IL RAPPORTO ALMALAUREA 2010

Contrariamente a quanto pensano molti miei colleghi, la Riforma universitaria non è stato un fallimento, come emerge dati alla mano dal rapporto Almalaurea 2010. Solo un dato: in 10 anni gli studenti in corso sono passati dal 10% al 40%.

Indagine 2010
Profilo dei Laureati 2009
“L’istruzione universitaria nell’ultimo decennio.
All’esordio della European Higher Education Area”
A dieci anni dalla riforma: il profilo dei laureati italiani
sintesi di Andrea Cammelli

La riforma universitaria è stata un fallimento, per qualcuno un vero e proprio disastro? La realtà osservata dal Consorzio AlmaLaurea (60 Atenei aderenti) con la nuova indagine sul Profilo dei laureati usciti dall’università nel 2009 rivela un orizzonte per tanti versi assai differente da quello descritto con tanta insistenza, dentro e fuori dall’università.

L’indagine ha coinvolto i 190mila laureati del 2009 (110mila con laurea di primo livello, 47.000 con laurea specialistica/magistrale e 13.000 con laurea a ciclo unico) in uno dei 51 Atenei aderenti da almeno un anno ad AlmaLaurea e restituisce la documentazione articolata sino al singolo corso di laurea. Si avrà modo così di apprezzare, pure nel contesto dell’identico impianto riformatore, l’estrema variabilità che caratterizza i diversi aspetti indagati.
Unitamente a quella sulla condizione occupazionale dei laureati ad 1, 3 e 5 anni dalla conclusione degli studi, tale documentazione costituirà un punto di riferimento importante (unico nel panorama europeo): per aiutare i giovani ad orientarsi; i docenti universitari a verificare i risultati del proprio impegno; i responsabili locali e nazionali delle Università a programmare, migliorare, correggere, il mondo produttivo a conoscere meglio le caratteristiche del capitale umano formatosi negli Atenei, valorizzandolo di più e meglio, suggerendo le modifiche ritenute utili. Tutto ciò, è doveroso evidenziarlo, non sarebbe stato possibile senza la collaborazione e la disponibilità alla piena trasparenza dei Rettori delle Università aderenti al Consorzio.

A dieci anni dall’avvio della riforma, l’indagine tenta il confronto fra i risultati raggiunti dai laureati prima e dopo l’avvio del processo riformatore. Non per verificare se il 3+2 ha fallito o ha avuto successo, non è il compito di AlmaLaurea dare voti; ma per fornire il quadro dei risultati raggiunti consentendo così di intervenire dove è possibile e necessario cambiare o modificare. Con la convinzione, di einaudiana memoria, che per governare è necessario conoscere. E quando per conoscere, da Galileo in poi, è buona norma “misurare il misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è”, diventa essenziale che i risultati siano tempestivi, completi, affidabili, periodicamente rilevati per consentire i confronti nel tempo e nello spazio. I numeri non dicono tutto, ma i dati empirici rappresentano pur sempre la base indispensabile per ogni seria verifica. Partiamo, dunque, da qui.

In dieci anni una istituzione come quella universitaria può dire di aver raggiunto questi risultati: aumentato il numero di laureati; ridotto considerevolmente l’età alla laurea; quadruplicato i laureati in corso; aumentato la frequenza alle lezioni; migliorato il rapporto con il mondo produttivo triplicando le esperienze di stage durante gli studi; essere prossima, almeno per i laureati specialistici, al raggiungimento degli obiettivi strategici dell’Europa rispetto alle esperienze di studi all’estero. Al di là dei risultati raggiunti, al di là delle tante cose di cui l’università si deve emendare, delle difficoltà, senza finanziamenti adeguati e con continue riforme, siano complessivamente assai più confortanti di quanto non vadano ripetendo i tanti cultori del flop della riforma. E non sarebbero stati possibili senza l’impegno continuo e non riconosciuto dei tanti docenti e ricercatori veri e propri samaritani della cultura e della ricerca. Una preoccupazione, invece, dovrebbe essere tenuta ben più presente: che questi giovani, anche i più preparati, rischiano di restare intrappolati fra un sistema produttivo che non assume e un mondo della ricerca carente di mezzi. Perché è certo che lo stesso esercito dei samaritani non sarà sufficiente a garantire la ripresa e un futuro di sviluppo se il Paese continuerà a non considerare gli investimenti in formazione superiore e ricerca come investimenti prioritari e strategici.
Il contesto di riferimento

