IL LICEO CLASSICO

Molti sostengono che la presenza del Vaticano in Italia sia causa di molti mali per la nostra politica. E’ certo che nel nostro Paese fa molta fatica ad attecchire un modo di pensare non dogmatico. Hanno facile successo i fondamentalismi, da quello cattolico a quello comunista. Gramsci diceva, forse giustamente, che questo dipende dalla Controriforma, che ha strappato con la violenza il pensiero laico dal suolo italiano. Certo è che il Partito da lui fondato, di questa carenza di pensiero critico, ha ampiamente approfittato, soprattutto con Togliatti. Però c’è un’altra fonte di pensiero acritico, cioè il predominio di un modello di cultura erudita. La nostra scuola è ancora modellata in modo da considerare il Liceo classico come il top. L’originale, di cui tutte le altre scuole sono veline; seconda copia il Liceo scientifico, terza copia quello commericale ecc. In realtà il pensiero critico non si forma leggendo Orazio e Pindaro, ma studiando matematica e fisica. Si sente spesso dire che quelli che vengono dal liceo classico sono gli studenti migliori, anche nelle Facoltà scientifiche. Questo è quello che gli statistici chiamano il fenomeno del “mettere in ombra”: gli studenti che vengono dal classico non sono i migliori perché sanno leggere Orazio e Pindaro, ma perché vengono in media da famiglie che li appoggiano di più, perché al Classico si studia di più e quindi sono abituati a sgobbare e perché il classico nella testa degli italiani è considerato il massimo, per cui se hai un figlio intelligente lo mandi lì. Non ho nulla contro Orazio e Pindaro, anche se preferisco Lucrezio e Omero, Ovidio ed Euripide, tuttavia l’erudizione e il nozionismo non favoriscono certo il pensiero critico. Anche recentemente mi è capitato di ascoltare un grande erudito, che sosteneva che non so quale ipotesi non sarebbe scientifica, perché è solo “probabilistica”! E’ incredibile che un presunto dotto dica simili bestialità. Tutta la scienza, sia naturale che umana, si basa su ragionamenti probabilistici, la cui struttura varrebbe la pena studiare bene a scuola.

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7 commenti

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7 risposte a “IL LICEO CLASSICO

  1. Io rivaluterei anche gli istituti tecnici e quelli professionali. Non solo le commerciali, beninteso. Parlavo con un caro amico prof. di chimica che ora insegna in un tecnico di Fano, dopo aver insegnato alle commerciali ed allo scientifico: il problema dei tecnici e dei professionali è proprio la presenza massiccia di extracomunitari che faticano ad integrarsi e studenti che non hanno una buona famiglia alle spalle, proprio perché l’Italia ‘bene’ manda i figli al classico e nelle sezioni di bilinguismo e PNI dello scientifico. Probabilmente lo studente che esce con 100 al tecnico non avrebbe nulla da invidiare ai suoi colleghi liceali, anche perché penso che un bravo studente può benissimo cavarsela all’università anche se non ha letto Orazio e Pindaro alle scuole superiori.
    Io però non me la prenderei troppo con il cadavere dell’erudito; penso che questo genere di cultura si stia lentamente sfaldando anche in Italia, e che l’erudito abbia vita breve. Insomma, anche i genitori iniziano a pensare che capire cosa sta dietro ad F=ma non sia affatto meno formativo, a livello di analisi e di critica, rispetto a citare Seneca o Lucrezio a colazione.
    Io farei anche più filosofia (o anche una più generica ‘storia del pensiero’) al posto di tutto quell’ammasso di letteratura italiana, in tutte le scuole superiori. La critica si forma ragionando, non leggendo favole e studiando biografie!

  2. A mio parere, l’efficienza della scuola può misurarsi solo coi rapporti che riesce ad intrattenere con l’assetto culturale, sociale ed economico proprio del suo bacino d’utenza. La scuola italiana vive nella luna. Gli insegnanti, terminate le lezioni ed assolti gli altri obblighi che hanno, svaniscono nel nulla. Chi di loro è mai invitato a presiedere un’associazione culturale come una biblioteca, un circolo di cultori di storia patria, a partecipare ad un ciclo di conferenze, ad intervenire come moderatori a tavole rotonde? Se costoro non hanno visione del mondo reale cosa possiamo chiedere a persone che il giorno prima della lezione ripassano sui testi, per l’ennesima volta del loro corso di insegnamento, i vari episodi delle guerre puniche? Ricordo che – cinquant’anni fa, in una città come Ferrara dove ho vissuto sino al conseguimento della maturità – alcuni dei miei professori fossero considerati come autorità per la loro presenza nella vita culturale locale. Oggi, i professori non hanno spazio perché l’intero quadro culturale è istituzionalizzato e confinato in forme corporative dove la venalità sembra far premio sulla cultura.
    Ma il guaio sta nella nostra società. Si considera la persona per ciò che è, non per ciò che fa.

