LA SCIENZA E’ UNA DETECTIVE STORY?

Recentemente è uscito in DVD la versione cinematografica di “Il segno dei quattro” – il secondo romanzo di Conan Doyle – diretta da Cutts nel 1932. E’ stato anche recensito autorevolmente, sottolineandone pregi e difetti. Non conosco abbastanza il cinema per dare una valutazione adeguata di un film così vecchio. Comunque la pellicola è abbastanza fedele e molto ben fatta. Contiene, forse una delle prime volte, la famosa espressione “elementary Watson”, che invece non compare mai nei romanzi e racconti di Conan Doyle. Il film si può anche scaricare dalla rete. Il romanzo di Conan Doyle uscì nel 1890 e rese celebre l’autore. Il libro inizia con un famoso capitolo intitolato “La scienza della deduzione”, che ha molto stimolato la fantasia dei filosofi della scienza. Sherlock Holmes sottolinea che la detection è una scienza che deve basarsi sull’osservazione, la deduzione e le conoscenze. Come processo deduttivo egli enfatizza soprattutto l’importanza di quella che in epistemologia viene chiamata l’induzione per eliminazione, che funziona così: c’è un fenomeno da spiegare, cioè da trovarne la causa, ci sono, ad esempio, le possibili spiegazioni A,B,C. Sulla carta C è poco probabile, però se controlliamo A e B e scopriamo che non funzionano, allora C diventa improvvisamente molto probabile. John Earman, nel suo Bayes or bust, ha dedicato alcune pagine a questo romanzo. Egli nota che l’induzione per eliminazione funziona solo se all’inizio il ricercatore (il detective) ha preso in considerazione tutte le possibili spiegazioni, altrimenti la scomparsa di A e B potrebbe non essere a favore di C, ma di una D non ancora esaminata. Egli nota anche che l’approccio bayesiano può facilmente rendere conto del processo di induzione per eliminazione. Però di fatto nella realtà della ricerca scientifica – e lo stesso probabilmente vale nella realtà poliziesca fuori dai romanzi – il processo di eliminazione è tutt’altro che semplice e spesso comporta processi induttivi specifici, che non possono essere inquadrati direttamente nel bayesianesimo.
Negli anni Settanta Umberto Eco e la sua scuola avevano già provato a sostenere la tesi secondo cui la scienza sarebbe una sorta di detective story, basandosi sul concetto di abduzione formulato da Peirce. L’abduzione sarebbe, appunto, il processo di scoperta delle cause a partire dagli effetti ed è una particolare modalità induttiva. Ad esempio, vedo in lontananza del fumo e allora formulo l’ipotesi che da qualche parte ci sia del fuoco. E’ vero che nella scienza naturale si seguono spesso procedure di questo tipo. Va notata però una differenza fondamentale: mentre nella detective story il processo abduttivo mira verso ipotesi controllabili direttamente in modo osservativo, nella scienza, invece, soprattutto in quella matura, le ipotesi si avvalgono di termini non osservativi. Detto in parole semplici: l’assassino è in carne e ossa e alla fine lo posso acciuffare, mentre l’elettrone rimarrà sempre al di là delle mie possibilità sensibili. C’è da dire però che il modello scientifico di Conan Doyle era stata la medicina che egli aveva studiato con Bell. In effetti la pratica medica, più che la scienza naturale, ha delle analogie con la detection.

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1 Commento

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA, LETTERATURA

Una risposta a “LA SCIENZA E’ UNA DETECTIVE STORY?

  1. alfredo

    Mi capita sempre più spesso di vedere l’effetto di un qualcosa prima che si verifichi la causa da cui è scaturito. Ma quando lo faccio notare nessuno mi crede, dicono che sia solo una mera coincidenza. La scienza ha ancora gli occhi bendati, oppure sono io che sono sordo?

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