Il contesto che ha contraddistinto il decennio in esame è stato caratterizzato in una prima fase dalla ripresa delle immatricolazioni all’università, che poi si sono progressivamente contratte. Un periodo che ha visto i titoli di studio dilatarsi del 71%, (dai 172mila del 2001 ai 293mila del 2009). In parte ciò è dovuto alla duplicazione dei titoli, in quanto gli studenti che conseguono la laurea specialistica sono presi in considerazione non solo per il biennio conclusivo, ma anche per il percorso triennale. In effetti, se – anziché al numero dei titoli conseguiti – si fa riferimento al numero degli anni di formazione universitaria portati a termine, l’incremento fra il 2001 e il 2009 risulta più contenuto (22,5 per cento), rimanendo in ogni caso consistente.
Nel medesimo periodo è andata aggravandosi la condizione occupazionale di tutti i laureati: non solo di quelli più interessati dal processo riformatore, ma anche di quelli che dalla riforma non sono stati nemmeno sfiorati. Per i laureati pre riforma negli anni 1999 – 2006 a 3 anni dalla laurea, infatti, il tasso di occupazione è sceso di 8,6 punti percentuali (da 85,9% al 77,3%); a cinque anni il tasso di occupazione si è ridotto di 3,8 punti percentuali (da 90,5 a 86,7%).
Il confronto fra spese (rivalutate) sostenute dalle Università statali nel periodo 2001-2007, cresciute del 23%, ed anni di formazione ottenuti, aumentati del 28%, indica un aumento dell’efficienza delle Università nel periodo esaminato.
Identikit dei laureati 2001 e 2009 a confronto

Il titolo accademico risulta sempre più appannaggio di giovani provenienti da famiglie in cui la laurea entra per la prima volta in casa. Fra i laureati di primo livello del 2009 ciò riguarda 75 laureati su cento (erano 73 su cento nel 2001).

Sia pure ridottisi, gli abbandoni restano elevati, soprattutto nei primi 12 mesi di vita universitaria; fra gli immatricolati erano il 19,3% nel 2001, sono diventati 17,7 nel 2007.
Aumenta la regolarità degli studi: quadruplicano i laureati in corso, che non raggiungevano il 10% nel 2001 (erano il 9,5%), e che sono lievitati diventando complessivamente il 39,2 nel 2009.
La regolarità degli studi è frutto di situazioni diversificate; tra i laureati di primo livello, per esempio, è la risultante dei laureati delle professioni sanitarie, in corso per il 72,8% e all’estremo opposto, dei laureati triennali del gruppo giuridico in corso per il 18,2%.
Si riduce considerevolmente l’età alla laurea. I laureati pre-riforma del 2001 conseguivano il titolo a 28 anni contro i 27,1 anni relativi al complesso dei laureati 2009. Per quanto atteso il dato è tanto più apprezzabile perché l’accesso agli studi universitari di nuove fasce di popolazione ha determinato il simultaneo elevarsi dell’età all’immatricolazione (da 20 a 21,1 anni). Così, al netto del ritardo all’immatricolazione, per il complesso dei laureati, l’età alla laurea, che era pari a 27,2 anni nel 2001, è diventata di 25 anni: 23,9 anni fra i laureati di primo livello del 2009; 25 anni fra i laureati specialistici; 26,1 anni fra i laureati specialistici a ciclo unico. È aumentata, parallelamente, la percentuale dei laureati in età inferiore ai 23 anni (una presenza comprensibilmente pressoché nulla nell’anno di avvio della riforma), che riguarda oggi quasi 17 laureati su cento.

