WELCOME

Questa sera ho visto il film francese Welcome. Particolarmente azzeccata mi sembra questa osservazione di Meneghetti sul Corriere della sera:

Welcome è stato scelto come titolo per il film che Philippe Lioret ha tratto da un fatto di cronaca e che racconta il respingente «benvenuto» che Francia e Gran Bretagna danno agli immigrati che fuggono dai loro martoriati Paesi. Ma in questo modo rischia di confondere lo spettatore superficiale e accentuare una lettura «sociale» e «politica» del film mentre la sua vera forza sta soprattutto da tutt’altra parte, da quella di un uomo che di fronte all’odissea di un diciassettenne curdo scopre dentro di sé un’umanità e una moralità che fino ad allora aveva come cancellato.

Il film finisce male – posso dirlo serenamente, perché ormai è uscito da un bel po’. Cioè, apparentemente male, nel senso che il ragazzo curdo, che vuole attraversare la Manica a nuoto per andare dalla sua ragazza in Inghilterra, muore affogato. Però non si esce frustrati dal film, perché la vera storia è quella dell’istruttore di nuoto abbandonato dalla moglie perché disinteressato al problema degli immigrati, la quale si è invece fidanzata con un altro con cui organizza pasti caldi per i clandestini, solo per mettersi a posto la coscienza, e non per una vera ricerca personale. Invece l’istruttore di nuoto, aiutando il ragazzo, scopre un interesse profondo per questa vicenda tragica e poetica. E anche lo spettatore viene portato a pensare, come il protagonista. E’ comprensibile che le autorità, di fatto con l’accordo dei cittadini, facciano di tutto nei paesi europei per disincentivare l’immigrazione clandestina. Ma, viene da chiedersi, che mondo è il nostro, nel quale le differenze di benessere sono così grandi che milioni di persone rischiano la vita per venire a vivere in Europa? Quando da insegnante di storia a scuola mi chiedevo come fosse possibile che i nobili dell’Ancien regime in Europa tenessero nella fame i contadini, senza preoccuparsi dei propri privilegi, cercavo risposte del tipo “tutto ciò sembrava loro naturale”, “i contadini stessi erano rassegnati alla loro condizione” ecc. Di fronte a queste situazioni la risposta è molto più semplice: noi, che stiamo bene, ce ne sbattiamo di chi sta male, soprattutto se è lontano dai nostri occhi. E se ci appare davanti, allora voltiamo lo sguardo dall’altra parte o facciamo di tutto per non vederlo. Con questo non voglio dire che ci sono soluzioni facili al problema del rapporto fra il Nord e il Sud del mondo, tipo “lasciamo entrare tutti”. Né che noi siamo più di tanto colpevoli della fame che attanaglia molte popolazioni. In parte lo siamo comunque. Voglio solo notare che un mondo come il nostro, che deve barricarsi in una sorta di cittadella assediata del benessere circondata da un continente del disagio, è una ben triste realtà in cui vivere.
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9 commenti

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9 risposte a “WELCOME

  1. non è vero che ce ne freghiamo di chi è lontano, abbiamo raggiunto nuove frontiere dell’ipocrisia e della viltà, nuove strabilianti abilità nel far tacere la coscienza, non cristiana, umana

    il lontano ci piace (in un mondo in cui nulla è più lontano ma nulla è più reale …)
    se è lontano le sue condizioni non sono colpa nostra: è lontano (ci vien così facile non prendere mai in considerazione i rapporti causa effetto, i “battiti d’ala delle farfalle”)
    se non è colpa nostra possiamo anche partecipare del dolore lontano, non impegna più di tanto e ci fa sentire buoni: terremoti remoti, tzunami, carestie …
    quel che non tolleriamo è il dolore vicino, per quello non abbiam scuse, scoprirci colpevoli è un attimo:insopportabile!
    quindi il senzatetto, il “lontano” che non è più una foto, ma un uomo in carne e ossa fuori dalla porta di casa nostra (che gli abbiam distrutto la partia …ma non noi eh …qualcuno che è andato lontano … e non ci chiediamo da dove è partito e perchè) non lo sopportiamo, non mostriamo solidarietà … è un fastidio per la coscienza, qualcosa da rimandare lontano …o da … a volte… bruciare per passatempo!

