LA SFIDA MORALE DEL SUD DEL MONDO

Nel libro di Julian Baggini, “Il maiale che voleva essere mangiato” c’è questo esperimento mentale. Su una nave stanno discutendo, dopo un lauto pranzo, se mangiarsi della cioccolata, e il solito guastafeste interviene: “Siamo sicuri di non voler dare un po’ della nostra cioccolata a quella signora affamata sulla barchetta lì alla deriva che da ore grida chiedendo cibo?”. Nessuno risponde. Tutti guardano in terra con aria infastidita. Per fortuna (?) qualcun’altro osserva: “Mica è colpa nostra se quella muore di fame. Mangiamoci tranquillamente la nostra cioccolata!”. Tutti tirano un sospiro di sollievo con approvazione e si avventano sulla tavoletta. E’ spontaneo disapprovare il comportamento di quei tizi. Però, dice Baggini, quei tizi siamo noi occidentali, che facciamo fatica a dare anche solo l’1 per cento del nostro PIL in aiuti ai paesi del Sud del mondo, cioè alla tipa che sta morendo di fame. Il problema mi sembra decisamente malposto. A parte il fatto che è dubbio che gli aiuti servano al Sud del mondo, in quanto, da un lato favoriscono una mentalità assistenziale e non imprenditoriale, e dall’altro, servono al Nord del mondo per comprare le classi dirigenti locali corrotte e farsi i propri affari; comunque, mettiamo anche che questa carità sia utile. Allora bisogna distinguere fra l’azione degli stati e quella del singolo. Come singolo, il fatto di vivere in un mondo profondamente ingiusto, nel quale io, pur facendo parte del ceto medio italiano, ho comunque un’immensa quantità di possibilità in più di progettazione della mia vita rispetto ai quattro quinti della popolazione mondiale è per me una sfida morale. Certo, se decidessi di dedicare la mia vita ai poveri dello Zambia agirei in modo più che giusto. Ma questo non può certo essere per me un obbligo morale. Qualcosa però devo pur fare. Il mio impegno politico, anche se minimo, deve comunque esserci. Ma ognuno ha come primo compito quello di badare a se stesso. Se cominciassi a urlare in tutte le direzioni a questa ingiustizia, mi stracciassi le vesti, aumenterei il disagio, senza ottenere nulla. Concretamente qualcosa devo pur fare, ma la mia azione non può compromettere il mio equilibrio, poiché la cura di sé è il primo dovere morale. Non posso occuparmi degli altri, se non mi sono adeguatamente occupato di me stesso. Detto questo, quel poco che ho la forza di fare per il Sud del mondo, direi proprio che non deve essere la carità, ma innanzitutto la denuncia delle classi dirigenti corrotte di quei paesi e le multinazionali che con la connivenza dei Governi nostri le corrompono. Ma attenzione il concussore è spesso più colpevole del concusso. I governanti locali corrotti non sono quindi meglio, anzi forse sono peggio, delle multinazionali e dei nostri Governi che corrompono. E poi occorre fare attività di informazione culturale nel mostro mondo sulla situazione del Sud. Oppure aiutare finanziariamente chi cerca di istituire scuole nei paesi del Sud del mondo ecc. Se incontri un affamato e gli dai un pesce, lo sfamerai per un giorno, se gli insegni a pescare, lo sfamerai per tutta la vita.

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