Aumenta l’assiduità alle lezioni, che per 66 laureati su cento riguarda nel 2009 più dei tre quarti degli insegnamenti previsti (nel 2004 erano 54), triplicano tirocini e stage (evidenziando una crescente collaborazione fra Università e imprese pubbliche e private): nel 2009 hanno riguardato 54,5 laureati su cento contro il 17,9% del 2001

Aumentano anche le esperienze di lavoro condotte durante gli studi che, in misura crescente, risultano coerenti con gli studi intrapresi. Nel 2009 per poco più di 10 laureati su cento la laurea è stata acquisita lavorando stabilmente durante gli studi, soprattutto nell’area dell’insegnamento (21,5 per cento) ed in quella politico-sociale (19 per cento). E questa è sicuramente solo la parte emersa di un desiderio/bisogno di formazione molto più ampio che si manifesterebbe pienamente se gli atenei fossero in grado di coglierne a fondo la rilevanza dal punto di vista politico-culturale, oltre che la consistenza. D’altra parte la stessa opportunità offerta dalla riforma di iscriversi a tempo non pieno incontra qualche difficoltà ad affermarsi, tanto è vero che nel 2008/09 ne ha beneficiato solo il 2,5 per cento del complesso degli iscritti al sistema universitario italiano (poco più dell’anno precedente).

Le esperienze di studio all’estero dei laureati italiani, contrattesi nei primi anni della riforma, sono andate gradualmente riprendendosi e coinvolgono complessivamente il 13,9 per cento dei laureati del 2009. Ciò è avvenuto utilizzando soprattutto programmi dell’Unione Europea (Erasmus in primo luogo), altre esperienze riconosciute dal corso di studi (Overseas, ecc.) e su iniziative personali. Si tratta di risultati frutto di una contrapposta tendenza: quella dei laureati di primo livello, che vedono l’esperienza all’estero, soprattutto quella Erasmus, più ridotta (in parte comprensibilmente) rispetto a quella realizzata dai laureati pre riforma. Fra i laureati specialistici, invece, queste attività riescono a coinvolgere quasi il 18 per cento della popolazione (anche senza considerare quelle realizzate su iniziativa personale). Ciò significa che queste esperienze, che i ministri dell’istruzione riuniti a Lovanio nell’aprile 2009 si sono impegnati ad estendere al 20 per cento della popolazione dei laureati europei, trova in Italia i laureati di secondo livello in buona posizione; rischiano invece di restare fuori dal bagaglio formativo della gran parte dei laureati di primo livello (che ne avrebbero ampia necessità, per origine familiare, studi secondari, possibilità economiche).

La mobilità territoriale per motivi di studio dei laureati è modesta: 78,6 laureati di primo livello su cento hanno studiato nella regione di residenza. Ancora più modesta risulta la mobilità di quanti proseguono gli studi con la laurea specialistica. Il 79,1% dei laureati di primo livello prosegue nello stesso Ateneo in cui ha acquisito la laurea.

