CERAM, BIANCHI BANDINELLI E SPENGLER

Curiosando fra i vecchi libri di un rigattiere di Porretta Terme, mi sono ritrovato fra le mani la vecchia edizione Einaudi di Ceram, “Civiltà sepolte”, quella con i bordi rossi, per intenderci, che costava solo 1 euro. Pur avendo già in casa quel libro, l’ho ricomprato, pensando di regalarlo a qualcuno. Mi ricordo che a 14 anni quando, come capita a tanti adolescenti, manifestai a mio padre un vago interesse per l’archeologia, lui si fece prestare da qualcuno il Ceram, che io abbandonai dopo poche pagine. Invece, molti anni dopo, quella copia, ormai sottratta a qualcuno, l’ho letta avidamente e dopo l’ho spesso regalata e consigliata con successo. E’ un libro scritto benissimo, che descrive molte antiche civiltà, dai Troiani ai Maya, raccontando la storia appassionante delle scoperte archeologiche. Rileggendo la prefazione di Ranuccio Bianchi Bandinelli, personaggio discusso, perché forse fra i mandanti del barbaro omicidio di Giovanni Gentile, mi ha colpito questo ragionamento. Bandinelli critica giustamente Spengler e quello storicismo che si trova fra le pagine di Ceram, secondo il quale, pur non esistendo una Provvidenza, comunque ogni epoca ha un suo spirito, una sua forma e ogni civiltà un suo percorso di nascita, raggiungimento dell’apice e decadenza. Contro questa visione egli, invece, ribadisce la complessità del lavoro di ricostruzione storiografica e archeologica, che dovrebbe prescindere da questi schemi semplicistici e sottolinea inoltre la contingenza accidentata degli eventi umani. Detto questo, che incontra la piena approvazione di chiunque guardi alla storia dell’uomo con occhi disincantati, egli afferma che quel tipo di storiografia è tipica delle epoche di decadenza e stanchezza! E’ difficile contraddirsi in modo così lampante in poche righe. Hai appena negato lo storicismo e il concetto di Zeitgeist, e adesso affermi che quel modo di fare storia è tipico di un’epoca? Non stupisce, perché Bandinelli da simpatie crociane è poi passato a un marxismo anche abbastanza dogmatico, tanto da non uscire dal Partito neanche nel ’56 dopo i fatti di Ungheria. E’ difficile nella cultura italiana trovare studiosi che si sono attenuti con un certo scrupolo a una visione veramente illuministica dell’uomo, dove con illuminismo intendo l’atteggiamento che considera ogni teoria un’ipotesi di lavoro, senza abbandonarsi a giustificare grandi quadri palingenetici di un qualche tipo.

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