IL MIO STIPENDIO

La mattina il Dott. Minghetti, 32 anni, si alza alle 7, per andare a lavorare come contrattista a progetto nell’Ufficio, del Comune di Pontedera, che si occupa dei problemi della viabilità. Minghetti guadagna circa 1000 euro al mese lordi e circa 200 al mese di questi soldi vengono trattenuti dallo Stato. Minghetti è fidanzato e vorrebbe sposarsi, ma con 800 euro al mese si può sopravvivere stando a casa con i genitori, ma di certo non si può metter su casa. Meonia Carletti, 700 euro al mese di pensione, 72 anni, in buona salute, ha un forte dolore all’addome. Sarebbe meglio fare rapidamente una risonanza. Il primo posto libero è dopo 2 mesi. Se va privatamente spenderebbe 300 euro. Gli esempi di questo ordinario disagio di un ceto medio sempre più impoverito credo siano per tutti noi il pane quotidiano. I soldi pubblici, in Italia non sono sufficienti a pagare un miglior stipendio a Minghetti, né a pagare la risonanza urgente alla signora Carletti.
Il mio stipendio, come quello di circa altri 70.000 docenti universitari, viene pagato con una parte di quegli stessi credo circa 1000 miliardi di euro di entrate che in Italia ogni anno percepiscono tutti gli enti pubblici dai cittadini sotto forma di tasse, imposte dirette e indirette. Quegli stessi soldi che servono a pagare il mio stipendio, avrebbero potuto servire ad aumentare lo stipendio di Minghetti o ad aiutare la signora Carletti. Da sempre, cioè da quando a 25 anni ho deciso che volevo provare a diventare docente universitario, questo pensiero mi martella nelle orecchie, per cui ogni giorno cerco di fare di tutto affinché i cittadini non si pentano del fatto che una piccola parte dei loro soldi viene utilizzata per fare in modo che io possa insegnare e studiare a tempo pieno.

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8 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, POLITICA, SOCIETA'

8 risposte a “IL MIO STIPENDIO

  1. francesco r.

    ma se facendo il docente universitario non si guadagna perchè ci sono 70000 docenti? adesso qualunque giovane laureato (e ne conosciamo il livello di preparazione) decide di mettersi a fare il docente universitario;ci sarà un motivo? forse più di uno: in primis quello della “corporazione universitaria” e quello della cattedra ereditata dalla famiglia; o no?

  2. Caro Francesco, non ho sostenuto che facendo il docente universitario non si guadgna. Legga con più attenzione.

  3. alberto

    Quindi professore? Quale conclusione “logica” ne trae? Come pensa di agire? Prova angoscia? Disagio? Ansia di agire? Perché dalla lettera non si capisce.

    Con rispetto

  4. Caro Alberto, più che disagio sento la necessità di coniugare il mio lavoro con le esigenze formative degli studenti che si rivolgono a me, di seguirli al meglio delle mie possibilità, di tenere sempre presente le loro esigenze e di capire che cosa e come è meglio insegnare. Di studiare per tenermi aggiornato e di essere attivo anche nella gestione della didattica, in modo di offrire, per quel poco che posso, il miglior servizio possibile.

  5. karagounis78

    Io non concederei troppo tempo a questo cruccio. Se in coscienza si sente di star facendo un buon lavoro, senza rubare nulla a nessuno, allora la questione è risolta.
    Io penso che ogni lavoro, dal più umile al più glorioso, sia da rispettare perché porta beneficio alla comunità (ok ci sono delle eccezioni riguardanti lavori socialmente inutili figli del consumismo sfrenato, ma vanno comunque trattati con rispetto una volta che si accetta quel sistema di sviluppo). Il dubbio va posto sul numero e l’efficienza degli addetti. E spesso ilavori pubblici peccano per inefficienza e sovrabbondanza.

  6. efrem

    Non vedo proprio perché qualcuno dovrebbe “pentirsi” (pentirsi?) del fatto che una parte dei propri risparmi venga impiegata, sotto forma di contributi allo Stato, a far sì che una porzione di cittadinanza dedichi il proprio impegno lavorativo alla formazione permanente, allo studio e, quindi, all’insegnamento. Il principio è in sé nobilissimo e anche molto ragionevole e utile. Qualcuno potrebbe invece criticare il fatto che, nell’ambito di quella porzione di cittadini studiosi e, quindi, anche a buon titolo insegnanti, alcuni rinuncino a fare il proprio dovere di studioso e docente, e in sostanza, per usare una espressione comune, “rubino” lo stipendio. Il che accade, s’intende. Ma non solo nella porzione suddetta. In molti altri settori professionali purtroppo il malvezzo è apprezzabile. Il problema sta in questo, nell’interpretare con serietà la propria professione, ciascuno nell’ambito che gli compete, e non nel fatto che certe professioni siano “più utili” o “più inutili” di altre. Sono d’accordo con l’ultimo intervento. Ogni lavoro contribuisce a suo modo al benessere della comunità. Sono i singoli lavoratori a doverlo affrontare con il dovuto impegno.

  7. Caro Prof. Fano, spero si ricorderà di me. In merito a questo dibattito sento di poter dire, da suo ex studente, che il suo impegno e la sua qualità di insegnante sono straordinari. Per quanto mi riguarda devo a lei buona parte della passione che ho nutrito e nutro per la cultura e lo studio e ritengo che se un centesimo dei docenti si ponesse seriamente il suo quesito etico e professionale non solo l’università, ma anche gli studenti e la cultura in genere ne trarrebbero un vantaggio immenso. Quando sento delegare la responsabilità della propria inadeguatezza e medicrità come professori, a qualche legge o altro, penso veramente che queste persone siano gravemente in errore. Perchè è l’atteggiamento interiore con il quale entri in aula e ti rapporti con i ragazzi e la tua materia quaello che conta, e in questo non ci sono leggi o denari che possano essere da ostacolo.

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