LA SCUOLA CHE NON HO

Mi è capitato fra le mani il libro della scrittrice Mastracola dal titolo “Togliamo il disturbo”. Si tratta di una requisitoria contro i giovani d’oggi che non apprezzano la cultura, contro il modo di vivere oggi in una società in cui non studiare è trendy, contro il permissivismo dei genitori e così via. La soluzione di questa situazione sarebbe di dividere la scuola in direzioni che accompagnano chi ha voglia di studiare e chi no.

Il libro è scritto bene e divertente e solletica l’affettività della maggior parte degli insegnanti italiani dalle scuole elementari all’università, che pensano con nostalgia a quanto si erano impegnati loro e a quanto poco si impegnino i giovani d’oggi. E si arrabbiano con frasi del tipo “come sono ignoranti i giovani d’oggi”.

A Mastracola e a tanti altri come lei non viene in mente, però, che forse è il modello di paideia che proponiamo che è sbagliato. La cultura italiana del primo Novecento aveva formato personaggi del calibro di Federigo Enriquez e Giovanni Vailati, nonché la grande scuola di matematici da Volterra a Levi Civita. Sono poi arrivati Croce e Gentile che hanno annegato tutto in una melassa sconclusionata che ancora oggi ci sommerge. E’ chiaro che non è colpa loro, in due soli non avrebbero potuto fare un gran danno. Siamo noi italiani che abbiamo apprezzato quel modo sbagliato di fare cultura che è culminato nella riforma Gentile del 1923, che non è mai stata realmente modificata. Ancora oggi la serie A della scuola è il Liceo classico, dove vanno gli sgobboni, poi lo scientifico e così via a scendere verso livelli sempre più bassi. A volte si sente dire che poi all’Università i ragazzi del classico sono quelli che vanno meglio e che quindi è giusto che quello sia il modello di paideia. Il problema è che i più bravi e più ambiziosi si iscrivono al classico e poi è chiaro che vanno meglio degli altri. Inoltre al classico si lavora molto e quindi si abituano a lavorare molto, ma questo non vuol dire che si lavora sui contenuti giusti.

La paideia del cittadino di oggi non può essere basata sul latino e il greco e sulla cultura umanistica.

Oggi chi non sa che cosa sia un interesse composto è un disadattato. Chi non è in grado di distinguere fra una causa civile e una penale è fuori dal mondo. Chi non sa distinguere fra un’equazione di primo grado e una di secondo è incapace di vivere nel nostro mondo. Chi non conosce la differenza fra radiazioni ionizzanti e non ionizzanti è vittima del pensiero magico. Chi non sa che cosa dica il secondo principio della termodinamica è un ignorante. Chi non sa scrivere una relazione chiara e coincisa senza fronzoli è una persona inutile. Chi non sa argomentare correttamente a favore di una tesi morale e politica è fuori dal dibattito.

Purtroppo capisco bene che i ragazzi non abbiano voglia di studiare. Stiamo proponendo a loro una formazione inutile e lontana dalla realtà, fatta di retorica e di erudizione. La colpa di tutto questo è che noi siamo cresciuti in quel paradigma di cultura e non riusciamo a liberarcene.

Il libro della Mastracola ne è un buon esempio. L’autrice pretende di parlare della scuola italiana e dei giovani d’oggi a partire dalla sua esperienza e delle sue colleghe. In tutto il libro non c’è un dato statistico nazionale, non c’è il riferimento ai rapporti ocse e così via. Questo è proprio il modo sbagliato di fare cultura che abbiamo imparato sui banchi di scuola. Se gli italiani cento anni fa avessero scelto Enriques e Vailati piuttosto che Croce e Gentile non avremmo questo problema.

 

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5 commenti

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5 risposte a “LA SCUOLA CHE NON HO

  1. Illuminante visione che, nel risalire alle radici della “realtà urbana” scalfisce certezze riesumate di continuo.
    Grazie

  2. Ne parlavo giusto qualche giorno fa; ci vorrebbe una bella riforma, da quella di Gentile del ’23 non è cambiato molto nella scuola italiana, se escludiamo la parentesi degli anni ’60, che più che sui contenuti è intervenuta sulle forme. Non è coi 30 politici né rendendo l’insegnante più civile e meno violento che cambia la sostanza: i programmi sono sempre gli stessi, l’esame di maturità è lo stesso, la gerarchia piramidale dei licei-tecnici-professionali è la stessa.
    Ci vorrebbe coraggio. Coraggio di alzare un attimo lo sguardo dal libro e capire che l’accesso alle informazioni nell’era di Internet è cambiato, che ci sono nozioni ritenute secondarie che ora surclassano tutte quelle ore di latino che poi ti dimentichi in un mese, che non ‘si stava meglio quando si stava peggio’, ma che forse sarebbe meglio attingere ciò che di buono ha questa generazione e riconoscere dove inizia la verità e dove finiscono le tante, troppe leggende delle generazioni passate – mi sembra sempre di sentire da questi saggi anziani in cattedra che alla loro epoca dovevi essere eroico e leale e virtuoso e sconfiggere draghi e scalare montagne, e dopo tante imprese e fatiche da far impallidire Ercole finalmente potevi dire di esserti impegnato, di aver studiato e di esserti guadagnato qualcosa. Noialtri invece siamo semplicemente svogliati. Certo; per ottenere la metà dobbiamo faticare il doppio, e siamo ancora giovani per tirare le somme. Forse un giorno potremo anche noi fare i vecchietti brontoloni e dire dei giovani che noi “togliamo il disturbo”.
    Lo facessero i saccenti delle generazioni passate; avremmo solo da ringraziare!!

  3. Professore, brevemente, lei è un grande!

  4. aurelia umberti

    I giovani oggi hanno tanta voglia di studiare quanta ne avevano i giovani del secolo scorso, e questo dei giovani che non hanno voglia di studiare suona piuttosto come un alibi che molti insegnanti specie anziani e non più motivati (avendo in parte anche comprensibili ragioni, dato il non riconoscimento del ruolo specialmente in Italia) colgono per abbassare il livello del proprio impegno che da nessuna parte trova comunque gratificazione. I fatti però provano che un livello alto della didattica e un insegnante entusiasta e profondamente motivato (ahimé, sempre più una rarità e, lo ripeto, forse anche comprensibilmente) possono moltissimo su un pubblico di giovani che sono sempre (per quanto io sia in grado di discernere) curiosi e desiderosii di apprendere e di essere presi con la massima serietà.

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