IL MASSACRO DI PONTELANDOLFO

Per un Paese è fondamentale conoscere la sua storia.
Quando insegnavo alle Superiori, mi impegnavo di più nell’insegnamento della storia rispetto a quello della filosofia, anche se a quest’ultima andavano ampiamente le mie preferenze, proprio perché la storia è una disciplina fondamentale per la formazione del cittadino. Detto questo però non è tramite articoli come questo che si impara la storia. Rumiz non dice falsità, ma nel suo resoconto punta tutto sulla pancia del lettore, senza fornirgli le informazioni essenziali per valutare un tragico episodio come questo.
Già Gobetti e Gramsci negli anni Venti del secolo scorso, dopo l’ubriacatura agiografica di storici trionfalistici come Bianchi e Tivaroni, hanno mostrato che il cosiddetto Risorgimento italiano è stato solo risorgimento a metà. E’ vero che a esso hanno partecipato diverse decine di migliaia di volontari da tutta Italia, soprattutto studenti e rappresentanti della borghesia nascente, ma di certo le masse di milioni di contadini che abitavano l’Italia di quegli anni non avevano la benché minima idea di che cosa stesse accadendo da un punto di vista politico. Inoltre dal punto di vista dei Savoia, le cosiddette tre guerre di Indipendenza sono state soprattutto una sorta di guerra dinastica di tipo settecentesco per allargare la propria zona di influenza. In questo quadro generale va compresa l’annessione del Sud Italia cercata da Garibaldi e poi da Vittorio Emanuele II. Il sistema borbonico del Sud era stato caratterizzato dal processo di rifeudalizzazione del precedente dominio spagnolo e teneva i contadini in una specie di eterno immobilismo tipico delle società Ancien Regime. Al loro interno il contadino, pur essendo in uno stato di assoluta povertà rispetto al nobile, godeva una sorta di sicurezza che certo favoriva la sua sostanziale pigrizia e tranquillità. Una specie di rassegnata serenità. E questo è stato proprio Marx per primo a farcelo capire. La borghesia in tutta Europa ha sconvolto quel modo di vivere che andava avanti con alti e bassi da secoli, portando con sé più mobilità sociale, più benessere, ma anche infrangendo quel sonnolento equilibrio secolare. E questo è successo anche nel Sud dopo l’Unità d’Italia. La reazione è stata violentissima. Decine di migliaia di contadini aiutati da ex feudatari si sono dati alla macchia nel tentativo confuso di tornare allo status quo. Questo è quello che è stato etichettato malamente “il brigantaggio”. L’Italia e in particolare i piemontesi, che nei primi anni giocavano un ruolo ancora assolutamente dominante, dichiararono guerra a questa rivolta, mandando un esercito di 120mila uomini a combattere la ribellione. La guerra è durata almeno 5 anni con decine di migliaia di morti. E’ chiaro che la reazione sabauda, tipica di uno stato che aveva fondato tutto il suo prestigio sul potere militare come il Piemonte, è stata del tutto sbagliata. Sarà solo Giolitti nei primi anni del Ventesimo secolo che capirà che una nazione non si comporta così di fronte alle proteste interne dettate dal disagio.
L’episodio di Pontelandolfo va inquadrato in questo contesto. Si tratta in realtà di una tragica escalation di violenze fra filo borbonici e piemontesi, accadute nel beneventino proprio nel 1861. I 40 bersaglieri ammazzati, che motivarono il massacro, erano in realtà una rappresaglia dei filo borbonici per una rappresaglia dei piemontesi contro una decina di civili, che a sua volta era una rappresaglia contro altri atti dei filo borbonici.
Si tratta comunque di un barbaro e insensato eccidio, come purtroppo capitano in quasi tutte le guerre. Se quello che è successo non si racconta mettendolo nel quadro generale che ho presentato serve solo a far leggere più giornali, che poi comunque non li legge nessuno. Per fortuna, mi viene da dire, se le notizie vengono presentate in questo modo retorico e poco ragionato.

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