  2. blumen19

    buongiorno!
    non sono abituato a scrivere sui blog. ma la discussione piena di carità e buoni propositi sulla questione dell’immigrazione clandestina mi stimola a un piccolo intervento.
    ci siamo mai chiesti chi e come si muove dal suo paese per venire in europa? beh, a uno sguardo più attento la situazione è chiara: solo una minima parte se ne va per fame, o per guerra. la maggioranza parte per cercar fortuna, spesso impegnando quantità di denaro che sarebbero sufficienti per metter su una piccola attività nel loro paese. ciò che l’immigrazione clandestina fa emergere è come i paesi meno sviluppati sono vittima del miraggio della fortuna e della vita facile che noi siamo così bravi ad inculcare loro. c’è un gran lassismo umano e morale dietro la granparte dell’immigrazione clandestina. e di questo sono responsabili anche e in gran parte le migliaia di ong che vanno nei paesi meno sviluppati a mettere delle pezze, spesso rendendo ancora più disorganico uno sviluppo che è tragicamente non autonomo. e soprattutto propagandando un modello assistenzialista, foriero appunto di lassismo umano e morale.
    non voglio entrare nel gioco delle colpe degli avi e del dovere di accoglienza (sacrosanti come statuito già dalla più pagana delle tradizioni mediterranee – non c’è bisogno dei pii comunicati stampa vaticani), ma sicuramente mi sembra più urgente riflettere sui modelli culturali che anche la pia società della carità finisce per inculcare in società meno sviluppate che hanno bisogno più di un po’ di cultura del lavoro (previa democratizzazione della vita economica) e meno di cultura della carità.
    (ci) dovremmo spendere meno in carità e più in lotta alla corruzione e allo sfruttamento economico laggiù (ma cominciamo da qui così diamo il buon esempio…).
    non voglio dare veramente ricette, ma mi sembrava utile riflettere sui mali della cultura della carità. l’umana pietas è cosa buona, ma può avere conseguenze perverse se non è accompagnata da lavoro e prospettive di sviluppo autonomo. e poi non è l’umana pietas sempre un po’ pelosamente paternalista?

  3. forse dovrei contare fino a 10 o 100 o 10.000 prima di scrivere, o non scrivere affatto, ma non mi riesce
    quanti soldi servono per “aprire un’ attività in proprio” in un paese in guerra? quanti per vivere nel delta del Niger dove le compagnie petrolifere han distrutto l’ambiente, dove tutto è coperto da petrolio che fuoriesce da pipeline senza manutenzione, dove non c’è più pesce, dove non si può più coltivare il terreno … quanti soldi servono per comprare del grano in un paese devastato dalla siccità? …. meglio indebitarsi a vita per andarsene da una guerra che altri fan a casa mia, ammazzando me e miei cari, per trovare cibo che non mi permettono di coltivare perchè mi han derubato delle mie terre per usarle per allevamento intensivo, agricoltura intensiva, per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, diamanti, coltan …. per seppellire scorie nucleari e rifiuti tossici prodotti altrove, acqua potabile , che la mia la han contaminata le multinazionali che vendon merce altrove e lascian morte da me …che morire con un pugno di dollari in tasca ..e per inciso quei soldi pagati per morire in mezzo al mare, su un barcone carretta, spesso son frutto di collette fatte fa decine di parenti che si privano di tutto per dare una speranza di vita ad uno solo di loro, che forse poi salverà tutti …a volte son per l’appunto debiti a vita, pagati con il proprio corpo reso carne per porci ricchi, per pedofili nostrani …mafiosi nostrani
    e questo per la parte “perchè non spendono i soldi a casa loro” …che è la parte del “Lontano” … se invadi il lontana il lontano diverrà vicino, ed è quel che ho scritto, che evidentemente non ha voluto leggere, essendo “vicino”
    nessuna pietà o carità, non di quella ho scritto: dobbiamo restituire quel che abbiam rubato, abbiamo debiti immensi ed è sacrosanto diritto di nostri creditori chiederci di saldarli: qui o a casa loro!
    e la inviterei anche a ricordasi da cosa scappavano gli italiani che han invaso il pianeta “cercando la fortuna che non si son voluti costruire a casa loro persi in un lassismo morale”…dove li trovavano i soldi quei “pezzenti” italiani? quei “clandestini italiani”?che “miraggi inseguivano” quei lassisti …a che “logiche di carità “ rispondevano?
    insegna? insegna filosofia?faccia meno danni! torni tra noi e impari la vita!