  3. filippo.neri@alice.it

    Caro professore, non condivido affatto la Sua valutazione sulla efficacia formativa del Liceo Classico. In effetti, lei parla di educazione nozionistica e di sgobbo. Il nozionismo, certamente, non è troppo formativo. L’abitudine a organizzare un lavoro complesso con metodo ed efficacia (ciò che Lei chiama “sgobbare”) è invece molto formativo. Ma l’aspetto che è più formativo di tutti nella formazione impartita al Liceo classico è proprio lo studio delle lingue morte, l’approfondimento della grammatica del greco e del latino, il cui fine è la (buona, corretta) traduzione. Tradurre bene da una lingua diversa dalla propria, specie se essa non è più parlata e quindi non abbiamo nell’orecchio il formulario corrente e frasi apprese a memoria che ci aiutino a decifrarla, almeno in parte (nozionismo), significa affrontare un vero e proprio (e molto formativo) processo di ricerca, verso una soluzione il cui esito è inizialmente ignoto. Raccogliere dati (i dati linguistici), classificarli (attraverso la competenza grammaticale), ordinarli e infine dar loro un senso (probabile). Non è forse il cammino che percorre ogni ricercatore anche di scienze naturali? Il fatto è che su questo non riflette mai nessuno. Per il resto, che cosa vuole che importi quanto ha pensato Orazio, piuttosto che Pindaro, o – se preferisce Omero o Lucrezio – ai fini della formazione? Sono opinioni, certo espresse in maniera sublime. Ma non hanno in sé davvero nulla di formativo. E’ meravigliosa letteratura, dà piacere a leggerla (o meglio ancora ad ascoltarla declamata). Ma non è qui l’importanza del Classico. E dispiace che persone anche colte pensino solo all’aspetto letterario dello studio classico, e mai invece al suo altissimo potenziale (interamente concentrato nello studio profondo delle strutture di una lingua da ricostruire, e non orecchiabile) per formare ricercatori in ogni campo del sapere.

  4. Giacomo Bertacchi

    Lo so, e’ solo aneddotica personale, pero’ ricordo che a chi di noi veniva dal Classico era riconosciuta una sorta di amore quasi maniacale per la precisione, un compulsivo desiderio di mettere le cose al loro giusto posto, un rigore e una meticolosita’ che erano meno evidenti altrove.
    Non credo certo che bastino 5 anni di analisi logica applicata o di ermeneutica letteraria e filosofica a trasformare asini in aquile, ci si immagini se possano essere sufficienti a inibire il desiderio di acquiescenza al pensiero dogmatico. E tuttavia siamo davvero certi che il dogmatismo sia per se stesso un male? Le origini stesse della filosofia sono solipsistiche e potrebbe non essere implausibile una corrispondenza culturale evolutiva tra individuo e specie.
    E l’erudizione non e’ forse una sorta di cassetta degli attrezzi? Sara’ il loro valore d’uso e non un pregiudizio anticlassico a determinarne il successo, credo.
    Ma potrei, naturalmente, sbagliarmi…

  5. Caro Filippo, è chiaro che lo studio delle lingue morte è formativo. La mia domanda è se vale la pena continuare a considerare lo studio di tali lingue come il paradigma della formazione, come ancora succede in Italia. La mia risposta è negativa. Si è mai chiesto quale è il più grande dei numeri primi? Provi a pensarci: un numero primo è definito come un numero che è divisibile solo per se stesso e per uno. E’ chiaro che mano a mano che si va avanti nella serie dei numeri naturali è più facile trovare divisori, per cui i numeri primi diventano sempre più radi. La domanda è: questo loro diradarsi a un certo punto diventa definitivo, oppure anche se sempre più lontani l’uno dall’altro ne incontriamo sempre di nuovi? Esiste una dimostrazione non costruttiva che i numeri primi sono infiniti. Che cosa significa “non costruttiva”? Vuol dire che non abbiamo nessun algoritmo che consenta di produrre sempre nuovi numeri primi.
    Questo modo di ragionare dovrebbe essere il paradigma della formazione. Purtroppo queste cose nelle nostre scuole non si insegnano neanche nelle poche ore di matematica. Imparare a tradurre è importante, ma perché non farlo sulle lingue vive, piuttosto che su quelle morte?
    Mi capita spesso di prendere in mano le monografie scritte dai nostri umanisti e la regola è la saga del pensiero confuso: non si capiscono le definizioni, si assevera senza argomentare, le più semplici distinzioni del pensiero vengono disattese. Questa è retorica, non logica. Questi testi tendono a persuadere non a convincere, cioè suadono le nostre emozioni e non vincono i nostri dubbi.

  6. c’è un’altra fonte di pensiero acritico, cioè il predominio di un modello di cultura erudita. La nostra scuola è ancora modellata in modo da considerare il Liceo classico come il top.
    Vincenzo ha ragione e, secondo me, il modello al quale è ispirata è inattuale per questi tre ordini di motivi:
    1. E’ elitario nel senso che è fatta per giovani che, in effetti, hanno una spiccata predisposizione allo studio; cioè per lo sgobbone che, terminato il ciclo scolastico, ha difficoltà nel trovare un’occupazione.
    2. La scuola si colloca ai margini della vita reale e non tiene conto del fatto che la frequenza è in massima parte stimolata dall’obbligatorietà del titolo di studio ancora richiesto in Italia per l’esercizio di attività che non richiedono particolari requisiti culturali classici o scientifici.
    3. Come già detto nel mio precedente commento, la scuola è altresì avulsa dalla realtà esterna ad essa e vive in un mondo proprio. L’anomalia è messa in luce dal fatto che l’educazione civica latita per la preoccupante mancanza di autorità nel praticarla, anche da parte degli insegnanti. Ma questo aspetto non riguarda solo la scuola.

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