LA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA

Circa un mese fa ho preso parte a una commissione di laurea nel carcere di Fossombrone. Un detenuto si laureava sulla filosofia come pratica che può aiutare a vivere in un’istituzione totalizzante come la prigione.

In questi anni, per merito soprattutto dello storico della filosofia antica Pierre Hadot – recentemente scomparso – si è diffusa sempre più l’idea che la filosofia possa aiutare a vivere, cioè che esista una vera e propria terapia filosofica. Vedi, ad esempio, il libro di successo Platone è meglio del prozac. E’ certamente merito di Hadot l’aver messo in luce che nell’antichità la filosofia non era solo un’attività teorica, ma anche una pratica di vita. Questo vale senz’altro per Pitagora, pe il Kepos (giardino) di Epicuro, per gli stoici, per i cinici e anche per l’Accademia platonica. Quest’aspetto della filosofia antica era stato troppo trascurato dagli storici. Ho invece dei seri dubbi che Marco Aurelio o Seneca o Diogene o Socrate possano essere oggi proposti come modelli di vita. Cioè trovo abbastanza strano che si possa migliorare la nostra condizione mentale praticando la filosofia, intesa come distacco, come meditazione e in generale come esercizio spirituale. Questo tipo di attività, se è possibile, peggiora la nostra salute psichica. Quando Epicuro o Seneca o Marco Aurelio pretendono di aver raggiunto la felicità tramite la filosofia mi insospettisco. Chi è felice, di norma, l’ultima cosa che fa è il dichiararlo. Di solito è proprio l’infelice che prova a dire di essere felice per tirarsi su di morale. Inoltre la felicità è in buona parte dimenticarsi di se stesso, andare verso gli altri e verso il mondo.

C’è un senso, però, in cui la filosofia può dare serenità, cioè può essere una forma di saggezza o sapienza. Come dice giustamente Hume, fra tutti i piaceri che sono dati all’uomo, ce ne è uno che è il più dolce e il più innocente, cioè la conoscenza. Conoscere, nel senso più completo del termine, è senz’altro un’attività che fa dimenticare se stessi e porta verso il mondo. In effetti la filosofia,  letteralmente “amore del sapere”, in questo senso può fornire un contributo terapeutico. Non tanto la ricerca scientifica, che è tutta intrisa di ambizione e di volontà di affermare se stesi, ma proprio la conoscenza. Fra i più grandi e duraturi piaceri della mia vita ci sono quelli legati ai momenti in cui ho imparato qualcosa. Anche aiutare gli altri, in fondo, è una forma di apprendimento, perché presuppone che capiamo ciò di cui gli altri hanno bisogno.

In questi termini si sono espressi Democrito, Aristotele, Platone, Epicuro, lucrezio, Hume e tanti altri. Allora sì che la filosofia, anche se di certo non può sostituire i benefici del prozac, però può essere un importante contributo, una vera e propria consolazione.

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1 Commento

Archiviato in FILOSOFIA MORALE

Una risposta a “LA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA

  1. Ho letto “La consolazione della filosofia” primo dei tre post del 20 marzo; poi, il successivo intitolato a “Kant e la filosofia analitica” e anche l’ultimo dedicato al “Nucleare? Non so, grazie!”, e ritengo che tutti abbiano attinenza per le considerazioni che esporrò in ciascuno di essi.
    Mi chiedo se la scienza:
    1. possa racchiudere in sé la conoscenza intesa come intero scibile umano,
    oppure se sia
    2. confinata alla sola conoscenza comprovabile da risultati della sperimentazione ottenuta attraverso la ricerca.
    Posta così, la questione giungerebbe a risolversi dichiarando che la scienza esclude la parte della conoscenza acquisita in modo non scientifico, cioè empiricamente; ovvero relativa ai fenomeni le cui cause si disperdono in iterazioni determinate dai nessi non riconducibili alla logica degli effetti causali e della casualità.
    Ciò implica che la conoscenza di tipo 1. sia universale e non vincolata al fattore tempo; quella di tipo 2. sia indissolubilmente legata alla contingenza e all’influsso delle vicende storiche di lungo periodo.
    ——————
    Ciò premesso, immagino il lavoro di puntasecca di Vincenzo nel voler penetrare i fenomeni sino a comprenderli tutti in ambito scientifico, facendone anche oggetto di speculazione filosofica.
    Sul punto, come cultore di scienze umane, penso che non possiamo dare risposte che escludano la forma di conoscenza di tipo due, in quanto la psicologia, l’economia e la sociologia sono condizionate dall’evoluzione antropologica dell’uomo che dal mito eroico dei semidei, nei tempi nostri, perviene solo ad una ragionevole consapevolezza, ma impossibile in senso assoluto a prescindere da una rivelazione sulla fine dei tempi.
    Nel post successivo cerco di capire se Kant, dà una risposta.

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