  4. Secondo me entrambi, mi riferisco ai commentatori precedenti, dite cose giuste. Il problema reale è così comlesso che ha molteplici letture.
    Le colpe vanno divise in parti eguali tra noi e loro. Tra i nostri governi ed i loro. Io come cittadino non mi sento particolarmente responsabile se in altre parti del mondo stanno vivono male. In fondo faccio la mia vita, badando agli sprechi, cercando di cavarmela da solo, conscio che sono nela parte fortunata del mondo.
    Fortunata perchè ha saputo lavorare quando era ora di farlo. Molti paesi dei migrant invece hanno lasciato che fossero gli altri a fare a posto loro; si sono svenduti. I colonialismo ottocentesco ha giocato evidentemente un ruolo fondamentale, ma perchè debbo farmene carico io?
    Parimenti non possiamo bloccare l’immigrazione, perchè a ben guardare è quella che salva parte delle nostre economie. Sbagliamo nel non riuscire ad incanalarne i flussi. Dovremmo organizzarla, richiamare a noi solo le unità necessarie. Il sogno di ricchezza europeo è ormai tramontato. Si fatica anche noi a sbarcare il lunario. Dovremmo fare campagne d’informazione in quei paesi ed aiutare le loro economie a svilupaprsi in autonomia. Ma forse per i loro governi è più semplice rilasciare concessioni per lo sfruttamento.
    Sarà anche per questo che apprezzo, pur con tutte le sue limitazioni sociali ed i danni ambientali, il modello cinese. Loro si stanno tirando in peidi da soli, creano domanda interna e la soddisfano. Poi esportano e ci colonizzano.

    E quando saremo noi a dovr riemigrare, maari in cina? (cosa che io potrei anche fare nel breve per un periodo)

  5. alfredo

    Le mandrie migrano là dove ci sono pascoli migliori. I peli del culo no, non ambiscono a invadere lo spazio riservato alle ciglia degli occhi.

  6. Sono rimasto colpito dal livello veramente alto del dibattito che ha seguito questo post. Imitando quello che dice Kara, mi verrebbe da dire che avete ragione tutti e tre (quello che dice Alfredo non lo ho capito!). Bisogna in effetti stare attenti a che cosa significa la parola “noi”. Anche io mi sento solo in parte responsabile delle schifezze elencate da Senzacredercitroppo, che in effetti sono vere. Quello che dice Blumen a me sembra vero nella sostanza. Non darei però tutta la colpa alle ONG, che ne hanno ben altre di colpe (corruzione e sperpero). Purtroppo in effetti i grandi gruppi di potere dei paesi ricchi si avvicinano ai paesi poveri con una sorta di bipolarità, con una mano rubano, creando aziende inquinanti, monoculture ecc., con l’altra regalano. Non è chiaro quale dei due fenomeni sia più dannoso. Comunque uno va di conserva con l’altro. I paesi ricchi, l’Italia un po’ meno, hanno effettivamente buone occasioni per gli immigrati, certo non quelli clandestini, che purtroppo vanno a ingrossare le fila della malavita spesso. Ricordiamoci però che in Italia ormai ci sono circa 3 milioni di immigrati regolari. E’ anche vero che là spesso si è creata una cultura della lagna – un po’ come nel’assistenzialismo del nostro pubblico impiego – e di nuovo la causa è in parte la politica dell’elemosina. Ma ci sono anche pensatori del Sud del mondo che chiedono di farla finita con la lamentela e incitano a rimboccarsi le maniche. Più del modello Cina, che è governato da una dittatura sanguinaria, mi piace il modello India, un paese che sta migliorando la propria situazione economica ed è una democrazia. Spero che domani saremo tutti indiani e non tutti cinesi.

    • alfredo

      L’immigrazione è un fenomeno che avviene là dove l’organismo vivente ha perso (o dimenticato) il senso dell’unità. Nel corpo umano ogni cellula fa il suo lavoro nel posto che gli è stato assegnato dal programma genetico e non invade, né invidia le competenze altrui. Io, per esempio, non sono un filosofo.

  7. L’India è una realtà che conosco poco. Sono in crescita ma lo fanno in silenzio, e ciò un po’ mi preoccupa. E pur essendo una democrazia hanno internamente dei meccanismi sociali ben poco democratici; le caste, pur messe fuori legge, esistono tuttora. In più la condizione di vita nelle immense baraccopoli mi sembra irrisolvibile.
    La Cina, pur con tutti i suoi difetti politici, ha un modo più aggressivo verso l’eserno, ma più costruttivo all’interno. Almeno così mi è parso durante l’ultima visita.

    Una soluzione che mi piace abbastanza al nostro problema è la decrescita morbida. Dobbiamo imparare a limitarci, a limitare il nostro consumismo senza per questo tornare alla povertà del 1800.

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