LA REALTA’ DI CIO’ CHE NON E’ OSSERVABILE

Quando si introducono nella scienza termini teorici, cioè termini che dovrebbero riferirsi a entità che non vengono osservate empiricamente dall’uomo, prima di attribuire loro referenzialità bisogna muoversi con molta cautela. Non sono certo fra quelli, come van Fraassen e Laudan, che restano agnostici sulla realtà degli ultrasuoni o dei raggi x, solo perché all’interno della nostra comunità epistemica non sono percepibili. Tuttavia ci sono almeno due criteri che dovremmo prendere in considerazione: 1. noi abbiamo buone ragioni per accettare l’esistenza di un entità teorica solo se sulla base delle nostre conoscenze scientifiche possiamo spiegare come mai non le percepiamo o le percepiamo diverse da come la teoria le descrive. 2. noi abbiamo buone ragioni per accettare l’esistenza di un’entità teorica solo se sulla base delle nostre conoscenze scientifiche possiamo concepire un essere senziente che le percepisse così come la teoria le descrive. Il primo possiamo chiamarlo “criterio necessario di esistenza debole” e il secondo “criterio necessario di esistenza forte”. Ho pochi dubbi che il primo vada rispettato in ua prospettiva seriamente naturalistica. Infatti, per accettare l’esistenza degli ultrasuoni dobbiamo sapere perché non li percepiamo, cioè per il fatto che il nostro timpano non è in grado di entrare in risonanza quando la frequenza delle onde sonore è troppo alta. Per contro, il secondo va rispettato solo se identifichiamo l’esistenza con l’esperienza possibile, come hanno fatto Kant e Husserl e a suo modo Aristotele. La ragione forte per abbracciare la tesi che eiste solo ciò che è sensibile, dove va sottolineato il carattere modale della desinenza “ibile”, è il problema delle illusioni. La spiegazione standard delle illusioni è che noi non percepiamo le cose, ma una nostra elaborazione delle cose dovuta alla nostra struttura estesiologica e neurologica. Però così non si capisce come qualcosa di fisico possa causare qualcosa di mentale, cioè come l’interazione fisica fra le particelle dell’oggetto e le nostre terminazioni nervose possa causare le nostre sensazioni qualitative. E’ più ragionevole pensare, invece, che noi percepiamo gli oggetti, cioè che i qualia non sono mentali, ma esterni. Allora però la spiegazione delle illusioni non può che essere che il mondo esterno è dotato di proprietà disposizionali, che garantiscono come lo percepiamo. Come dice Aristotele, lo stesso vino per il sano è dolce e per il malato amaro, perché il vino come sensibile ha entrambe queste proprietà disposizionali. Se tutto questo funziona, allora dobbiamo abbracciare anche il principio necessario di esistenza forte.

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2 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA

2 risposte a “LA REALTA’ DI CIO’ CHE NON E’ OSSERVABILE

  1. Vorrei che quanto scritto fosse esposto con più semplicità. Tento
    Ci sono due ordini di teorie:
    1. Teorie secondo le quali un fenomeno è costituito da un succedersi di fasi secondo rapporti che trovano riscontro attraverso misurazioni strumentali empiriche.
    2. Teorie secondo le quali un fenomeno è costituito da un succedersi di fasi parte delle quali secondo rapporti che trovano riscontro attraverso misurazioni empiriche e parte prodotte come risultato di elaborazioni logiche basate su elementi non rilevabili strumentalmente, ma necessari alla loro manifestazione.
    Perché questa dicotomia? Perché nel normale svolgimento dei compiti giornalieri i rapporti tra le persone coinvolgono una fenomenologia di primo tipo cioè quella che non necessita alcun intervento mentale ed operativo per essere controllata. Faccio un esempio. Quasi tutti i giorni guido l’automobile: l’automobile è una macchina complessa la cui progettazione e fabbricazione comporta la conoscenza della fisica e della chimica. Ma io non progetto l’automobile e per guidarla, né il progettista né il fabbricante hanno la necessità di conoscere i processi che si svolgono, nel motore, nella trasmissione, negli apparati elettronici di controllo, nozioni sul ciclo termico della climatizzazione e sui congegni per la sicurezza, l’ergonomia e l’assistenza per la navigazione satellitare.
    Cosa voglio dire? Che andare in automobile coinvolge leggi, teorie ed altri rapporti noti o non noti, ma nell’insieme, la funzione per cui è stata progettata risponde pienamente all’esigenza attesa da chi la guida.
    Allora un approccio diverso – almeno ne sento il bisogno – cioè se, nella realtà ci sia qualcosa ancora da scoprire. Sono i telescopi ed i microscopi moderni che m’inducono a pensare così. Ma questi strumenti non servono per guidare l’automobile. Chiedo solo che nei rapporti fra le persone ogni atto abbia un’utilità sociale.
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    Ho scritto sopra di voler disporre di un testo più semplice per spiegare il concetto, questo non per poterlo proporre in sostituzione di quello esposto da Vincenzo, ma per me –tapino in pensione – che ho il pallino della sociologia, e, in questo caso particolare, della pedagogia.
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    Sono nato nell’anno che segna il confine tra il primo e il secondo terzo del XIX secolo (1934). I miei studi iniziarono dalla frequentazione della scuola elementare. Già dalla prima cominciarono le giaculatorie delle tabelline che fatalmente s’interrompevano al 7 per 8 e al 9 per 8!
    I miei figli, nati quasi tutti nel terzo terzo del XIX secolo (1964, 1968, 1976) moltiplicano con la calcolatrice (oggi si usa excel), e si peritano di confrontarsi con la teoria degli insiemi. Per fortuna che hanno avuto un padre ed una madre che ha supplito, come anche i loro ottimi insegnanti: ciò non toglie il fatto che sono molto perplesso soprattutto quando vedo i marziani nei miei nipoti.
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    Il mio intervento è volto a significare che, a mio parere, occorre fare un passo indietro. Nella scuola primaria occorre che gli scolari inizino dalle tabelline, imparino a memoria testi semplici, filastrocche e gli articoli della costituzione, proprio tutto quel che serve perché a 14 anni possano guidare il motorino e emanciparsi a 18 anni col divenire un buon cittadino della Repubblica.
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    Scusa questo mio sfogo impertinente, ma te lo propongo perché si aprano due filoni di discussione: l’uno propriamente antropologico e l’altro filosofico inquadrando la materia secondo i teoremi di incompletezza di Gödel.

  2. Però Vincenzo i quark ad esempio come li etichettiamo? Esistenti o no? Per me non lo sono, sono solo entità che solo strumenti di misura specificatamente creati possono rilevare. E’ come guardare solo un aspetto della realtà. In teoria è così anche per le nostre percezioni: i colori in sè non esistono, esiste lo spettro luminoso e la qualità di riflessione/assorbimento degli oggetti.

    Anche l’idea di Pibond è interessante e si lega alla mia pensando che certi strumenti mi dicono che ci siano cose da scoprire, ma magari questi strumenti non rilevano un’entità pienamente reale.

    Concordo infine con l’idea della scuola primaria: prima conoscenza enciclopedica, poi si insegna a ragionare collegando ciò che si è appreso. Se faccio l’inverso, come mi pare stia avvenendo ora, imparo solo a collegare il niente con il niente.

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