Migliora lasoddisfazione complessiva dei laureati per gli studi compiuti: era decisamente soddisfatto il 27,2% nel 2001 (altri 54,8% si dichiarano abbastanza soddisfatti); fra i laureati del 2009 piena soddisfazione è espressa dal 33,9% di quelli di primo livello (altri 52,3 risultano abbastanza soddisfatti). Con riferimento al 2009, oltre 22 laureati su cento si dichiara decisamente soddisfatto dei rapporti con il personale docente. Soddisfazione ancora più consistente riguarda la valutazione delle aule, ritenute da più di un quarto dei laureati dell’ultimo anno sempre o quasi sempre adeguate. Mentre i servizi delle biblioteche (prestito/consultazione, orari di apertura …) ricevono una valutazione decisamente positiva da quasi 31 laureati del 2009 su cento e le postazioni informatiche sono giudicate presenti e in numero adeguato da oltre il 35 per cento dei neo dottori 2009. L’ipotesi di ripetizione dell’esperienza appena conclusa riguarda oltre i due terzi dell’intera popolazione (oltre il 68 per cento), resta sostanzialmente inalterata nel passaggio fra pre e post-riforma e, anche su questo versante, su valori più elevati per i laureati di secondo livello.
La tendenza al proseguimento degli studi, già elevata prima dell’avvio della riforma (riguardava il 60% dei laureati del 2001), si dilata ulteriormente raggiungendo il 77 fra i laureati di primo livello del 2009 (il 60,5% verso la laurea specialistica).
I laureati specialistici del 2009

Performance particolarmente brillanti mostrano gli oltre 47miIa laureati specialistici del 2009. E’ ciò che emerge con chiarezza anche nel confronto con i risultati dei migliori laureati pre-riforma nel 2001 (la comparazione è stata effettuata con i laureati pre riforma che avevano concluso gli studi con al massimo un anno di ritardo; poco più di un quarto dell’intera popolazione dei laureati).

Complessivamente si tratta laureati magistrali con alle spalle un percorso formativo secondario superiore fortemente caratterizzato da studi liceali-scientifici, più di quanto non si registri fra i laureati di primo livello.

Il 50% di essi ha concluso gli studi in corso (contro il 9,5% del 2001), con valori diversificati a seconda dei percorsi disciplinari: si va dall’89% del gruppo medico-professioni sanitarie e il 74% del gruppo educazione fisica al valore minimo del 33% dei laureati in architettura.
L’età media è di 27,3 anni (compresa fra i 29,7 anni del gruppo insegnamento da un lato, i 26,2 del gruppo ingegneristico e i 25,7 di quello chimico-farmaceutico, dall’altro). Ma anche nel caso degli specialistici l’età alla laurea risulta fortemente condizionata dalla presenza rilevante di laureati che hanno fatto il proprio ingresso all’università in età superiore a quella tradizionale. Sono infatti quasi 26 su cento i laureati magistrali che si sono immatricolati con un ritardo compreso fra 2 e 10 anni mentre per altri 6 su cento il ritardo all’immatricolazione risulta superiore ai 10 anni.
Al netto dell’immatricolazione ritardata l’età alla laurea, pari a 27,2 anni per i laureati pre-riforma del 2001, si contrae fino a 25 anni per i laureati specialistici.
Durante gli studi, il 53,3% ha svolto stage (contro il 25%); il 14% è andato all’estero con programmi europei (contro l’11%), valore che sale, come si è visto quasi al 18% se si considerano anche le esperienze all’estero riconosciute dal corso di studi; il 71% dichiara di conoscere bene l’inglese (contro il 64%). Ma anche fra i laureati specialistici la quota di chi intende proseguire gli studi risulta sorprendentemente elevata: 41% fra i laureati del 2009. L’intenzione di proseguire riguarda il 79% dei laureati del gruppo psicologico, il 61,5% dei loro colleghi del gruppo medico-professioni sanitarie, quasi il 60% del geo-biologico e giuridico, meno di un quarto dei neo-ingegneri. Il 13% – circa 9.400 laureati di secondo livello nell’intero sistema universitario italiano – si propone di intraprendere il dottorato di ricerca. In ambedue i casi si pone un interrogativo: la prosecuzione degli studi anche dopo la laurea (di primo e di secondo livello) esprime un autentico desiderio di formazione ulteriore o avviene per difficoltà a trovare una collocazione adeguata sul mercato del lavoro? La maggiore frequenza a proseguire che caratterizza i giovani residenti nel Mezzogiorno sembra confermare la seconda ipotesi.

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