IL SENSO DEL TUTTO

Una domanda che a volte ci poniamo, nei momenti di pausa, è quella del senso del tutto. Mi chiedo che cosa significhi affermare che il tutto ha un senso. Normalmente “senso” vuol dire “scopo”. Allora dire che l’universo di cui noi facciamo parte ha un senso vorrebbe dire che esso ha uno scopo. Ma noi siamo sicuri di una cosa sola: che noi abbiamo degli scopi. L’universo potrebbe essere il progetto di qualcun’altro, come ritengono le religioni monotesiste. Oppure l’universo, come pensavano Aristotele e Schelling, potrebbe avere uno scopo intrinseco a se stesso. Noi, come dicevo, di sicuro abbiamo degli scopi. E con ogni probabilità, molti altri esseri viventi, alcuni anche non della nostra specie, hanno degli scopi. E questi scopi, anche se non abbiamo il diritto di affermare che esauriscono il senso dell’universo, di certo fanno parte di esso. Questi scopi esisgono quindi la nostra attenzione. Questi scopi possono essere minimali, come la conservazione di sé. Ma possono anche essere molto più complessi, come la conoscenza del mondo o il benessere dell’uomo e degli altri esseri viventi. Ecco almeno una parte del senso del tutto.

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7 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA RELIGIONE, FILOSOFIA MORALE

7 risposte a “IL SENSO DEL TUTTO

  1. alfredo

    Lo scopo dell’Universo ce lo abbiamo sotto gli occhi da millenni: è “produrre” esseri viventi capaci di autoriprodursi e di intuire l’esistenza di un Universo capace di produrre esseri viventi capaci di autoriprodursi e di intuire…

  2. karagounis78

    Sei un po’ animista Alfredo. Animista sarà poi il termine corretto?

    L’universo non ha scopo, non alla luce delle dottrine scietifiche.
    E se anche avesse un senso non sarebbe sicuramente la somma dei sensi delle sue parti, ma qualcosa di più grande.

  3. alfredo

    Da ciò che scrivi, kara, si evince che uno dei tuoi scopi è quello di capirci qualcosa, sull’universo. Certo, non sai cos’è, però la intuisci…

  4. Io vorrei spiegare il funzionamento dell’universo, non il suo scopo. Non credo esista una metafisica universale che possa definirne lo scopo.

  5. alfredo

    L’universo è dentro di noi. Là fuori (fuori dei nostri sensi percettori) non c’è proprio nulla. Se hai la fortuna di veder modificate, anche solo per un attimo, le tue capacità di percezione, allora potrai capire l’Universo, perché è davvero semplice (ma non potrai spiegarlo a nessuno).

  6. Giiacomo

    Io credo che Vincenzo abbia accennato ad una cosa molto giusta, la “conservazione di sè”. E’ affascinante pensare che “l’universo è dentro di noi”, che le cose accadono per un motivo, che ognuno ha uno scopo nella vita, tuttavia, riflettendoci sopra con un pizzico di cinismo, tutto sembra risolversi attorno al concetto di sopravvivenza. Quello che resta è un occupare il tempo che rimane, che si tratti di scrivere in un blog o di cercare di capire l’universo.

  7. efrem

    Posso sostenere che la somma degli scopi parziali delle specie dia per esito lo scopo cosmico complessivo? Non mi pare, specie se gli scopi parziali hanno a che vedere con la conservazione di sé e il “benessere” della specie, ma anche – in qualche caso, con la conoscenza del mondo. La conservazione e il benessere di certe specie spesso sono in contrasto con la conservazione e il benessere di altre specie, nel senso che la sopravvivenza di certe specie può essere basata sul danneggiamento o sulla soppressione di altre. Quanto al conoscere il mondo, che credo resti una prospettiva piuttosto antropocentrica, esso può comportare – nella scienza – la sperimentazione ai danni di specie non umane – e persino, ma molto più raramente, di specie umane. Dunque, se ci poniamo in una prospettiva diciamo universale, posso mai parlare di “senso del tutto” in questi termini? Posso allora dire che, se fosse mai esprimibile, esisterebbe forse uno “senso del tutto” dal punto di vista comune a ciascuna singola specie, o al limite, comune a specie affini per esigenze e finalità? Se così fosse, sarei costretto a ridurre la portata del “mio” umano “senso del tutto”. Dovrei ammettere che si tratta di un “senso del tutto” che è alla mia portata, alla mia altezza. Mi sta bene lo stesso? O mi piacerebbe ci fosse un senso del tutto davvero universale, comune a tutte le specie? E dove starebbe, in questo, il piacere? La sensazione di far parte tutti di un unico grandioso disegno universale di cui anche io umano sono parte insieme agli amici topi e ai fratelli maiali, e ai serpenti e alle querce eccetera? Non so, devo rifletterci. E’ un “piacere” che non sento con urgenza.

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