a favore della terzità di questi enti!

Si impara anche che tutta l’agricoltura per definizione è OGM, in quanto prima della selezione artificiale dell’uomo i prodotti erano assolutamente inadatti al consumo. Inoltre le tecniche di selezione artificiale in genere sono geneticamente molto più invasive, come l’innesto, di quelle dell’ingegneria genetica, che intervengono con preciisone su una sola proteina. Per quale ragione cibi – quelli sì veramente Frankenstein – come tutti i frutti dell’innesto, che quotidianamente mangiamo, non dovrebbero avere decine e decine di molecole sconosciute e tossiche, mentre il mais OGM, che contiene una sola molecola in più e si sa perfettamente quale sia, dovrebbe essere tossico? Altro mito è quello delle multinazionali che affamano i contadini con semi che non sono riutilizzabili. Nessun contadino moderno utilizza semi che provengono dalla sua piantagione, per il semplice fatto che è assolutamente non conveniente, perché è raro che nei semi ci sia lo stesso delicato equilibrio genetico raggiunto mediante la selezione artificiale.

E poi l’uso dei fertilizzanti triplica la rendita della terra, in modo da evitare il dboscamento. Siamo sicuri che sia una cosa così tremenda? Abbiamo considerato tutti gli aspetti del problema?

C’è dell’altro. Negli anni Sessanta venne introdotto il talidomide, molto simile al diazepan. Veniva dato alle donne in cinta come anti-nausea. I figli deformi di quella molecola sono migliaia. Io ne conosco due. Da quel momento, però, le regole per mettere sul mercato un medicinale sono diventate così restrittive che ci vogliono più di dieci anni di test e 100 milioni di euro. Cioè investimenti che solo una multinazionale si può permettere. Siamo ancora contro le multinazionali in tutto e per tutto?

Molto bella anche la riflessione di Pascale sull’uso delle immagini anonime per denunciare. Una fotografia che mette in mostra una situazione di miseria senza nominare le persone rappresentate è un abuso, perfettamente coerente con certe politiche del consenso facile che vorremmo scomparissero.  Se nella fotografia c’è Pinco Pallo che sta soffendo, io Enzo Fano posso decidere di andare lì e aiutare Pinco Pallo, se invece è un anomino misero, allora non c’è nulla da fare ed è tutta colpa delle classi dirigenti occidentali corrotte e delle multinazionali.

E infine un punto particolarmente delicato. Pascale è contro l’uso in generale di metodi facili e falsificanti per la ricerca del consenso da parte di quelle associazioni che dovrbbero promuovere la sensibilità comune verso tali questioni. Ad, esempio, far vedere un capodoglio ingannato dai sacchetti di plastica e arenato sconvolge e quindi fa bene alla causa degli ambientalisti. Ma non aiuta le persone a ragionare e informarsi di più. Ho sempre sostenuto che ottenere una vittoria politica per una causa giusta con mezzi ingiusti è una sconfitta. E ne rimango convinto. Sensibilità verso l’ambiente non è solo un’emozione, ma soprattutto un ragionamento. Quindi mi sento portato a deprecare le battaglie spettacolari di Greenpeace, come fa l’autore. Eugenio, a tal proposito, mi ha detto: ma se non fai un po’ di spettacolo, oggi, sei condannato all’anonimato e quindi le tue battaglie, seppur giuste, sono del tutto inutili. Va bene. Sono sempre favorevole al compromesso: se Greenpeace fosse un ente che dedicasse molte energie a far sì che la gente ragioni di più su queste cose, allora riuscirei ad accettare il fatto che con i suoi interventi fa in modo che la gente senta di più. Ma purtroppo non credo che le cose stiano così.

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1 Commento

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Una risposta a “PASCALE, SCIENZA E SENTIMENTO

  1. Un appunto di carattere generale sulla questione del consenso.
    In soldoni lavorare ad una campagna significa mandare un messaggio molto semplice ad un numero piu’ ampio possibile di persone al fine creare interesse, consapevolezza, senso di urgenza, azione (generalmente l’azione e’ firmare qualcosa o dare dei soldi). Ovviamente questo metodo ha dei limiti evidenti, ma chi fa campagna vuole soprattutto raggiungere un obiettivo nel breve-medio periodo, toccando quella parte di coscienza che forma l’ opinione senza la pretesa di spingersi oltre.
    Mi rendo conto sia un problema spinoso.
    Una campagna ben fatta puo’ convincere qualcuno che fino al giorno prima non sapeva dov’era la Birmania ad andare al lavoro con una maglietta rossa contro la repressione dei monaci buddisti, per poi dimenticarsi dell’intera questione due mesi dopo. Questo e’ un successo o un insuccesso? Di fatto questo genere di pagliacciate funzionano per attirare i media e di conseguenza raggiungere i decisori politici. Nella societa’ dello spettacolo queste sono le regole del gioco, si possono non apprezzare ma valgono comunque per tutti (e tutto sommato sono meglio della violenza politica).
    Tutto questo per dire che l’argomento della spettacolarizzazione che usa Pascale contro le associazioni ambientaliste e’ un argomento forse un po’ vago perche’ e’ un problema che non vale solo per l’ambientalismo ma per tutta la comunicazione sociale.

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